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Due consigli appassionati

Buon pomeriggio a tutti ♥

Questo periodo è davvero logorante, quindi perdonate la mia assenza. Non ho davvero testa – come si suol dire – per scrivere un articolo di blog. Oggi ci proverò, mettendocela tutta per soddisfare le mie e le vostre aspettative, soprattutto.

Stavolta non mi occuperò di una recensione di un libro letto, stavolta vi parlerò di qualcosa che, nell’ultimo periodo, mi ha toccato profondamente il cuore. Sarò più precisa: di un film e di una serie tv che mi hanno regalato emozioni davvero profonde.

Bohemian Rhapsody” e “L’amica geniale

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Andrò con ordine.

Sono cresciuta con i Queen.
Avevo quindici anni quando li scoprii ed iniziai ad ascoltarli assiduamente. Prima era solo piacere uditivo, poi divenne passione. Cominciai ad interessarmi alla loro storia, alla formazione, alla personalità di ciascun componente. La loro musica divenne mia compagna, aiuto nei momenti peggiori, sollievo e conforto. Non c’è un singolo momento importante della mia vita che non colleghi ad una loro canzone.
Freddie Mercury è il mio idolo assoluto, il mio mito più grande, a tal punto che uno dei rhapsody-1030x615miei rimpianti più sentiti è non averlo mai ascoltato live. Una volta mi chiesero dove andrei se avessi una macchina del tempo ed io risposi “Al Live at Wembley del 1986”. Qualcuno rise, io non ci trovai nulla di divertente. Ma, in effetti, non è semplice capire quello che significa per me quest’uomo ed, in generale, la band di cui faceva parte.

Ho aspettato anni ed anni questo film e ne avevo anche timore. Forse dovrei dire più una paura quasi irragionevole. Ero terrorizzata all’idea che creassero un pasticcio totale e stravolgessero il personaggio ed il suo carattere. Però, quando ho visto le prime foto sul set – subox-office-30-novembre-bohemian-rhapsody-va-fortel quale erano presenti anche due membri del gruppo, Brian May e Roger Taylor -, sono rimasta a bocca aperta. Mi è scesa una lacrima nel vedere quanto Rami Malek somigliasse fisicamente a Fred ed ho cominciato a scalpitare.

La visione è stata una delle esperienze cinematografiche più belle della mia vita, piena di emozioni. Era impressionante constatare la reale somiglianza in tutto, gesti, espressioni, camminata, di Rami a Freddie, avevo i brividi, sembrava di averlo davanti – ed ancora più alla seconda visione in lingua originale, la STESSA VOCbohemian-rhapsody-filmE, quindi SE NON GLI DATE L’OSCAR… -.
Nonostante i cambiamenti, le modifiche alla storia, i tagli, per me è stato decisamente impossibile definire brutto questo film.
È entrato di diritto fra i miei film preferiti, ha colto nel segno, attori somiglianti, atmosfere perfette, dinamiche fra i membri del gruppo attinenti alla realtà: insomma, per una fan l’apoteosi della bellezza

Consiglio con tutto il mio cuore la visione a cui vuole conoscere i Queen, a chi li ama, a chi vuole appassionarsi alla musica, a chi vuole vivere totalmente un film. Avevamo bisogno di qualcosa del genere nei cinema.

De “L’amica geniale” ho letto tutto ed il contrario del tutto.

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Devo ammettere che con chi lo ha definito noioso e non attinente al libro mi sono arrabbiata. A me quel libro è entrato in cuore e cervello e tutto si può dire della serie tv tranne che poco attinente e noiosa.

Ma partiamo dal principio.
Sono a metà della lettura della tetralogia della Ferrante e me ne sono innamorata al primo capitolo del primo volume (ma dalla mia recensione si era già capito).
Già solo vedere le foto delle attrici scamica-geniale-serie-800x400elte mi ha riempita di gioia: totalmente azzeccate, quasi in maniera sbalorditiva. La visione del primo episodio, poi, mi ha sconvolta: la precisione dell’ambientazione, la perfezione della resa delle vicende, la bravura del cast mi hanno conquistata.
Forse sarò di parte per mille motivi, ma dovrebbero tutti vedere questo telefilm. Credetemi, ne meritate profondamente la visione.

Siamo state tutte Elena, io per prima, abbiamo avuto tutti una Lila, almeno una volta nella vita e riflettersi nella storia raccontata dalle pagine sullo schermo di Elena Ferrante è un piacere visivo, uditivo, di ogni aspetto sensoriale. È un modo per capirsi e per capire, per analizzare sé stessi e la propria storia; in un rapporto di amicizia le sfumature si perdono, svaniscono e se non si è parte integrante di esso, forse, non le si possono comprendere a fondo. Ma sicuramente avere vissuto qualcosa di simile aiuta. Ma non solo: la serie tv di Saverio Costanzo amica-geniale-serie-tv-colonna-sonora-1543496935– un vero maestro che spero non si fermi alla prima stagione – ci rende partecipi di un mondo totalmente diverso, ma brutalmente somigliante all’attualità purtroppo, visto che rispetto agli anni Cinquanta dovremmo esserci evoluti, no… ? -, come se fossimo fermi in una dimensione in cui le donne non hanno voce in capitolo, non possono decidere, scegliere la propria strada ed il proprio volere per il futuroed anche scegliersi oltre che scegliere -.

Elena e Lila ci mostrano due percorsi opposti e, per certi versi, coincidenti di due ragazze che crescono assieme, separate e unite, alla ricerca della propria identità, volendo una propria identità, in una società in cui l’istruzione, che spesso tanto disprezziamo o, semplicemente, riteniamo inutile, un dettaglio banale di cui si potrebbe fare a meno, come una sorta di mala abitudine, ma è così importante, passa in secondo piano, perché ciò che vale è trovare un uomo, sposarsi, sistemarsi, trascorrere una vita piatta, racchiusalamica-geniale nella quotidianità grigia dell’essere l’ombra del proprio marito. In modo differente e complementare ci mostrano quanto noi, appartenenti al sesso femminile, abbiamo dovuto combattere – e, sfortunatamente, dovremo sempre – per affermarci, per far sentire la nostra voce – quanto è triste! -.

Ecco perché mi arrabbio nel leggere un certo tipo di commento a questa serie tv.
Ed ecco perché dovete recuperarla, se ancora non l’avete vista.
E poi la chicca del dialetto napoletano chi se la perde? 😍

 

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Pills

Buon sabato a tutti voi ❤

Come ve la passate? Io tutto a posto, inizia a fare freddino, oggi soprattutto ❄

Oggi ho deciso di darvi qualche piccolo consiglio, libri che mi sono piaciuti e che ho letto in questi ultimi mesi. Spero possano incontrare i vostri gusti 💕✨

 

Titolo: L’amore è sempre in ritardo
Autrice: Anna Premoli
Editore: Newton Compton
Anno: 2018
Pagine: 320

I primi amori sono di solito un dolce ricordo, capace di far sorridere. Non per Alexandra Tyler: Norman Morrison, il migliore amico di suo fratello Aidan, l’ha rifiutata senza tante cerimonie dopo che lei ha trascorso l’adolescenza a corteggiarlo e a comporre per lui terribili lettere d’amore in rima. Ogni volta che lo vede – anche ora che è una donna adulta e sta finendo un dottorato in Geologia alla Columbia – non riesce proprio a controllare il malumore. Le sue storie sentimentali sono state tutte un fallimento. E la colpa, secondo Alex, è proprio di Norman. Quando, stanca di incontri poco entusiasmanti, decide di prendersi una sacrosanta pausa dal complicato mondo degli appuntamenti, Norman, altrettanto stufo di pranzi tesi in casa Tyler, le propone una tregua: lasciarsi il passato alle spalle e provare a comportarsi in modo almeno amichevole. Alex non può tirarsi indietro di fronte a quella che per lei suona quasi come una sfida: trattarlo in modo cordiale in fondo non dovrebbe essere così difficile. O almeno, questo è quello che crede…

Posso ritenermi un pochino di parte, visto che ho praticamente letto ogni suo libro, però ci tenevo molto a segnalare il suo ultimo romanzo che ho letto in poco più di due giorni. Come sempre la Premoli sa come rendere una storia romantica, senza sfociare nel melenso, è ironica, giocosa, sempre nuova, è immediato empatizzare con i suoi personaggi e trovare parte di sé in qualcuno di loro. Se volete una lettura leggera, scorrevole e divertente, questo libro è perfetto.

 

 

Titolo: La lettera d’amore
Autrice: Lucinda Riley
Editore: Giunti
Anno: 2018
Pagine: 560

Ci sono segreti facili da smascherare e altri che restano sepolti per una vita intera. Come quello di Rose, l’anziana signora che Joanna, giovane reporter del Morning Mail, conosce durante la cerimonia di commemorazione del famoso attore Sir James Harrison. Pochi giorni dopo, Joanna riceve un plico contenente una vecchia lettera d’amore e un biglietto dalla grafia tremolante, ma è ormai troppo tardi per chiedere qualsiasi spiegazione: Rose è morta e la sua casa completamente svuotata, come se la donna non fosse mai esistita. Quando anche l’appartamento di Joanna viene messo sottosopra, la giornalista capisce che ha tra le mani una storia scottante, e la sua unica via d’uscita è scoprire la verità sui misteriosi amanti della lettera. Chi erano realmente? E perché è così importante che nessuno sappia di loro?

Non avevo mai letto nulla della Riley e questo, per me, è stato il primo romanzo suo che ho preso in mano. Non riuscivo più a staccarmi dalle pagine, letteralmente, e questo nonostante il fatto che, obiettivamente, sia un’autrice molto sentimentale – di solito fatico ad apprezzare questo stile -. Tuttavia la scrittura è piena ed intensa, le vicende trascinano con facilità il lettore a tal punto da fargli avere perennemente il desiderio di sapere come andrà a finire.

 

 

Titolo: Tutta la vita che vuoi
Autrice: Enrico Galiano
Editore: Garzanti
Anno: 2018
Pagine: 415

Tre ragazzi. Ventiquattr’ore. Una macchina rubata. Una fuga. Una promessa. Perché ci sono attimi che contengono la forza di una vita intera. Così intensi da sembrare infiniti. È un susseguirsi di quei momenti che Filippo Maria vive il giorno in cui, per la prima volta, riesce a rispondere a tono al professore di fisica che lo umilia da sempre. Appena fuggito da scuola vuole solo raggiungere Giorgio, il suo migliore amico che, immobile di fronte a una chiesa, si chiede perché non sia ancora riuscito a piangere al funerale del fratello. Poco dopo incontrano una ragazza che corre a perdifiato: è Clo. Basta uno scambio di sguardi e i tre si capiscono, si riconoscono, si scelgono. La voglia di vivere e di cambiare che hanno dentro è palpabile, impressa nei loro volti. Si scambiano una promessa: ognuno di loro farà quell’unica fondamentale cosa che, di lì a vent’anni, si pentirebbe di non aver fatto. Anzi, lo faranno insieme: Clo sa come aiutarli. Basta scrivere su un biglietto cosa li renderebbe felici. Lei ne ha uno zaino pieno, di motivi per cui vale la pena vivere: le nuvole quando sembrano panna o l’odore della carta di un libro… Ora spetta a Giorgio e Filippo trovare il loro motivo speciale per cominciare a vivere senza forse, senza dubbi, senza incertezze. Ma non sempre chi ci è accanto è sincero del tutto. Ciò non riesce a condividere con loro la sua più grande speranza per il futuro. Perché a diciassette anni è difficile lasciarsi guardare dentro e credere che esista qualcuno disposto ad ascoltare i segreti che non siamo pronti a rivelare. Per farlo non bisogna temere che la felicità arrivi per davvero e afferrarla.

Ho letto entrambi i suoi libri, quindi avrei potuto consigliarvi l’uno o l’altro perché li ho amati entrambi allo stesso modo. Amo come scrivo, amo il suo modo di usare le parole, di descrivere le emozioni, le sue frasi sono piene di significato, le sue storie mi hanno lasciato tantissimo ed insegnato altrettanto. DOVETE leggerlo, vi obbligo quasi 😂

 

 

Titolo: L’incantesimo della spada
Autrice: Amy Harmon
Editore: Newton Compton
Anno: 2018
Pagine: 384

Il giorno in cui mia madre è stata uccisa, ha detto a mio padre che non avrei mai più pronunciato una sola parola e che se fossi morta, lui sarebbe morto con me. Predisse anche che il re avrebbe venduto la sua anima e avrebbe ceduto suo figlio al cielo. Da allora mio padre attende di poter avanzare la sua pretesa al trono e aspetta nell’ombra che tutte le parole di mia madre si avverino. Desidera disperatamente diventare re. Io voglio solo essere finalmente libera. Ma la mia libertà richiede una fuga e io sono prigioniera della maledizione di mia madre tanto quanto dell’avidità di mio padre. Non posso parlare o emettere suoni. Non posso impugnare una spada o ingannare un re. In un regno in cui gli incantesimi sono stati banditi, l’unica magia rimasta potrebbe essere l’amore. Ma chi potrebbe mai amare… un uccellino?

Da fan della Harmon sono rimasta stupita da questo suo approccio al fantasy, pur essendo certa che sarebbe stata eccellente anche in questo campo. Ed in effetti non mi sbagliavo. Questa storia è travolgente, nuova, magica e poetica e merita di essere letta e riletta. Mi auguro che presto ne esca il seguito, ne sento davvero il bisogno.

 

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Personal Review: Il tatuatore di Auschwitz

Buondì lettori
Come ve la passate? Io abbastanza bene, fra uno studio e l’altro, un acciacco e l’altro – sì, come gli anziani 😂 –
Ho anticipato sul blog che sarei tornata a breve con una nuova recensione.
Ho scelto un libro che ho terminato da pochissimo e che mi ha davvero lasciato tantissimo.
Mi auguro che le mie parole possano spingervi e convincervi a leggerlo, perché merita davvero tanto.

 

Titolo: Il tatuatore di Auschwitz
Autrice: Heather Morris
Editore: Garzanti
Anno: 2018
Pagine: 223

Il cielo di un grigio sconosciuto incombe sulla fila di donne. Da quel momento in poi sarà solo una sequenza inanimata di numeri tatuata sul braccio. Ad Auschwitz Lale, ebreo come loro, è l’artefice di quell’orrendo compito. Lavora a testa bassa per non vedere un dolore così simile al suo. Quel giorno però Lale alza lo sguardo un solo istante. Ed è allora che incrocia due occhi che in quel mondo senza colori nascondono un intero arcobaleno. Il suo nome è Gita. Un nome che Lale non può più dimenticare. Perché Gita diventa la sua luce in quel buio infinito. La ragazza racconta poco di sè, come se non essendoci un futuro non avesse senso nemmeno il passato. Eppure sono le emozioni a parlare per loro. Sono i piccoli momenti rubati a quella assurda quotidianità ad avvicinarli. Ma dove sono rinchiusi non c’è posto per l’amore. Dove si combatte per un pezzo di pane e per salvare la propria vita, l’amore è un sogno ormai dimenticato. Non per Lale e Gita che sono pronti a tutto per nascondere e proteggere quello che hanno. E quando il destino vuole separarli nella gola rimangono strozzate quelle parole che hanno solo potuto sussurrare. Parole di un domani insieme che a loro sembra precluso. Dovranno lottare per poterle dire di nuovo. Dovranno crederci davvero per urlarle finalmente in un abbraccio. Senza più morte e dolore intorno. Solo due giovani e la loro voglia di stare insieme. Solo due giovani più forti della malvagità del mondo.

sep3

Qualcuno molto più saggio di me ha detto “È successo. Può succedere ancora.“.
Mi sono tatuata – riprendendo il titolo del romanzo di cui parlerò – queste parole nella mente, consapevole di quanto siano tremendamente e fatalmente vere e quanto sia necessario dirle, rimarcarle, sottolinearle, ripeterle anche un migliaio di volte in un momento come questo.
Ora più che mai, in un periodo cupo, oscuro, che nasconde tante verità subdole ed atroci, che, in cuor mio, speravo fossero ormai completamente lontane, è giusto leggere, rileggere, informarsi, vedere, rivedere.
Leggere libri mai letti. Esplorarli. Farceli entrare dentro, nel cuore e nell’anima, permettere loro di diventare parte di noi.
Rileggerne di vecchi, riviverli, comprenderli più a fondo, come se non fossero mai abbastanza, per non darli mai per scontati.
Informarsi su ciò che già sappiamo, che non sapevamo o pensavamo di sapere. Le nozioni, i ricordi, gli studi non sono mai sufficienti, un ripasso di determinati momenti storici giova, ci cresce, ci forma e ri-forma.
Vedere documentari, film, telefilm, qualsiasi cosa ci permettere di toccare con mano il dolore, la sofferenza, la rabbia, la devastazione.
Rivedere, reimparare, reistruirci, in nome del futuro, in nome del passato.
Il tatuatore di Auschwitz” è un piccolo passo in questo senso, un tassello di un percorso che non ha mai fine e che non deve avere fine, perché ricordare è bene, è un monito, un avvertimento nemmeno tanto sottile, nonostante la delicatezza e la grazia che la Morris utilizza per raccontare la sua storia.
L’autrice usa la prosa educata propria di una scrittrice che sa quello che fa, che conosce profondamente l’argomento, che si è impegnata a fondo per sapere come e cosa doveva scrivere, che ha fatto penetrare dentro di sé le vicende e la vita dei protagonisti.
Benché non usi praticamente mai una parola più alta dell’altra – modo di dire che si adatta perfettamente alla situazione -, ogni sua pagina permette al lettore di percepire ogni sorta di sentimento, anche i più contrastanti fra di loro – rabbia, rassegnazione, dolore, distruzione, malinconia, amore, amicizia, generosità, compassione -; a volte sembra di essere davvero là, con i prigionieri, vivere la loro vita giornaliera – se così si può definire, anche se non credo proprio sia il termine più adatto, anzi, per nulla lo è, sarebbe certamente più opportuno dire “vivere la morte che loro vivevano” -, vedere quello che vedevano, sentire quello sentivano.
L’amore fra Lale e Gita nasce dalla sofferenza più profonda e cresce in un luogo di strazio e desolazione in un modo inaspettatamente puro e forte, o, forse, è proprio per questa ragione che diventa così invincibile e rende loro invincibili, combattivi nel sopravvivere, nel ritrovarsi fuori per vivere appieno tutto ciò che bramano – lui, più speranzoso e fiducioso nel domani, lei, meno ottimista, restia a rivelargli qualcosa di più che il nome riguardo sé stessa, convinta a farlo una volta che otterranno la libertà -.
I tocchi, gli sguardi furtivi, i momenti rubati qua e là – complice di ciò il fatto che Lale riesca a scambiare merce all’interno del campo e, dunque, ad ottenere favori, oltre che vettovaglie in più per gli amici e la ragazza – sono fra i pochissimi spiragli di umanità in un luogo che non ha mai nemmeno respirato niente di vagamente rapportabile all’umano. Però i prigionieri resistono, si uniscono, si aiutano, c’è ancora la speranza ed, anche se non sempre sopravvive per molto tempo, traspare e rimane imperitura fino al termine del romanzo.
Non riuscite nemmeno ad immaginare quanto libri come questi riescano a darmi forza. Certo, come ho accennato all’inizio, al giorno d’oggi non è per nulla semplice ed immediato credere negli essere umani – anche se un cantante da me molto amato lo afferma convinto in una sua canzone – e sicuro è che tempi come questi spesso celano il peggio, lo anticipano, mascherandolo da qualcos’altro, anche se, in realtà, chi è accorto, sa perfettamente con cosa ha a che fare.
Tuttavia, storie come queste, storie vere, storie di dolore indicibile ed immaginabile, mi regalano sempre qualcosa di importante, mi spingono ad andare avanti, a combattere ed a sperare con tutta me stessa che il passato, a volte destinato a ritornare, stia lì dove sta e non ci minacci nemmeno più di tornare ad essere.
A tutte quelle persone che sono sopravvissute, a quel coraggio che hanno avuto, ma anche a chi non ce l’ha fatta.
A loro dedico il mio pensiero e niente più che quello, perché le parole, per momenti che vorremmo totalmente cancellare dalla storia, non bastano né ce ne saranno mai di giuste.
Voto: 10 

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Personal Review: Darkest minds

Rieccomi qui!
Come promesso, è arrivato il momento della terza recensione vincitrice.
Per chi non sapesse… Tempo fa, sulle Instagram stories del profilo del blog (QUESTO, per chi non lo seguisse) avevo chiesto quali fra un elenco di libri fossero i preferiti per una futura recensione e ne sono risultati vincitori tre. Di due vi ho già parlato ed ora è la volta del terzo.
Fatemi sapere che ne pensate ✨

 

Titolo: Darkest Minds
Autrice: Alexandra Bracken
Editore: Sperling & Kupfer
Anno: 2018
Pagine: 360

Quando Ruby si sveglia il giorno del suo decimo compleanno, qualcosa in lei è cambiato. Qualcosa di abbastanza preoccupante da costringere i genitori a mandarla a Thurmond, un brutale campo di riabilitazione gestito dal governo dove sono rinchiusi i giovani come lei. Ovvero, i giovani che sono riusciti a sopravvivere alla misteriosa malattia che ha decimato la popolazione e che da allora sembrano aver acquisito poteri speciali. Ci sono i Verdi, dotati di un’intelligenza eccezionale; i Blu, di telecinesi; i Gialli, che controllano l’elettricità; i Rossi il fuoco e gli Arancioni, come Ruby, la mente umana. Ora Ruby ha sedici anni ed è riuscita a scappare da quell’inferno, ma per lei l’incubo non è ancora finito. Durante la sua fuga, però, incontra un gruppo di ragazzini evasi come lei: Zu, Ciccio e Liam, carisma da leader e decisamente carino. Ma Ruby non può rischiare di avvicinarsi a lui. Sarebbe troppo pericoloso. E, in viaggio verso l’unico rifugio sicuro, ci sono già fin troppi pericoli da affrontare…

Immagine correlataOgni volta che decido di iniziare un distopico finisco col pormi il seguente dilemma: mi piacerà davvero?
E non tanto perché mi rendo conto di avere un carattere decisamente pignolo – colpa, o forse, talvolta, oserei dire, merito dei miei studi giuridici -, ma perché, avendone letti davvero troppi, a volte mi ritrovo a non apprezzarli a sufficienza o a trovarli eccessivamente simili fra loro. Dunque il mio giudizio non risulta tanto falsato, ma rigido e severo, anche più del dovuto.
Quando ho cominciato “Darkest minds” sono, stranamente, partita positiva e, fortunatamente, nel corso della lettura, non ho avuto alcun modo di ricredermi e ciò contrariamente a quanto la massa pareva pensare di questo romanzo – o, almeno, alcune opinioni adocchiate sul web -.
Non ho trovato nulla di ridondante né di particolarmente pesante, anzi: la storia si presenta come scorrevole, ben impostata ed i personaggi sono discretamente caratterizzati, nonostante, ovviamente, essendo il primo capitolo di una serie, molto sia lasciato in sospeso – pertanto tantissime delle domande che il lettore si porrà nel corso delle pagine non riceveranno risposta -.
Ruby non è una di quelle protagoniste che si fa amare particolarmente – almeno, da me, ma io, come ormai è risaputo, sono molto restia alle manifestazioni di affetto nei confronti dei lead role femminili e non per mancanza di solidarietà, ma perché pare proprio che ci sia una congiura universale e che tutte le ragazze al centro di una vicenda letteraria, o, quantomeno, buona parte di esse, mi risultino odiose o comunque parecchio antipatiche -. Tuttavia, le devo riconoscere una grandissima forza nell’affrontare il mondo, anche in relazione a ciò che lei stessa ha vissuto e l’ha portata ad essere rinchiusa, assieme ad altri bambini e ragazzini di svariate età, in campi (non so se definire di lavoro o in altro modo, ma il modo in cui vengono descritti a me ha fatto venire i brividi) ove viene raccolto chi, in fascia pre-adulta, ha sviluppato capacità speciali. Ciò ovviamente in seguito ad una misteriosa epidemia che ha colpito il mondi intero e che ha ridotto all’osso la popolazione giovanile degli Stati Uniti d’America – di base, il leitmotiv dei libri distopici rimane, più o meno, sempre il medesimo -.
Fuggita da questo luogo e tratta in salvo da membri di un’associazione che si definisce “Lega dei Bambini”, nuovamente si darà alla macchia, spaventata da ciò che il suo potere – il controllo della mente, da sempre tenuto nascosto – le rivela anche di costoro, e si unirà ad un gruppo di giovani come lei.
Quello che maggiormente ho apprezzato del romanzo è l’azione. Mi spiego: non è facile trovare un libro che riesca a rendere in modo vivace e vivido il susseguirsi degli eventi – tempo fa parlavo di esperienza sensoriale o qualcosa del genere… ecco, intendo questo: leggere questo libro è come vedere un film d’azione – e la Bracken ce l’ha fatta.
Così come ce l’ha fatta, a mio avviso, il regista del film cui ispirato al libro – che, a parte qualche pecca nella scelta degli attori (sì, sono pignola) si rivela come un’ottima trasposizione -, anche se temo proprio non abbia avuto il successo necessario alla prosecuzione della saga.
Non vi dico di aspettarvi un capolavoro del genere, ma una lettura decisamente piacevole, dotata anche di alcuni elementi innovativi – mi riferisco in particolare alla suddivisione in colore dei ragazzi, a seconda dei “poteri” – e sicuramente scorrevole  e veloce.

Voto: 8

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Personal review: Nowhere girls

Buondì cari
Come ve la passate? Io già afflitta dal raffreddore, ma ormai sono abituata. Ogni sempre prima, però. 😒
Come avevo promesso, sono tornata con un’altra delle recensioni da voi più votate.
Mi auguro di riuscire a trovare le parole giuste, perché, nonostante la voglia di parlare di questo libro, ammetto che non è cosa facile.

 

Titolo: Nowhere girls
Autrice: Amy Reed
Editore: Piemme
Anno: 2018
Pagine: 368

Chi sono le Nowhere Girls? Sono tutte le ragazze, ma per cominciare sono in tre: Grace, tenera e impacciata, è nuova in città, dove si è dovuta trasferire a causa dei pregiudizi nei confronti della madre; Rosina, lesbica e punk, sogna di diventare una rockstar, ma è costretta a lavorare nel ristorante messicano di famiglia; ed Erin, un’asperger con due fissazioni, Star Trek e la biologia marina, vorrebbe assomigliare a un androide ed essere in grado di neutralizzare le emozioni. In seguito a un episodio di stupro rimasto impunito, le tre amiche danno vita a un gruppo anonimo di ragazze per combattere il sessismo nella scuola. Le Nowhere Girls, una moltitudine di voci diverse, dovranno superare la paura e l’imbarazzo per confrontarsi con coraggiosa onestà e opporsi alle minacce di chi si sente forte e non è disposto a mettersi in discussione. Ma alla fine riusciranno in ciò che sembrava impossibile: le cose possono cambiare e tutti hanno diritto alla felicità. Senza compromessi. Senza discriminazioni.

sep3

È stata una casualità, per me, la lettura del romanzo “Nowhere girls“.
A malapena lo avevo sentito nominare, figuriamoci se potevo immaginarne la trama, ma, reduce da un riassunto qualsiasi trovato su un sito, ho deciso di cominciarlo, senza aspettarmi ciò che ho trovato fra le sue pagine.
La prima domanda che ci poniamo quando iniziamo il percorso creato dall’autrice è: chi sono le Nowhere girls? Be’, la risposta è molto semplice: tutte e nessuna.
In che senso? Nel senso che ciascuna di noi può essere una nowhere girl a modo suo, nel suo universo personale, nel proprio contesto sociale ed ambientale.
Qualunque ragazza si affacci alle finestre di questo libro certamente non potrà che identificarsi in uno dei personaggi femminili, ritrovare le proprie paure – spero, non le proprie esperienze, ma, purtroppo, l’eventualità potrebbe essere anche questa -, i propri sogni, le proprie battaglie. E ciascuno di questi elementi viene affrontato dalla scrittrice con uno stile trascinante, ma mai pomposo e pesante – in fondo, gli argomenti non sono dei più leggeri, sarebbe stato semplice cadere nel tragico o magniloquente -. Invece no. Non accade mai.
Nowhere girls” si rivela uno young adult di tutto rispetto che offre uno spaccato adolescenziale dei giorni nostri, a mio avviso, esemplare.
Grace, la nuova arrivata, prigioniera di una famiglia bigotta – o, forse, meglio dire, decisamente fuori dai canoni comuni – circondata dal timore di essere giudicata per quello che è – e per come appare, dati i suoi problemi di sovrappeso -.
Erin, intelligentissima, brillante, affetta dalla sindrome di Asperger e, pertanto, ritenuta quella strana.
Rosina, agguerrita, energica, costretta a rinchiudere i suoi sogni – e la sua natura, essendo lei omosessuale non rivelata alla propria famiglia – dentro sé stessa ed a comprimere la sua vera essenza.
Oltre a loro Lucy, quella che sembra essere in sordina, in secondo piano, ma sta alla base di tutto. È il motore che dà il via, silenziosamente, ad ogni cosa, la ragazza che ha accusato un gruppo di suoi amici di averla stuprata.
Certamente non sono le tipiche ragazze che ci aspetteremmo al centro di un romanzo indirizzato ad determinato tipo di pubblico ed appartenente a questo genere, ma è proprio questa una delle ragioni che lo portano a brillare in maniera davvero eccezionale.
Quali sono i temi principali? Sono troppi. Proverò ad elencarne almeno alcuni, senza, tuttavia, speranza di riuscire davvero a ritrarre l’affresco adolescenziale – e non solo – insito nel romanzo:

  • Solidarietà: le ragazze si uniscono, pian piano il gruppo aumenta e da una piccola, forse stupida, agli occhi di qualcuno, idea, ne nasce una specie di esercito. Le donne, forse, spesso, sono troppo impegnate a combattere, l’una contro l’altra, nel tentativo di prevalere, apparire, dimostrare di essere più della propria avversaria. Sì, siamo frequentemente più avversarie che amiche, ma la Reed ci insegna che, se ci uniamo, diventiamo invincibili, che quello che può apparire il debole vocio di un gruppetto di ragazzine può diventare l’urlo udito da tutti;
  • Violenza: i temi dello stupro, del bullismo e tutti quelli ad essi collegati sono trattati con una maestria ed una delicatezza impressionanti, penetrano in sordina nell’animo del lettore, che, inevitabilmente, è spinto a riflettere, a formarsi una propria opinione, a farsi domande, ad agire a sua volta;
  • Amore ed amicizia: tutte le sfaccettature dei due sentimenti più mainstream negli young adult vengono affrontate pagina per pagina, in un crescendo di sfumature e colori, arrivando anche a comprendere l’amore per sé stessi, il suo estremo, l’odio, la negazione, il rifiuto;
  • Diversità: come non cogliere il tema del diverso? Per eccellenza i tre personaggi principali sono outcast, emarginate, tre rappresentanti di tre categorie che tendono ad essere messe in ombra o, addirittura, mai citate o considerate in libri simili. Ognuno è degno di essere preso in considerazione, di essere illuminato da un faro, nelle sue bellezze e nelle sue bruttezze;
  • Cambiamento: ogni protagonista cambia, matura, cresce, anche quelle secondarie, ma non solo. Cambiamento è inteso anche come quello esterno, come quello reso possibile dalle azioni, dalle voci, dalla forza di una comunità, anche non grande.

Il viaggio intrapreso da chi si approccia alla lettura di “Nowhere girls” è un cammino nella complessità umana, nelle domande che spesso hanno più di una risposta o non ne hanno, negli interrogativi che tutti ci poniamo, presto o tardi, in problemi che appaiono sciocchi – ma che alla fine non lo sono – ed in quelli grandi, più grandi noi, che non riusciamo ad affrontare da soli.
Impossibile non commuoversi al termine, non sentirsi parte di quella marcia femminile, una lotta senza fine, che non è vero che non ha speranze o sbocchi, anzi: tutte noi possiamo diventare una nowhere girl, basta volerlo.
O forse, meglio dire, che ciascuna di noi già la è.

Voto: 9 e mezzo 

 

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Personal Review: L’amica geniale

Eccomi qui, con la prima recensione della “nuova era“.
Dal momento che ero nella più totale indecisione per quanto riguarda il primo libro di cui parlare, mi sono affidata a voi ed ho scelto di lasciarvi votare sulle mie Instagram Stories (a proposito, se vi va ed avete un account potete seguirmi sia qui che qui ).
E fra i tre libri da voi prescelti, per questa volta, mi sono concentrata su un romanzo di cui, di qui a breve, verrà trasmessa la serie tv sulla Rai.
Buona – spero! – lettura ♥
Ps: ho abbandonato la numerazione delle recensioni che usavo precedentemente. Un po’ di rinnovamento ci sta!

Titolo: L’amica geniale
Autrice: Elena Ferrante
Editore: E/O
Anno: 2011
Pagine: 400

Il romanzo comincia seguendo le due protagoniste bambine, e poi adolescenti, tra le quinte di un rione miserabile della periferia napoletana, tra una folla di personaggi minori accompagnati lungo il loro percorso con attenta assiduità. L’autrice scava nella natura complessa dell’amicizia tra due bambine, tra due ragazzine, tra due donne, seguendo la loro crescita individuale, il modo di influenzarsi reciprocamente, i buoni e i cattivi sentimenti che nutrono nei decenni un rapporto vero, robusto. Narra poi gli effetti dei cambiamenti che investono il rione, Napoli, l’Italia, in più di un cinquantennio, trasformando le amiche e il loro legame. E tutto ciò precipita nella pagina con l’andamento delle grandi narrazioni popolari, dense e insieme veloci, profonde e lievi, rovesciando di continuo situazioni, svelando fondi segreti dei personaggi, sommando evento a evento senza tregua, ma con la profondità e la potenza di voce a cui l’autrice ci ha abituati. Si tratta di quel genere di libro che non finisce. O, per dire meglio, l’autrice porta compiutamente a termine in questo primo romanzo la narrazione dell’infanzia e dell’adolescenza di Lila e di Elena, ma ci lascia sulla soglia di nuovi grandi mutamenti che stanno per sconvolgere le loro vite e il loro intensissimo rapporto.

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“Tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine.”

Non avevo la minima idea di come iniziare questa recensione, così ho preso una delle citazioni più famose del romanzo e l’ho piazzata lì, a mo’ di introduzione.
Forse è difficile per me coordinare e riordinare le idee e tutto ciò che vorrei dire sulle pagine del primo capitolo della quadrilogia perché mi ha coinvolta molto, anzi, addirittura troppo, più di quanto avrei mai pensato.
Sono molto legata all’idea di amicizia. Amo l’amicizia, amo le mie amiche, in particolare alcune. Ne ho quattro o cinque molto strette, che fanno parte della mia vita come se fossero sorelle, con l’unica differenza da quelle vere del legame di sangue.
Tuttavia, non posso affermare di avere esperienza di un’amica geniale. E non mi riferisco al senso più profondo del termine, o, quantomeno, quello sotteso al significato del libro, agli eventi, alla narrazione – e lascio a voi la scoperta di cosa realmente intenda chi delle due pronunci quella frase voglia dire -, ma semplicemente non ho qualcuno con me da tutta una vita.
Non ho mai avuto un rapporto totalizzante dall’inizio alla fine come quello di Elena e Raffaella – o, meglio, Lenù e Lila – ed un po’ me ne rammarico.
Nel bene e nel male della loro storia – che io ho appena cominciato a percorrere, dal momento che sono appena al primo libro della serie -, ho trovato in ogni attimo descritto, ogni avvenimento, ogni emozione, qualcosa di vero ed, in qualche modo, magico. Ma, probabilmente, sta proprio nella realtà della loro amicizia quella magia, nel fatto che litighino, si scontrino, discutano, a volte arrivino addirittura a diventare nemiche, antagoniste in un mondo che le mette sempre alla prova, le pone a confronto, l’una bionda, paffuta, angelica, l’altra mora, magrissima, cattiva – lei stessa si definisce così -. La voce narrante, quella di Elena, ci permette di visualizzare davanti a noi la Napoli degli anni Cinquanta, l’enorme divario fra la paesana periferia ed il centro città con la voglia di emergere e di rendersi metropoli.
Noi passeggiamo con le protagoniste e gli amici, andiamo a scuola, viviamo le loro avventure in prima persona, catturati dalla scorrevole narrazione dell’autrice e dal suo stile semplice, diretto, mai prolisso. Cresciamo, ci innamoriamo, odiamo, amiamo con loro e finiamo anche per dimenticare una domanda all’apparenza immediata, ma la cui risposta assume contorni e confini decisamente vaga, con il proseguire della lettura: chi è la VERA amica geniale? 
Sì, a livello ideale è chiaramente una delle due, come si evince da un chiaro passaggio nel testo, ma, materialmente, entrambe hanno qualcosa di geniale, che non sta nell’eccellenza, nella bravura a scuola, nella loro capacità di destreggiarsi nella vita. Forse geniale è proprio il loro legame, il congiungersi delle loro anime, la comprensione muta, gli sguardi, l’allontanarsi e l’avvicinarsi. Geniale è la normalità per come ne parla l’autrice – e forse è geniale anche il suo mantenere l’anonimato riguardo la propria identità, se vogliamo proprio dirlo -, il suo modo del tutto naturale con cui cattura il lettore e lo rende partecipe e non solo spettatore delle vicende.
Vi domanderete quale sia il messaggio al termine della lettura, se un’opera così tanto acclamata e circondata da un alone di mistero, dovuto alla scrittrice medesima ed all’ignoranza circa la sua identità – e, direi, anche al sesso, perché chi può affermare con assoluta certezza che si tratti di una donna? – porti con sé un significato particolarmente importante. Be’, la mia risposta vi stupirà: il messaggio non c’è. O, almeno, questo è il tipico libro in cui ognuno coglie il suo.
C’è colui al quale “L’amica geniale” ha insegnato “a“, quello a cui ha insegnato “b“, niente è giusto o sbagliato. Si tratta di una storia in cui ogni lettore vedere qualcosa di differente, di profondo, di semplice, legato a sé, alla propria vita, al passato, a qualcosa che avrebbe voluto vivere e non ne ha avuto la possibilità o l’occasione. Il caleidoscopio di emozioni e interpretazioni sottese alle pagine scritte dalla Ferrante sfugge e si espande a piacimento di chi si mette in contatto con esse e lascia spazio a lacrime, rabbia, gioia, commozione, riflessioni, silenzi.
È un ritratto storico ben costruito e plasmato, cartina geografica di una generazione, ma soprattutto splendido percorso di crescita di due anime affini, così uguali e diversi.
Ecco perché questa amica geniale è così geniale.

Voto: 9 e mezzo

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Personal Review #39: Per sempre noi

Tesori miei!
Come ve la passate? Spero bene. Io me la cavo, è un periodo oserei definire strano, ma meglio di quello appena precedente (?) – insomma, ho attraversato una “fase intermedia” che non auguro a nessuno… –
Comunque rieccomi comunque a parlarvi di libri! Ed è la volta di uno che ho amato con tutta me stessa, ve lo assicuro.
Spero di avergli reso anche solo minimamente giustizia con la mia recensione – anche se so benissimo che è difficile… –

Guardai Rosie che si stava facendo spazio in cucina insieme a due ragazze con il suo stesso fisico e la sua stessa taglia, una con i capelli scuri, l’altra biondo platino. La bruna aveva dei leggings e una felpa della Mariposa, con la tipica farfalla rosa che ricordavo nei cartoni animati del sabato mattina della mia infanzia. La bionda indossava un paio di pantaloncini e un top che metteva in risalto gli addominali più perfetti che avessi mai visto.

    «Non c’era il tuo nome sopra», rispose Layla. «Ma serviti pure».

    Rosie si avvicinò e prese un dolcetto, offrendone anche alle sue amiche. Quando entrambe fecero cenno di no con il capo, ne staccò un pezzo e lo affondò nell’hummus di Mac, poi diede un morso.

    «Argh», disse Irv.

    «In realtà non è così male», ribatté Layla.

    «L’hai provato?»

    «Si fa di tutto quando si è disperati».

    La bruna sbucò dietro le spalle di Rosie, tendendo la mano verso Mac. «Io sono Lucy, e tu?»

    «Mio fratello», disse Rosie in tono piatto, mentre si stringevano la mano. «Ha diciassette anni».

    «Mi piacciono i diciassettenni», commentò Lucy, sorridendo.

    «Io sono Layla», intervenne lei, porgendole la mano. «Ho sedici anni».

    Lucy gliela strinse con molto meno entusiasmo. «Ciao».

    La ragazza con gli addominali perfetti, per chissà quale motivo, non fu presentata e neanche noi a lei. Io mi allungai per prendere un altro cracker che mi stava offrendo Mac, avvicinandosi a me. Stavolta, mi resi conto che Layla e tutti gli altri ci fissavano.

    «Stiamo nella tua stanza stasera, ti avviso», disse Rosie a Layla, immergendo il dolcetto nella glassa.

    «Cosa?», domandò Layla.

    «Mamma ha detto che andava bene», rispose Rosie, mentre una canzone risuonava nell’altra stanza. Qualcuno scoppiò a ridere, altri si misero ad applaudire.

    «Non è la sua stanza e poi io ho Sydney».

    «Io dormo praticamente nello sgabuzzino. Non c’è abbastanza spazio per noi tre».

    «Dove dovremmo dormire?»

    «Sul divano? Non lo so».

    «Saranno qui tutta la notte».

    «Rosie!». Il signor Chatham la chiamò dal salotto. «Vieni qui, tesoro, e cantaci un’altra canzone. Per il tuo vecchio paparino».

    Mac sospirò. Irv gli disse: «Quante birre ha bevuto?»

    «Non quante vorrebbe». Si alzò porgendomi ancora una volta la scatola. Io scossi il capo mentre Rosie si girò e andò via con la bionda al suo seguito. Lucy, invece, rimase sulla porta a guardare Mac che riponeva i suoi cracker nell’armadietto. Dovette tendersi e la maglietta si alzò un po’, mettendo in mostra la cintura e una parte della pancia. «Potete prendere la mia stanza. Io dormo sul divano».

    «Ed è anche un gentiluomo», disse Lucy.

    «Vacci piano», disse Layla. Lucy, che non aveva sentito o aveva fatto finta di non ascoltare, se ne andò. Uscì fin troppo lentamente per i miei gusti.

    «Argh», disse Layla quando Rosie riprese a cantare. «Queste ragazze del Mariposa sono davvero terribili, lo giuro. Se le bambine che vanno a vederle sapessero…».

    «Non sono tutte così male», disse Mac, chiudendo l’armadietto.

    Layla alzò gli occhi al cielo, ma non disse nulla, mentre la voce di Rosie, più bassa all’inizio, cominciò ad alzarsi, riempiendo la stanza e le nostre orecchie. La canzone aveva un ritmo veloce, ballabile. La signora Chatham, sulla sedia, aveva le guance rosse e sorrideva, battendo il tempo con un piede, mentre la donna che suonava il violino aveva gli occhi chiusi. L’archetto faceva avanti e indietro sulle corde. Era fantastico per me che in una sola serata potessero accadere così tante cose, dalla giostra ai dolcetti con la glassa al canto più bello che avessi mai sentito. Pensai a casa mia, dall’altra parte della città, in cima alla collina, con tutte le luci spente tranne quelle in uso, i miei genitori e me in quello spazio così grande.

    La voce di Rosie esplose di nuovo, il violino andava ancora più veloce. Qualcuno batteva i piedi e le mie guance erano bollenti. Era fantastico sentirsi a casa in un posto in cui ero appena arrivata. Quella sera non era ancora finita. Eppure, non riuscivo a pensare a niente, se non a quanto desiderassi che non finisse.

Titolo: Per sempre noi
Autrice: Sarah Dessen
Editore: Newton Compton
Collana: Anagramma
Anno: 2016
Pagine: 348

Sydney è cresciuta all’ombra del fratello, quasi fosse invisibile. È lui che è sempre stato al centro dell’attenzione, nella sua famiglia. Nonostante i guai che combina. L’ultimo è stato davvero grosso: mentre guidava la sua auto ubriaco, ha investito un ragazzo e ora sta scontando un periodo di carcere. E mentre i familiari si preoccupano per lui, Sidney non riesce a darsi pace per la vittima dell’incidente, attirando su di sé le critiche dei genitori. Le cose per lei cambiano quando, nella nuova scuola che frequenta, fa amicizia con Layla, una ragazza effervescente che presto le fa conoscere la propria famiglia, ben diversa da quella di Sydney. I Chatham sono affettuosi e accoglienti, e stando con loro Sydney si accorge di essere finalmente accettata, apprezzata. Ma sarà l’incontro con il fratello maggiore di Layla, Mac, a fare la differenza. Lui è tranquillo, attento, protettivo, e attraverso i suoi occhi Sydney si sentirà per la prima volta vista, vista davvero.
 

sep3

Uno degli argomenti più difficili da affrontare in un romanzo, ancora di più, ovviamente, se lo si rende il tema principale è l’adolescenza e l’universo di emozioni, esperienze, mutamenti che la riguarda.
Ormai faccio parte da un lungo periodo di tempo del gruppo di lettori del genere young adult, quindi mi sento di aver maturato una certa abilità, o comunque una discreta capacità nel riconoscere gli autori che sanno parlare degli adolescenti e quelli che, purtroppo, invece, si limitano ai luoghi comuni, attendendosi alle solite banalità trite e ritrite.
Aprire la prima pagina di un libro di Sarah Dessen significa non essere delusi e, sì, lo si capisce sin da subito, perché, mentre ci sono scrittori che convincono nel corso delle loro opere e si fanno conoscere lentamente, quando si tratta di lei si ha a che fare con un’esperta del campo, arriva immediatamente al cuore, centra il punto, senza preamboli, senza giri di parole o mediocrità del tutto prive di senso.
La delicatezza innata che si percepisce nelle sue narrazioni, la semplicità ma, allo stesso tempo, profondità di linguaggio sono ormai divenuti per me un suo marchio distintivo, la segnaletica del puro e vero romanzo young adult, al quale tutti coloro i quali vogliono scrivere in quel determinato campo dovrebbero ispirarsi e fare riferimento.
Per sempre noi” può apparire la solita traduzione di titolo fatta con i piedi, ma, in realtà, mi sono ravveduta relativamente a questo iniziale pensiero man mano che proseguivo nella lettura – benché, ovviamente, il “Saint Anything” originario sia posto su tutto un altro livello, precisiamo… -.
Sydney è una comune adolescente, o così appare. No, ricomincio da capo: Sydney non appare, è abituata a vivere nell’ombra, oscurata dal fratello Peyton, migliore di lei, più esuberante, in gamba, pieno di talenti… Finché qualcosa non cambia, la vita accade – se proprio così vogliamo dirlo… -, viene condannato al carcere e tutto – o quasi – pare spezzarsi… Ok, ho detto che qualcosa cambia e questo per il solo fatto che Peyton non è più presente, è dietro le sbarre, perché in realtà è come se lui ci fosse sempre, non passa mai in secondo piano, è sempre il primo agli occhi dei genitori, in particolare della madre, la quale sembra avere occhi se non per lui. Sydney reprime, comprime sé stessa, ormai avvezza al ruolo di subordinata, sottoposta alla figura di qualcun altro che, nonostante tutto, soprattutto nonostante i suoi errori, brilla più di lei. Non che accetti tutto questo, anzi, il suo più grande nodo al cuore è detestare suo fratello per ciò che ha fatto e che l’ha portato a determinate conseguenze – ed, assicuro, non è nulla di leggero – ed amarlo profondamente, sentendosi costantemente in colpa per i suoi sentimenti contrastanti, ma senza, tuttavia, poter far altro che provarli.
Le nuove amicizie, i nuovi interessi, la nuova vita che arriva come un turbine nel mondo Sydney, sempre così piatto ed uguale ai suoi occhi, saranno un toccasana, la via per potersi aprire a sé stessa ed agli altri e riscoprire. Sì, perché, in fondo, Sydney è sempre stata così, così come è con Mac – per il quale, sin da subito, è evidente un interesse, ma, come in buona parte dei casi, solo con il tempo lo riesce ad ammettere a sé stessa –  e sua sorella Layla – l’amica con cui, per la prima volta nella vita, si sente totalmente sé stessa, libera di parlare di sé, dei propri sentimenti, senza giudizi, senza remore, nonostante si conoscano da poco tempo -.
È un insegnamento bellissimo quello che ci regala la Dessen – anzi, più di uno direi proprio -, un percorso che non è meramente di crescita, ma di apertura al mondo, grazie agli altri, gli amici come punto di forza e pilastro, e grazie a noi stessi, ammettendo ciò che ci fa soffrire, ciò che ci blocca, buttandolo fuori per capirci e per capire chi ci ha sempre fermati, nei pregi e nei difetti.
Sydney è una splendida ragazza, forte per le sue debolezze, non uno stereotipo qualsiasi e l’autrice la dipinge gradualmente, facendola conoscere con la sapienza narrativa di cui è padrona e costruendo attorno a lei un mondo quotidianamente reale di cui non possiamo che innamorarci profondamente.
E vi lascio con una citazione meravigliosa, una delle tante che scatenato una lacrimuccia – ultimamente sono più sensibile del solito, ma concedetemelo, per favore -, augurandovi di trovare a vostra volta un Santo Qualsiasi che abbia lo stesso valore di quello che ha avuto per Sydney.

Pensai a quello che avevamo detto qualche settimana prima sulle cose rotte e su come non accettasse il fatto che non si potesse riparare tutto. Non si trattava solo degli orologi o dell’avviamento. Come spesso accadeva, Mac viveva le cose intensamente. Mi sentivo fortunata a fare parte della sua vita.
Da quando ricordavo, altre persone mi avevano oscurato o lasciato da sola. Mac invece, come aveva detto Layla tempo prima, era sempre nei paraggi. Mi lasciava spazio per camminare da sola, ma era sempre pronto quando non volevo farlo. Era perfetto. Era come se fosse il mio santo, quello che stavo aspettando.

Voto: 9

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Personal Review # 38: Una presenza in quella casa

Ciccini!
Come ve la passate?
Io benissimo! Trovo uno spiraglio di tempo per condividere con voi la mia opinione su un libro che ho adorato e che ho visto poco recensito, mmm… – NDA: sono qui ospiti le mie due migliori amiche e siccome vengono da un pochino lontano e le vedo poco per me sono attimi super preziosi ♥
Io vi consiglio proprio di prenderlo in considerazione perché merita molto!

Titolo: Una presenza in quella casa
Autrice: Paige McKenzie
Editore: Giunti Editore
Collana: Waves
Anno: 2016
Pagine: 304

Una ragazzina che trasloca in una casa infestata dai fantasmi: il romanzo di Paige McKenzie tratto dalla serie web “The Haunting of Sunshine Girl”. Tutto comincia nel 2010, quando una sedicenne simpatica e carina posta su YouTube un brevissimo filmato e confessa il sospetto che nella sua casa ci siano i fantasmi. Nel giro di pochi anni la serie di brevi filmati che la vedono protagonista diventa virale. “Una presenza in quella casa”, ispirato alla serie web che ha già fatto tremare così tanti amanti del genere horror e non solo, è il primo romanzo della giovanissima Paige McKenzie. Nella nuova casa di Sunshine – questo il soprannome della ragazza – si avverte qualcosa di inquietante: oggetti che si spostano, risatine nel cuore della notte, ombre misteriose nelle foto che scatta… La madre adottiva, con cui Sunshine ha un rapporto aperto e affettuoso, insiste nel dire che è tutto frutto di immaginazione e comincia a comportarsi in modo sempre più incomprensibile. C’è solo una persona che dà credito ai timori di Sunshine: Nolan, un compagno di liceo che condivide la sua passione per la fotografia ed è disposto ad affiancarla per studiare i vecchi casi di cronaca nel tentativo di capire cosa stia davvero succedendo. La tensione sale inarrestabile e le cose peggiorano quando le risatine si trasformano in urla e singhiozzi. Cosa nasconde quella casa? Sunshine è in preda al terrore, ma deve farsi forte se vuole salvare la madre da una sorte peggiore della morte.

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Sono un’appassionata di film horror, anche se, ad essere sincera, in campo letterario, mi sento un tantino più inesperta – per quello dovete chiedere alla mia mamma, lei ne sa sicuramente molto più di me -, anche se, i pochi romanzi che ho letto in tema, li ho amati con tutta me stessa – ma devo ammettere che mi tratto bene: parliamo di Stephen King, mica pizza e fichi… ! –
La prima volta che ho letto la trama di “Una presenza in quella casa” l’ho puntato come predatore che individua la propria vittima sacrificale – ammazza, i miei paragoni peggiorano sempre più! -, attirata anche dal background del romanzo: una web serie di successo, una di quelle storie vere ma non troppo – non so se avete presente l’ “avvertenza” che di frequente introduce i film dell’ orrore “tratto da una storia vera”, ecco… -, la mano scrivente di un giovane talento emergente – ormai sapete bene che mi piace scoprire qualche nuova leva… e parlo come se fossi un’ottantenne! -.
Sarò sincera sin dal principio: pur certa che avrei ricevuto in ricambio numerose sorprese da questo libro, mi aspettavo qualcosa di molto più semplice. E non saprei nemmeno dire che l’aggettivo che ho appena usato sia consono, quindi proverò a spiegarmi meglio.
Una storia del genere – una casa infestata, fantasmi, presenze, e quant’altro – narrata da una penna giovane sarebbe potuta risultare non totalmente all’altezza degli altri figli del filone narrativo. Tuttavia ho dovuto parzialmente ricredermi: io, raramente impressionabile, sono riuscita a farmi trasportare dall’inquietudine sorda sottesa ad ogni singola riga del libro.
È stato come farsi avvolgere un manto di nebbia, una sottile ma penetrante – e quasi affascinante – nebulosa, perché ancora più del detto è il non detto, nel genere horror, che turba, spaventa, sconvolge l’animo, lasciando una sensazione che difficilmente se ne va. Le immagini descritte e ricreate dall’autrice sono perfette allo scopo; il punto di vista di Sunshine – da notare il perfetto contrasto fra il nome della protagonista e quanto la circondi nel tempo in cui è ambientato il libro, dettaglio su cui più volte le stessa s sofferma nel corso della narrazione -, la sua sempre maggiore consapevolezza, le paure, il disagio ed anche la scoperta di sé ci entrano dentro e ci fanno entrare nella storia.
Siamo a noi a vivere ciò che lei vive in prima persona, a percorrere quel suolo, salire i gradini della sua casa, percepire gli odori, le voci, i rumori, noi comunichiamo con quella presenza che infesta – senza un’apparente motivazione – la nuova dimora della protagonista, cercando di capire perché sia lì e se una ragione per cui abbia deciso di tormentare proprio noi…
La lotta di Sunshine sarà una lotta anche contro il tempo, contro la paura di perdere ciò che ha di più caro, con l’aiuto di un amico che non si sarebbe mai aspettata di avere; sarà una crescita, accompagnata dalla consapevolezza di un ruolo che non sapeva di avere, e di un rapporto con il proprio passato che mai aveva percepito.
Ben si prestano queste intriganti e travolgenti pagine ad una trasposizione cinematografica – che mi auguro venga realizzata a breve, fra l’altro – : è proprio uno di quei libri che mi piace definire “a cinque sensi” , una storia a tutto tondo che il lettore ingloba dentro di sé, tocca con mano, vede con occhio, sente, odora e si gusta.
Voto: 8 e /2

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Personal Review # 37: La libreria dei desideri

Tesori miei, come state?
Mi auguro bene!
Chiedo scusa per l’ennesima volta. Questo periodo è molto pieno, ho la testa altrove e so che il blog può apparire più “morto” del solito, ma sto facendo il possibile per rimediare e mantenermi al passo…
Oggi propongo la recensione di uno di quei libri passati in sordina – secondo me– , ma che io ho adorato con tutta me stessa.
PS: come vedrete – forse – ho cambiato un pochino l’impostazione delle recensioni – se così posso dire… i miei rinnovamenti non sono un’eccellenza della grafica, ma ci si prova, insomma!

Theo fissò la stanza, gli occhi sgranati. «Perché non hai un divano?». Attraversò l’area soggiorno, completamente sgombra, e mi raggiunse in cucina. «Che cos’hai contro i mobili?».
Mi tolsi le scarpe, le raccolsi e le lasciai penzolare da un dito.
«Abbiamo venduto tutto quello che c’era qui quando ci siamo trasferiti. Bradley voleva che fosse un nuovo inizio. E quando tutto è finito io mi sono presa solo ciò che mi apparteneva prima ancora di incontrarlo. Quindi questo è il mio nuovissimo inizio». Sorrisi. Nella stanza degli ospiti un tempo c’era stata la mia libreria, ma presto quella sarebbe dovuta diventare la stanza del bambino. La maggior parte dei miei scatoloni era piena di libri. Dovevo trovare un posto in cui metterli, perché separarmene era fuori discussione. Erano parte di me, parte del mio passato. Avevo avuto moltissimi compagni di viaggio, da Kurt Vonnegut a Nora Roberts. Le loro storie mi avevano sempre fornito una via di fuga quando ne avevo avuto bisogno. Mi avevano dato speranza quando avevo avuto bisogno di sapere che esiste l’amore eterno. Per me un libro aveva il potere di cambiare il corso della mia vita, almeno mentre sprofondavo tra le sue pagine.
Camminai a piedi nudi lungo il percorso tra gli scatoloni che conduceva dalla cucina alla mia stanza da letto. «Ho grandi progetti per risistemare l’appartamento, ma finora ho messo a posto solo la camera da letto. È molto confortevole».
La verità era che casa mia aveva tutta l’aria di un luogo disabitato. Prima di metterla in vendita avevo dipinto le pareti di un colore neutro, per renderla più appetibile agli occhi dei potenziali acquirenti. La cosa buona era che così non avevo dovuto affannarmi a cancellare le tracce di Bradley. Sapevo che il prezzo che avevo stabilito era troppo alto, ma dal momento che quell’appartamento era il primo posto che era stato solo mio, esitavo ad allontanarmene. Con il senno di poi, mi chiesi quanta fiducia avessi nell’esito della mia storia con Bradley. Forse avevo sempre saputo che a un certo punto avrei avuto bisogno di una via di fuga. Strano come la vita possa tornare indietro sui propri passi. 
«Vieni». Feci strada fino alla camera da letto.

 

Titolo: La libreria dei desideri
Autrice: Claire Ashby
Editore: Newton Compton
Collana: Anagramma
Anno: 2016
Pagine: 350

Meg Michaels, giovane proprietaria di una libreria, si sta leccando ancora le ferite per aver chiuso, una dopo l’altra, due storie con due uomini sbagliati. Durante una festa a casa di amici conosce Theo Taylor, un medico dell’esercito in congedo, che per puro caso scopre il suo segreto: Meg è incinta. Theo è stato ferito in guerra e sembra un tipo scontroso e orgoglioso, ma nasconde in realtà un lato dolce, discreto e premuroso. Tra i due, giorno dopo giorno, nasce un legame strano, fatto di dettagli e confessioni, di comprensione… e di una straordinaria attrazione fisica che coglie entrambi di sorpresa. Tra uno scaffale da riordinare, una pila di bestseller da spolverare e una vita che nasce, Meg sarà capace di darsi di nuovo la possibilità di essere felice?

sep1

Questo libro è capitato al momento giusto.
Perfetto, oserei quasi dire, date le circostanze. Era come se fosse lì, nascosto in un angolo, ad aspettarmi, attendendo proprio me.
So che posso apparire completamente folle a personificare un romanzo – anche, se a dirla tutta, non è la prima volta che lo faccio e nemmeno me ne vergogno, parlando proprio sinceramente -, ma una serie di situazioni, attimi, fatti, avvenimenti che, praticamente, mi impongono di pensare che mi sia avvicinata a “La libreria dei desideri” nell’attimo più adatto della mia vita.
Fra l’altro era da un po’ di tempo che non mi occupavo di un libro sfuggito ai più, dunque, ancora di più lo ritengo come ideale per l’istante – il mio compito è anche questo, no? Rivelarvi chicche letterarie che non conoscevate o che, magari, vi erano passate inosservate -.
L’opera della Ashby è uno di quei romanzi che, in apparenza, può essere categorizzato come scontato e banale, privo di sostanza – o con molta poca, quantomeno -, leggero e, fondamentalmente, non interessante. In realtà è tutto fuorché ciò.
Qui parlo per esperienza, prima di tutto – come mi accade di fare di frequente, anche quando recensisco ciò che ho letto – : l’accettazione di sé è un percorso molto difficile, tortuoso, lungo e, spesso – se non sempre – logorante.
Meg si trova ad affrontare questo cammino in rapporto alla condizione di donna incinta e single e, sin dal principio della storia, il lettore è posto di fronte all’ardua scelta umana del “giudizio o meno”. Perché non è giusto o sbagliato giudicare una condizione simile, semplicemente è un atteggiamento tipico di tutti noi, e non dico propriamente mio – non per presunzione, ma non mi riesce naturale esprimermi nemmeno a pensiero se non conosco profondamente o se non ho modo di analizzare con cognizione di causa -, ma della gente, come si suole genericamente dire.
La protagonista è sola, nasconde la propria condizione, con il terrore degli sguardi altrui, delle parole, anche unicamente dei sussurri, finché non arriva il più improbabile uomo a convincerla che non va bene così, che la verità la renderà libera, eccetera eccetera… Un discorso che può sembrare scontato, ma che le servirà più di qualunque altro. Theo è l’inaspettato che giunge improvvisamente nell’esistenza di Meg e la trascina in un mondo che aveva quasi escluso ormai a priori, sentimenti, emozioni, amore, sensazioni quasi odiose agli occhi di chi si sente un disturbo, un disagio, anche solo per sé stessa.
Le loro storie sono unite da un filo invisibile, da ferite, profonde e diverse – Meg ed un uomo che le ha tutto dato e tutto tolto, e Theo, devastato non solo superficialmente, nel corpo, dalla guerra, ma anche segnato nell’animo – che sapranno curarsi a vicenda, col tempo, con la semplicità e la quotidianità, che non sono che i rimedi migliori, immediati ed accessibili.
Qui si parla di un’accettazione vicendevole di sé: imparare ad amarsi attraverso gli altri. E, secondo me, è un viaggio ancora più impegnativo, perché, se si tratta di noi, ci conosciamo, sappiamo come trattarci e, magari ci impieghiamo più tempo, ma alla fine ci ritroviamo e, al traguardo, ci amiamo un pochino, non ci disprezziamo più, o, almeno, non vorremmo prenderci a schiaffi ventiquattr’ore su ventiquattro. Quando, però, si tratta di compiere il medesimo percorso con l’aiuto – anche se non esplicito – di qualcun altro è tutta un’altra storia; ci sono in gioco equilibri e squilibri ed è sempre una gara quasi all’ultimo sangue, una battaglia a volte acerrima, a volte silenziosa, a volte nemmeno troppo utile.
Meg e Theo si ricostruiscono, rinascono, iniziano ad amarsi e si danno reciprocamente la possibilità di essere nuovamente felici; è come se ricominciassero e lo fanno assieme, con le proprie forze, anzi, cercando queste stesse forze l’uno nell’altra, giorno dopo giorno, anche negli sbagli, negli errori, riconoscendo il passato, imparando da esso, dimenticando e non dimenticando.
È vero che, spesso, troviamo le risposte in ciò in cui non ci aspetteremmo mai di trovarle e per me le parole della Ashby sono state, per certi versi, illuminanti, nella loro genuinità. L’amore fra Meg e Theo non è fatto di grandezze, di parolone, di gesti imponenti, ma le loro vite, i loro due caratteri, così opposti ma così simili, mi hanno insegnato che amarsi, volersi bene, ricominciare è più semplice di quanto si creda e che, da un momento all’altro, quando meno ce lo si aspetta, arriva quello che ci riempie l’esistenza non che prima non lo sapessi, ma ho avuto l’ennesima conferma ed, ultimamente, ho bisogno di sentirmelo ripetere-.

Voto: 8

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Personal Review #36: Confess

… rieccomi, tesori miei!
Come state? Io direi bene, non mi sentivo così serena da un bel po’e ne sono davvero stupita – non ero più abituata alla sensazione…
Oggi condivido con voi la recensione di un libro che ho amato con tutta me stessa – ma ormai non ci sono più dubbi sul fatto che le creature sfornate dalla penna di questa autrice imprimano nel mio cuore un’impronta indelebile -.
Vi lascio alla mia odierna review ed attendo vostri riscontri ♥ CONFESS

 

Titolo: Le confessioni del cuore
Autrice: Colleen Hoover
Editore: Leggereditore
Anno: 2016
Pagine: 280

A soli vent’anni, Auburn Reed ha già dovuto dire troppi addii ed è convinta di aver perduto tutto ciò che conta nella vita. Mentre cerca di ricostruire un destino che sembra sfuggirle tra le mani, decide che non potrà permettersi di cedere a errori e debolezze, tantomeno in amore. Quando mette piede nello studio d’arte di Owen Gentry, qualcosa d’inatteso scombussola i suoi piani: Auburn viene travolta da un’attrazione profonda che non avrebbe mai immaginato di provare. Forse, la vita le sta regalando la possibilità di lasciarsi andare e ascoltare il cuore, e per la prima volta lei decide di correre il rischio, assecondando i propri sentimenti. Ma Owen, affascinante ed enigmatico, sta nascondendo qualcosa. Ci sono segreti sepolti nel suo passato, segreti che è meglio non escano allo scoperto. Nonostante l’uomo sappia che l’unico modo per non perdere Auburn sia condividere con lei ogni aspetto della sua vita, è consapevole che la verità, come l’arte, si presta a interpretazioni contrastanti, e una confessione, talvolta, può ferire più di una bugia…

Colleen,
non ha senso scriverti in italiano, ma, concedimelo, non è solo il fatto che mi sono presa bene con questo sistema delle pseudo – lettera / recensione, ma soprattutto è che… sei TU. Ed ormai sei così profondamente entrata nella mia anima che mi viene naturale rivolgermi direttamente a te, senza dovere passare dal “Via”, come si fa a Monopoli.
In passato ogni volta che mi avvicinavo ad un tuo libro confesso di aver temuto il peggio. Si sa, quando si tratta di qualcosa a cui teniamo in modo particolare, la delusione è dietro l’angolo ed è sicuramente molto più dolorosa di ogni altra. Poi, dopo il tanto denigrato “Ugly love” ho smesso di preoccuparmi, avendo amato anche quel romanzo allo stesso modo – se non, per alcuni tratti, di più – degli altri ed ho affrontato diversamente “Confess”, ovvero con la certezza praticamente matematica che avresti toccato con la tua solita profonda ed impareggiabile delicatezza le corde della mia anima.
Così è stato, senza ombra di dubbio, senza nemmeno un secondo di incertezza, di vacillamento: ho profondamente amato ogni singola pagina del libro e, come ogni volta, mi ci sono rivista, vi sono entrata con tutta me stessa, con la mia vita, le esperienze, buone e cattive, il mio bene ed il mio male.
Pare quasi impossibile che uno scrittore riesca in maniera così devastante a penetrare nell’io del lettore, a sconvolgere, permettendogli di immedesimarsi in un personaggio, di entrare a far parte della storia, di viverne gli eventi in prima persona, provando ogni singolo sentimento, ciascuna emozione come se fosse propria. Tu, però, ci riesci, Colleen: sei nata con questo dono, molto probabilmente, e lo regali a chi ti legge, chi impara dalle lacrime, dal bruciore al petto, dai sorrisi naturali che l’amore di cui narri nelle sue infinite forme è perfetto e vero, reale, mai stucchevole, delicato e vivido.
Non riesco a spiegarmi come tu possa conoscere in questa maniera così intensa l’animo umana, come tu sia in grado di parlare di emozioni e sentimenti, ma probabilmente non c’è una ragione a tutto ciò: è il tuo Dono, appunto, e non ci sono motivazioni sottostanti, sei Tu e basta, tu e le tue pagine, tu che ti connetti senza forzature con l’animo dei lettori e non li lasci più scappare più.
Quando si tratta di te, Colleen, il mio cuore di pietra si scioglie.
Quando si tratta di te, perdo le parole per descrivere quanto ciò che scrivi mi appartenga e penetri dentro di me lentamente ed, allo stesso tempo, in maniera quasi distruttrice, senza darmi la possibilità non solo di respirare, ma anche solamente di riprendere fiato fra una riga e l’altra.
Quando si tratta di te, torno a credere nell’amore, quello vero, a sperare che ci sia una possibilità per me, che esista qualcosa di perfetto o, quantomeno, vicino a quell’incanto di cui tu parli sempre.
Mi inchino alla tua bravura, anche se definirla solo BRAVURA è quasi un insulto visto quanto sei straordinaria.
Mi brucia il petto e sto piangendo nuovamente mentre scrivo quella che dovrebbe essere una recensione al tuo libro e sta diventando un’ode a te ed alla storia che mi hai raccontato, che ci hai raccontato, ma non posso proprio farne a meno.
Ho amato Owen, follemente, con tutta me stessa, un uomo in tutte le sue sfaccettature, senza la necessità di compiere grandi gesti, amante dell’arte – splendida l’idea di inserire la pittura come “binario parallelo” al corso della narrazione ed ancora più eccezionale la storia dietro alle confessioni da cui nascono le opere di Owen, semplici foglietti di carta lasciati da sconosciuti che diventano molto di più di meri messaggi – e custode della vita, come mi è piaciuto definirlo al termine della lettura.
Ho amato anche Auburn, in cui mi sono rivista – per la prima volta anche fisicamente, lo confesso -, la sua forza, l’amore infinito nei riguardi della creatura che la lega al suo primo amore, un figlio che è tutto per lei e per il quale è disposta a rischiare tutto – e, credimi, riuscire a descrivere e rendere reale a parole il sentimento che si prova per il sangue del tuo sangue è quanto di più difficile possa esserci per un autore, ma tu ne sei Maestra -, ma anche il suo rimanere una ragazza, nei pregi e difetti, desiderosa di ricevere ancora amore.
Ho amato il loro amore, come si sono uniti, come li hai uniti, come se fossero fili di una medesima storia, parole di unico discorso, due capi di un lunghissimo filo destinati a ricongiungersi.
Questo è ciò che deve fare uno scrittore che vuole parlare d’amore. E lo dice una che di romantico ha poco e nulla.
Centri sempre l’obiettivo, non ne sbagli mai una, anzi, nemmeno mezza.
E mai sarei sufficientemente chiara a parole se continuasse a parlare di quanto amo TE e ciò che scrivi. Quindi mi fermo qua e professo per l’ennesima volta la venerazione immensa che nutro nei tuoi confronti.
Grazie, grazie davvero, Colleen.
Non smettere mai di scrivere, ti prego.

Claudia

Voto: 9 e mezzo

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