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Nibbles Nibbles # 9: Regina Rossa

Oggi ho deciso di stuzzicarvi un pochetto con questo libro che sto leggendo right here, right now.
Non vi dirò nulla di che, se mi ispira, se mi sta piacendo oppure no. Ho avuto modo di notare solamente che è molto discusso – soprattutto su Goodreads -, un sacco di opinioni ed impressioni contrastanti. Io ve ne regalo un pezzettino, valutate voi se siete invogliati a proseguirne la lettura.

Titolo: Regina Rossa
Autrice: Victoria Aveyard
Editore: Mondadori
Collana: Chrysalide
Anno: 2015
Pagine: 430
Il mondo di Mare Barrow è diviso dal colore del sangue: rosso o argento. Mare e la sua famiglia sono Rossi, povera gente, destinata a vivere di stenti e costretta ai lavori più umili al servizio degli Argentei, valorosi guerrieri dai poteri sovrannaturali che li rendono simili a divinità. Mare ha diciassette anni e ha già perso qualsiasi fiducia nel futuro. Finché un giorno si ritrova a Palazzo e, proprio davanti alla famiglia reale al completo, scopre di avere un potere straordinario che nessun Argenteo ha mai posseduto. Eppure il suo sangue è rosso… Mare rappresenta un’eccezione destinata a mettere in discussione l’intero sistema sociale. Il Re per evitare che trapeli la notizia la costringe a fingersi una principessa Argentea promettendola in sposa a uno dei suoi figli. Mentre Mare è sempre più risucchiata nelle dinamiche di Palazzo, decide di giocarsi tutto per aiutare la Guardia Scarlatta, il capo dei ribelli Rossi. Questo dà inizio a una danza mortale che mette un nobile contro l’altro e Mare contro il suo cuore. “Regina Rossa” apre una nuova serie fantasy dove la lealtà e il desiderio rischiano di esseri fatali e l’unica mossa certa è il tradimento.

L’ho già fatto un migliaio di volte prima d’ora: osservo la folla come farebbe un lupo con un gregge di pecore. Cerco l’anello debole, l’elemento più lento, il più ingenuo. Solo che in questo caso, credo di essere io la preda. Potrei scegliere un lestopasso, che mi acciufferebbe in quattro e quattr’otto, oppure, peggio ancora, un sussurrante, che mi sentirebbe arrivare da un chilometro di distanza. Persino la piccola telecinetica potrebbe battermi, se le cose dovessero mettersi male. Quindi devo essere più veloce che mai, più furba che mai e, quel che è peggio, più fortunata che mai. La situazione è snervante. Meno male che nessuno presta attenzione a un’umile sguattera rossa; in fondo, non sono altro che l’ennesimo insetto che si aggira ai piedi di quegli dèi.
Ritorno verso la piazza, con le braccia ciondoloni lungo i fianchi ma pronte a scattare. Di solito è questa la mia tattica: mi dirigo nelle zone più gremite e lascio che siano le mie mani ad afferrare borselli e a ripulire tasche, come delle ragnatele che accalappiano le mosche. Eppure non sono tanto stupida da provarci qui. Al contrario, mi mescolo tra la folla, in giro per la piazza. Ora che non sono più abbagliata dallo splendore di quello che mi circonda, guardo oltre, osservo le fessure nella pietra e gli agenti di sicurezza dall’uniforme nera che si nascondono nell’ombra. Il mondo argenteo, così surreale, si fa sempre più nitido. Gli argentei si guardano a malapena l’un l’altro e non sorridono mai. La bimba telecinetica sembra stufa di dare da mangiare a quella strana creatura e i mercanti non contrattano nemmeno sul prezzo. Soltanto i rossi sembrano davvero vivi, qui, sfrecciano intorno a uomini e donne che conducono una vita migliore della loro ma che si muovono al rallentatore. Nonostante il caldo, il sole e i gonfaloni dai colori sgargianti, non ho mai visto un posto così freddo.
La cosa che più mi inquieta sono le telecamere nere nascoste sotto i tendoni e nei vicoli. Al villaggio ce ne sono poche, posizionate intorno alla centrale degli agenti di sicurezza e nell’arena, mentre qui sono ovunque, sparse per il mercato. Mi sembra quasi di sentirle ronzare, a mo’ di avvertimento: qualcuno ti osserva.
La fiumana di gente mi trascina lungo la strada principale, davanti a taverne e caffetterie. Alcuni argentei sono seduti ai tavolini di un bar all’aperto, osservano i passanti e si gustano la loro bibita mattutina. Qualcuno guarda gli schermi appesi alle pareti o agli archi del portico. Ciascun monitor trasmette qualcosa di diverso, che va da vecchi incontri disputati nelle arene al telegiornale, a trasmissioni animate e dai colori sgargianti che non comprendo; nella testa, tutto mi si mischia in un’accozzaglia confusa di immagini. L’acuto lamento proveniente dagli schermi e il brusio distante delle interferenze mi fanno fischiare le orecchie. Non so come facciano loro a sopportare un tale baccano, eppure gli argentei non fanno una piega e ignorano quasi del tutto i programmi.
La Casa del Sole getta un’ombra scintillante su di me e mi ritrovo di nuovo a fissarla imbambolata. Poi, all’improvviso, un rombo sordo e continuo mi scrolla dal torpore. All’inizio sembra il ronzio che si sente nell’arena, quando hanno inizio le Gesta, ma ben presto mi accorgo che il suono è diverso. È più grave e profondo in qualche modo. Senza pensarci, mi volto verso la fonte del rumore.
Nel locale accanto a me, tutti i monitor si sintonizzano sulla stessa trasmissione. Non si tratta di un discorso del re, ma di un’edizione del telegiornale. Persino gli argentei si fermano a guardare in silenzio, rapiti. Non appena il rombo finisce, parte il servizio. Una donna dai capelli biondi e vaporosi appare sullo schermo. Legge da un foglio e sembra spaventata.
«Argentei di Norda, ci scusiamo per l’interruzione. Tredici minuti fa si è verificato un attacco terroristico nella capitale.»
Intorno a me, le persone sussultano e scoppiano in un brusio concitato.
Io non posso fare altro che sbattere gli occhi, incredula. Un attacco terroristico? Contro gli argentei?
Possibile?
«Si è trattato di un bombardamento organizzato, a scapito degli edifici governativi situati nella zona occidentale di Archeon. Secondo quanto riportato, il Tribunale reale, il Dipartimento del Tesoro e la reggia del Biancofuoco sono stati danneggiati, ma né la corte né i membri del consiglio erano riuniti in sessione, stamattina.» Poi l’inquadratura passa dalla donna alle immagini di un edificio in fiamme. Si vedono agenti di sicurezza che fanno evacuare il palazzo, mentre alcuni acquatici gettano acqua sul co per estinguere l’incendio. I guaritori, contraddistinti da una croce rossa e nera sul braccio, corrono avanti e indietro tra la folla. «La famiglia reale non si trovava all’interno del Biancofuoco e per il momento non ci sono vittime. Re Tiberias terrà un discorso alla nazione entro la prossima ora.»
Un argenteo accanto a me stringe il pugno e lo sbatte sul bancone, facendo incrinare la solida superficie di pietra. Un fortebraccio. «Sono stati i lacustri! Stanno perdendo su a nord, e vengono qui a spaventarci!» Qualcun altro si mette a urlare con lui e a imprecare contro le Terre dei Laghi.
«Dovremmo spazzarli via tutti quanti, spingerli verso Piana Erbosa!» rilancia un altro argenteo. Molti sono d’accordo ed esultano. Mi ci vuole tutto l’autocontrollo possibile per non rispondere male a quei vigliacchi che non vedranno mai il fronte, né manderanno i propri figli a combattere. La guerra decisa dagli argentei la stanno pagando i rossi con il proprio sangue.
Mentre le immagini continuano a scorrere e mostrano la facciata di marmo del tribunale che esplode e si polverizza o una parete in vetrodiamante che resiste a una palla infuocata, qualcosa dentro di me esulta. Gli argentei non sono invincibili. Hanno dei nemici, persone in grado di danneggiarli e, per una volta, non stanno usando i rossi come scudi umani.
La giornalista ricompare sullo schermo, più pallida che mai. Qualcuno fuori dall’inquadratura le sussurra qualcosa e lei scartabella i suoi appunti con mani tremanti. «Pare che un’organizzazione abbia rivendicato il bombardamento di Archeon» annuncia balbettando. Gli uomini intorno a me smettono di urlare, ansiosi di sentir pronunciare le parole in sovraimpressione sullo schermo. «Un gruppo terroristico che si fa chiamare la Guardia Scarlatta ha rilasciato pochi istanti fa questo video.»
«La Guardia Scarlatta?» «Ma che diamine…?» «Una specie di scherzo…?» Domande confuse si sollevano nel locale. Nessuno ha mai sentito parlare della Guardia Scarlatta, prima d’ora.
Ma io sì.
Farley ha usato quel nome riferendosi a se stessa e a Will. Ma loro sono entrambi dei contrabbandieri, non dei terroristi, e neanche dei bombaroli, o comunque li possano definire alla televisione. È una coincidenza, non possono essere loro.
Dallo schermo mi si para davanti un’immagine agghiacciante: una donna, inquadrata dalla telecamera traballante, con una bandana scarlatta legata sul viso che lascia intravedere soltanto i capelli dorati e gli occhi azzurri, pieni di entusiasmo. In una mano stringe una pistola e nell’altra una bandiera rossa sbrindellata. Sul petto è appuntato un distintivo di bronzo a forma di sole spaccato a metà.
«Noi siamo la Guardia Scarlatta e combattiamo per la libertà e l’uguaglianza tra le persone…» proclama la voce femminile. La riconosco.
È Farley.
«… a cominciare dai rossi.»
Non ci vuole un genio per capire che un locale pieno di argentei violenti e furiosi è l’ultimo posto in cui una ragazza rossa vorrebbe trovarsi. Ma non riesco a muovermi. Non riesco a staccare gli occhi di dosso dal viso di Farley.
«Voi vi credete i padroni del mondo, ma il vostro regno come sovrani e dèi è giunto al termine. Finché non ci riconoscerete come esseri umani, come vostri pari, porteremo la guerra alle vostre porte. Non su un campo di battaglia, ma nelle vostre città. Per le strade. Nelle vostre case. Voi non ci vedete, ma siamo dappertutto.» Il suo tono comunica autorità e sicurezza. «E sorgeremo, rossi come l’alba.»
Rossi come l’alba.
Il filmato finisce e la linea torna alla cronista bionda, che è rimasta a bocca aperta. Il resto della trasmissione viene sovrastato dai ruggiti feroci degli argentei nel locale, che pian piano si riprendono dallo shock e cominciano a sbraitare. Inveiscono contro Farley, la chiamano terrorista, assassina, diavolo rosso. Prima che il loro sguardo ricada su di me, scappo a gambe levate.
Ma gli argentei escono da ogni bar e caffetteria e si riversano lungo la strada principale, che va dalla piazza alla Casa del Sole. Provo a strapparmi dal polso il braccialetto rosso, ma quello stupido laccio non viene via. Vedo altri rossi infilarsi nei vicoli e dentro i portoni, fuggire. Non appena imbocco una viuzza secondaria, sento delle grida.
D’istinto, mi guardo alle spalle e vedo un argenteo che solleva un uomo, un rosso, per il collo. L’uomo implora l’aggressore di lasciarlo andare, lo supplica. «La prego, non lo so, non so chi diavolo siano quelle persone!»
«Cos’è la Guardia Scarlatta?» gli urla l’argenteo, che riconosco: è uno degli acquatici che, solo mezz’ora fa, giocava con i bambini. «Chi sono?»
Prima che il poveretto possa rispondere, gli arriva una secchiata d’acqua in faccia. L’acquatico alza la mano e il liquido trasparente si solleva e si rovescia di nuovo sul malcapitato. Altri argentei si riuniscono intorno a loro e sghignazzano soddisfatti, incitando il compagno. Il rosso tossisce e annaspa, cerca di riprendere fiato. Appena può, ribadisce la propria innocenza, ma l’acqua continua a piovergli addosso. L’acquatico, con gli occhi accesi dall’odio, non mostra alcun segno di volersi fermare. Attira l’acqua dai bicchieri sui tavolini e dalle fontane e gliela scaraventa addosso, senza sosta.
Lo sta affogando.

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Pills #6: Io, Romeo & Giulietta + La fuga di Logan + The maze runner – La fuga (The maze runner #2)

Appuntamento con le mie pillole che non si fa vedere (?) da un po’.
Quindi ho deciso di rimediare e compensare questa mancanza, anche perchè in tempi recenti ho letto tre libri al cui riguardo avevo intenzione di dire qualche parolina, senza riempirvi la testa (?) con una recensione intera ciascuno. Giusto per farvi sapere il mio pensiero – anche se, probabilmente, non ve ne può fregare di meno… -.
Lascio che i libri parlino (?) in questo caldo africano, di cui non mi lamento, perchè, per carità, ho sofferto troppo il freddo e va benissimo così!

Titolo: Io, Romeo & Giulietta
Autrice: Rebecca Serle
Editore: DeAgostini
Collana: Le gemme
Anno: 2015
Pagine: 317
Rose è una ragazza acqua e sapone. Frequenta l’ultimo anno di liceo, ha due amiche di cui si fida ciecamente, ma soprattutto ha Rob, suo confidente da sempre. Solo che, ultimamente, quando lo vede, lo stomaco le si contorce e lei non capisce più niente. Potrebbe fare il primo passo ma… Rob la invita a cena e succede proprio quello che lei sperava. Sembra l’Inizio di una favola d’amore perfetta, ma Rose non ha messo In conto l’arrivo di sua cugina In città: bella, blonda, affascinante e… diabolica, Jullet è una seduttrice nata. E al ballo della scuola, quando la magica atmosfera creata dalla musica e dalle Luci promette una notte romantica, Rose la sorprende proprio con Rob. Come se fosse stato stabilito dal destino che dovesse finire così, con un lieto fine per Rob e Jullet e non per lei. L’ultima parola però non è ancora stata scritta. La più grande storia d’amore di tutti i tempi – quella di Romeo e Giulietta – come non ve l’hanno mal raccontata.

Detto dal profondo del cuore, non mi aspettavo nulla di sensazionale da questo romanzo. Non che non fossi impaziente di leggerlo, perchè la trama mi ha sempre attirata – difatti lo ha anche citato tempo fa nella mia rubrica “Inspiring Books” -, tuttavia non avrei mai pensato potesse rivelarsi qualcosa di così piacevolmente inaspettato. La Serle è stata in grado, con una leggerezza di tratti incredibile, con una scrittura semplice ed immediata, vicina all’età della protagonista e pertanto genuina e pura, di far emergere lo Shakespeare che in pochi, anzi, direi, pochissimi avevano finora notato. In quanti hanno mai citato o nominato o parlato di Rosaline? Nella mia ignoranza vi direi nessuno, può essere benissimo che sia una mancanza, ma solitamente il fulcro dei discorsi letterari relativi alla grande tragedia è Giulietta. Qui, invece, il mondo descritto è quello della “seconda“, di quella “lasciata“, le sue sensazioni, le emozioni, gli occhi attraverso cui vediamo l’intero percorso appartengono a lei e ce la fanno amare. Mi sono innamorata di Rose, del suo essere ragazzina a tutti gli effetti, senza alcuna malizia, del cuore buono e sincero e degli affetti che la circondano. Mai avrei pensato che quello che, per lo più, solgo definire “romanzetto” – e non in senso dispregiativo, ma per la sua leggerezza di contenuti, senza alcun intenso particolarmente meditativo – potesse regalarmi ore di sorrisi e lacrime sentiti.

Titolo: La fuga di Logan
Autori: William Francis Nolan e George Clayton Johnson
Editore: Mondadori
Collana: Oscar
Anno: 1967
Pagine: 149
Nel 2116 la sovrappopolazione del pianeta ha reso necessario un intervento legislativo che ha fatto sì che ogni individuo abbia una vita massima prestabilita di 21 anni. Ogni individuo nell’ultimo giorno di vita (vale a dire al giorno precedente il suo ventunesimo compleanno) viene portato in un luogo in cui viene ucciso in una cerimonia. Il controllo dell’età è garantito tramite l’uso di cristalli colorati impressi nel palmo della mano destra di ogni individuo. Il colore del cristallo varia a seconda dell’età della persona che lo porta diventando nero nell’ultimo giorno. Molte persone non condividono questa politica e per evitare di farsi uccidere cercano di scappare, per questo esiste un corpo apposito di persone incaricate di catturare queste persone ed eliminarle tramite una speciale pistola. Logan 3 è uno di questi agenti, ma nutre una crescente simpatia per i fuggitivi e arrivato al suo Ultimo giorno decide di scappare anch’egli infilandosi in alcuni vecchi tunnel della metropolitana abbandonata in cerca della comunità di fuggitivi per potersi unire a loro.

Mamma mi ha consigliato per anni di leggere questo romanzo. Ciò perchè mi ha sempre vista appassionata del genere distopico, pertanto ha insistito affinchè aggiungessi ai miei “To be read” questa perla che lei assaporò da giovane. Primo: chapeau agli autori. Per i tempi una storia del genere è immensamente innovativa, e pur sapendo che il tema del futuro catastrofico e quanto ad esso collegato fosse già stato affrontato, la costruzione dell’impianto narrativo l’ho trovata assolutamente geniale. Questo è il fattore positivo. Per quanto riguarda poi la trama ed il contenuto mi spiace, ma non ne sono rimasta del tutto soddisfatta, probabilmente anche influenzata dall’idea di distopia a cui sono abituata io, ma ancor di più dalla mancata comprensione di una discreta parte dell’opera. Per essere papali papali: in alcuni punti non ho capito un accidenti di quello che gli scrittori stessero cercando di dirmi. Ci ho provato, lo giuro, ma ci ho rinunciato. Ho semplicemente continuato la lettura, augurandomi che le risposte giungessero alla fine. Nemmeno da dirvi che ho perso le speranze. In ogni caso credo che sia necessario leggerlo, anche solo per un mero confronto con i distopici di ora e nell’ottica di chi ora è consapevole di cose di cui allora nemmeno si immaginava l’esistenza.

Titolo: La fuga – The maze runner #2 
Autore: James Dashner
Editore: Fanucci
Anno: 2014
Pagine: 364
Il Labirinto e i viscidi Dolenti sono ben poca cosa se paragonati alla lunga marcia che la malefica organizzazione denominata C.A.T.T.I.V.O. ha pianificato per i pochi sopravvissuti che tiene prigionieri, i Radurai, attraverso la Zona Bruciata. La squallida landa inaridita da un sole accecante è sferzata da tempeste di fulmini, e popolata da esseri umani che l’Eruzione, il temibile morbo che rende folli, ha ridotto a zombi assetati di sangue. Nelle due settimane in cui dovranno percorrere i centocinquanta chilometri che li separano dal porto sicuro, la loro meta, tra cunicoli sotterranei infestati da sfere metalliche affamate di teste umane e creature senza volto dagli artigli letali, i Radurai dovranno dar prova del loro coraggio e dar voce al loro istinto di sopravvivenza. In questo scenario di desolazione, superando le insidie di città fatiscenti e foreste rase al suolo, il viaggio verso il luogo misterioso in cui potranno ottenere la cura che salverà loro stessi e il mondo diventerà per Thomas, Brenda, Minho e gli altri un percorso di scoperta del proprio mondo interiore, del limite oltre il quale è possibile spingere le proprie paure.

Penso che sia ormai superfluo ribadire quanto io ami James Dashner. L’ho fatto già sufficientemente intendere con la mia recensione a The maze runner, quindi diventerei ridondante. Però avevo bisogno quantomeno di parlicchiarvi – perdonate il neologismo – di questo secondo capitolo della saga. Questo perchè molti sono concordi nell’affermare che sia meno pregnante ed accattivante del primo. Ed io, ovviamente, mi discosto da questa opinione, non solo col senno di chi ha alle spalle un buon numero di trilogie il cui secondo capitolo consisteva davvero in una – scusate il termine – palla colossale, ma anche perchè, obiettivamente, è pieno di eventi, novità, sorprese tanto quanto il principio di tutto. Inchino ancora una volta all’autore, ai suoi metodi descrittivi ed alla sua narrazione che, anche se piena di ansia, è sempre impeccabile.

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Personal Review # 20: Nemmeno in paradiso

Siamo in estate, questo ormai è appurato – facendo i dovuti scongiuri, ovviamente -.
Nonostante i miei futuri, ma ancora eventuali impegni di studio mi sono già fatta una lista nella lista di libri da spulciare. Ho intenzione da lasciare un ovvio spazio giornaliero alla lettura…. Ma è superfluo dirlo, no? Se non leggo almeno una volta al giorno, anche solamente qualche paginetta, mi sento vuota credo sia la millesima volta nella mia vita che lo preciso… no, probabilmente la milionesima -.
Visto che vi ho parlato di estate, oggi è protagonista un libro estivo. Nel senso che una buona parte di esso è ambientato nei mesi estivi, anche se la storia abbraccia un periodo di tempo decisamente più ampio. Non posso che anticiparvi che l’ho amato e l’ho letteralmente divorato – come, fra l’altro, avevo previsto -.
Vi lascio in sua compagnia!

Titolo: Nemmeno in paradiso
Autrice: Chelsey Philpot
Editore: De Agostini
Collana: Le gemme
Anno: 2015
Pagine: 342
Charlotte Ryder sa già tutto sul conto di Julia Buchanan prima ancora di conoscerla. Prima ancora di doverla ospitare una notte in camera sua, nel dormitorio del St. Anne College. I Buchanan sono il tipo di famiglia che non passa inosservata. Persino la preside Mulcaster è solita interrompere a metà un discorso per guardarli scendere, uno dopo l’altro, dalla loro lussuosa macchina nera. Per i Buchanan frequentare il St. Anne è come vivere in un acquario: tutti sanno tutto di loro. O almeno così crede Charlotte. Ma quello che non si aspetta, arrivando al St. Anne dal lontano New Hampshire, è di poter diventare la migliore amica di Julia Buchanan. Di essere inghiottita nel suo mondo abbagliante, fatto di feste ininterrotte, fiumi di champagne, appuntamenti notturni e incontri segreti. Un mondo in cui all’improvviso anche l’amore sembra a portata di mano. Perché quando Charlotte conosce Sebastian, il fratello di Julia, crede di avere finalmente tutto ciò che ha sempre desiderato. Presto però l’idillio si spezza. E davanti agli occhi di Charlotte si spalanca una tragedia. Un terribile segreto annidato dietro lo sfarzo che illumina le esistenze dei magnifici Buchanan…

Gli young adult che si occupano di saghe famigliari vanno presi con le pinze. Mi spiego: non si tratta solo della facilità in cui si rischia di cadere nel banale – mi riferisco non solo all’ “arma” della tragedia, spesso inserita senza alcun filo logico, al fine di rendere più accattivante la trama, ma con il risultato finale di appiattirla e assimilarla a tantissime altre -, ma anche dei luoghi comuni spesso adottati dagli autori per raccontare le storie.
Non priva di queste cautele mi sono avvicinata al romanzo della Philpot, anche testimone della lettura di altre mie “colleghe” che affermavano si trattasse di una copia con qualche piccola modifica qua e là de “L’estate dei segreti perduti” di Emily Lockhart. Purtroppo, non ho ancora avuto l’occasione di leggere questo libro, lo farò a breve, quindi non ho i mezzi necessari e sufficienti – come soliamo dire spesso noi giuristi – per i dovuti paragoni, tuttavia emergo da una lettura profondamente piacevole, quindi mi sento di difendere il romanzo sotto svariati punti di vista.
Prima di tutto, spezzo una lancia a favore dell’ambientazione – non ne parlo quasi mai, lo so, mea culpa, ma stavolta desidero farne almeno cenno – : ho apprezzato le descrizioni dei luoghi, le atmosfere, ogni città, edificio, stanza in cui si svolge l’azione: quindi, già primo punto in favore dell’autrice.
Secondariamente, giungiamo alla trama tanto – o almeno, discretamente (?) – discussa. Come già accennato poco sopra, risultare originali quando si raccontano storie famigliari ed in particolare di adolescenti per così dire problematici non è semplice, ma la Philpot ci è riuscita nel migliore dei modi, rendendo ogni evento concatenato all’altro, azione e reazione, impulso e conseguenza; ogni comportamento dei protagonisti ha un retroscena, un suo perchè, una motivazione che è tutto fuorchè superficiale.
Ottime sono le caratterizzazioni dei personaggi, e meravigliosi loro stessi in quanto tali; confesso che, di primo acchito, non ho per nulla apprezzato la famigerata Julia Buchanan, l’amica dei sogni di Charlotte, questo fulmine a ciel sereno, un terremoto, il tornado che sconvolge l’ultimo anno di liceo della protagonista. Tuttavia, nel corso del romanzo, ho imparato ad apprezzarla ed ho finito per amarla, capirla ed identificarmi in quella parte di lei che tanto è sole all’esterno, energia pura, vita e luce, ed è buio, ombra, oscurità all’interno. Non è mai immediato conoscerla, Julia non è quella che sembra e quando si crede di averla compresa fino in fondo, fa qualcosa che sconvolge, si comporta in modo totalmente inaspettato, e non unicamente perchè è una ragazza imprevedibile, ma perchè ciò che cela dentro di sè è più grande di lei e preferisce tenersi per sè il marcio che la logora piuttosto che esternarlo. La sua maschera di perfezione la accompagna per una buona parte della storia, anche se non è destinata a durare in eterno.

Proprio sotto la mia finestra scorsi una figura minuta con la testa appoggiata alle ginocchia e le mani aggrappate al muro retrostante, come se quello fosse l’unico appiglio che le impediva di andare alla deriva.
«Hooper, vieni subito qui!» La voce della preside Mulcaster era più vicina. Riuscivo a immaginarmela, in piedi sulla veranda, con gli occhi ridotti a una fessura nel tentativo quasi impossibile di individuare il cagnolino nero nel buio della notte. Mi abbassai di scatto e procedetti a piccoli passi, affondando le mani nella terra morbida per mantenere l’equilibrio, finché raggiunsi la ragazza piegata su se stessa.
«Ehi» sussurrai «stai bene?» I capelli folti e scuri le cadevano intorno al viso come una tenda. Staccò una mano dal muro per allontanare alcune ciocche dalla guancia e mi sbirciò da sotto il braccio magro. Avevo ragione. Avevo sentito la sua voce molte volte prima di allora, ma non l’avevo mai vista da vicino. I suoi occhi scuri erano arrossati, e gli zigomi affilati, assieme all’abbronzatura delle vacanze di Pasqua, ormai sbiadita, li facevano sembrare enormi. Aveva il naso un po’ troppo grande per il suo viso, ma questo la rendeva più che bella. La rendeva interessante. Mi fissò per diversi secondi, scrutandomi così intensamente che avrei voluto scomparire nell’ombra, poi mi chiese: «Sai chi sono?» Annuii. Certo che lo sapevo. «Magnifique, perché non vorrei essere maleducata, ma ora come ora non ho la più pallida idea di chi tu sia. Merde! Credo di non avere ancora finito…» Si alzò barcollando, appoggiò una mano al muro e mi vomitò sulle pantofole quello che le era rimasto nello stomaco.
«Cavoli» disse, ancora piegata in due, «spero che tu non le avessi pagate molto.»
Inspirai rapidamente dalla bocca, pregando che i noodles istantanei che avevo mangiato in aula studio restassero dov’erano. «Tranquilla, sono stravecchie. Muoviamoci, prima che la Mulcaster ci veda.» Come a confermare i miei timori, sentimmo la preside che urlava: «Dannazione, Hooper!», e poi le sue scarpe da ginnastica che sbattevano sugli scalini di legno. La ragazza annuì debolmente e si raddrizzò. Sapevo che era bassa, ma anche così mi arrivava a malapena alla spalla, e dovetti curvarmi per prenderla sotto braccio e sorreggerla. Ci trascinammo lentamente fino alla porta del dormitorio, dove scalciai via le pantofole e le gettai nel bidone della spazzatura sotto il cartello che indicava l’uscita. In camera, la feci sedere sul mio letto e accesi la lampada da scrivania al minimo dell’intensità. Rimase quasi immobile mentre le toglievo i vestiti sporchi, e quando le misi una maglietta tese le braccia verso l’alto come una bimba che aspetta di essere presa in braccio. «Sei così bella. Così alta» mi disse, ricadendo di peso sul letto. «Mia sorella era alta. Tutti gli altri sono alti.» La sua espressione divenne pensierosa. La spinsi con delicatezza verso il centro del letto, in modo tale che non rischiasse di cadere, poi mi levai la camicia e i jeans.
«Giusto perché tu lo sappia, prima che ci accoccoliamo sotto le coperte» biascicò «a me piacciono le ragazze. Mi piacciono… in quel senso.»
«Shhh.» Mi portai un dito alle labbra, ma lei aveva già gli occhi chiusi. «Lo so.»
Si addormentò mentre ero in bagno a lavarmi i piedi. Cercando di non far rumore, tornai indietro lungo il corridoio, aprii di pochi centimetri la porta che dava sul cortile e raccolsi dal vialetto un sasso bianco dalla forma perfetta. Continuai a muovermi in punta di piedi anche quando rientrai in camera e infilai il sasso nel vecchio porta-attrezzi di legno che tenevo nell’armadio, accanto al borsone da viaggio. Non mi serviva un ricordo tangibile di quella notte, per non dimenticarla, ma ne volevo uno comunque. Mi rannicchiai nella parte del letto più vicina al muro, scavalcando la ragazza. Il suo corpo minuto occupava a stento un terzo del materasso a due piazze. Prima di chiudere gli occhi guardai Rosalie. Si era tirata fin sopra la testa la trapunta con la bandiera canadese. Il giorno dopo avrei dovuto fare i conti con una compagna di stanza di pessimo umore.
Rimasi sveglia a lungo, a causa della strana sensazione di avere qualcuno sdraiato accanto, così vicino. Al mattino, l’unico segno che Julia Buchanan fosse mai stata lì era l’impronta della sua testa sul cuscino, di fianco alla mia.

Amicizia, quasi fino all’ossessione, vite intrecciate ed amori sono avvolti in un unico filo conduttore che la Philpot sa ben condurre e districare; come non innamorarsi di Sebastian, bellissimo quanto imperfetto, normale quanto fuori dal comune? Il dilemma di Charlotte – che potrebbe diventare anche quello del lettore stesso – si concretizzerà in mille domande, tutte dal medesimo sapore: “Sono degna di questo mondo? Ne faccio davvero parte? Perchè io?“.
I Buchanan sono l’inaspettato, il travolgente, non solo ricchezza ed apparenza, mondanità ed esteriorità: dietro c’è il non detto, il non raccontato e probabilmente è proprio quella magia del nascosto che li avvolge a renderli così affascinanti. Come ne “Il pifferaio magico” i topi vengono sedotti ed incantati dalla musica del suonatore, così Charlotte viene totalmente catapultata in una famiglia – in cui ciascuno ha un proprio soprannome con una storia speciale alle spalle – che non è la sua, che è totalmente diversa dalla sua e che in apparenza e solo in apparenza è l’immagine dell’unione e della forza. La protagonista si sentirà perennemente in disequilibrio fra il non sentirsi all’altezza ed il fascino che la sua amica esercita su di lei, un fascino che, come già detto, è quasi ossessione, dipendenza, nonostante l’affetto e quell’immediato, inspiegabile attaccamento fra due persone così agli antipodi, ma, in fondo, così simili.

Duecento, forse trecento persone avevano invaso il prato. Difficile dire quante fossero. La festa era affollatissima e allo stesso tempo disseminata sull’intera proprietà. Nel corso della giornata Arcadia si era trasformata. I cespugli che circondavano la veranda e il cottage di Sophie erano coperti di lucine bianche. I tavoli alti, con lunghe tovaglie avorio che sfioravano l’erba come strascichi di abiti da sposa, erano decorati da lanterne blu al cui interno brillavano candele bianche. Gli addetti al catering portavano in giro vassoi, e nella parte anteriore della veranda era stato allestito un angolo-bar con tanto di barista dall’aria vivace quanto quella di un pezzo d’arredo. Uomini in completi estivi e donne con abiti leggeri e vaporosi che frusciavano al minimo movimento erano radunati in gruppi, intenti a chiacchierare, mentre in sottofondo si sentiva l’accompagnamento musicale di un quintetto collocato su una piccola pista da ballo, sotto un tendone color panna. L’aria salmastra si mescolava al profumo dolce dei fiori bianchi intrecciati alle foglie e avvolti intorno alla ringhiera della veranda, all’intensa nota muschiata di fragranze costose e all’odore pungente e balsamico del gin. Persino l’oceano sembrava sapere che quella sera i Buchanan davano una festa. Invece di infrangersi sul pontile e schiaffeggiare la riva, le onde lambivano dolcemente la sabbia.
Vicino al tendone, vidi Piper circondata da Eun Sun e da un gruppetto di altre allieve del St. Anne. I suoi capelli biondi erano raccolti in un complicato intreccio di riccioli in cima alla testa, e lei continuava a girarsi da una parte e dall’altra per scrutare la folla. Riconobbi alcune ragazze della Pembroke Hall. Guardavano tutte Piper con un misto di timore e meraviglia, seguendone ogni movimento delle mani. Lei mi vide mentre stava finendo di raccontare qualcosa, e fu come se le avessero rovesciato addosso un secchio di acqua gelida. Abbassò le braccia, serrò le labbra e il suo sguardo diventò di ghiaccio. Fui percorsa da un brivido. Eun Sun si voltò verso il punto che Piper stava fissando, si accorse di me, scosse la testa e poi la costrinse a spostarsi in modo da darmi le spalle. Mi odiava. Non sapevo perché, e non potevo farci niente.
Sentii la voce di Boom provenire da un punto imprecisato al centro della folla, simile a una sirena per la nebbia su un mare piatto. Sophie indossava i suoi tacchi esagerati. Affondavano nell’erba come i picchetti di una tenda, mentre parlava con un bell’uomo in abito scuro. Riconobbi un’attrice, aggrappata al braccio di un tizio attraente e abbastanza giovane da poter essere suo figlio. Vidi una donna anziana con così tante collane d’oro che o erano false, pensai, oppure doveva avere appena svaligiato una gioielleria. Un gruppo di ragazzi della mia età sbucò all’improvviso da dietro il cottage di Sophie, le cravatte già allentate e i pantaloni cadenti. Quando mi passarono accanto avvertii la puzza inconfondibile della marijuana. Sulla pista da ballo, un uomo brizzolato con un taglio di capelli da politico si stava sbottonando la camicia e agitava le braccia come un’anatra che cerca di spiccare il volo in mezzo al fango, mentre la sua partner faceva ondeggiare la gonna e dimenava un pugno nell’aria, su e giù. Dal bar allestito vicino al vialetto arrivò un rumore di vetri infranti, ma nessuno smise di chiacchierare e qualcuno non si voltò nemmeno. L’aria era densa di musica, urla e di qualcosa che non riuscivo a identificare esattamente: una sensazione di felicità, ma una felicità con qualcosa in più, un senso di gioia che aveva ancora più valore proprio perché era del tutto effimero. Era una scena che doveva essere dipinta da lontano, perché da vicino i colori avrebbero iniziato a confondersi. Era bella e folle. Scandalosa ed elegante. Era, come Julia aveva promesso, un spectacle de merde. […….]
Quando Julia raggiunse i margini della festa, si avvicinò rapidamente a un cameriere e prese tre flûte piene, poi si girò e ne diede una a me e una a Sebastian. «Cin-cin. È il momento di “Prova a battermi”.» Prese un lungo sorso. Sebastian, di fianco a me, gemette. «Non stasera, Scricciolo. Mamma ci ucciderà.»
«Prova a battermi? Cos’è?» domandai. Lui fece schioccare la lingua e scosse la testa.
«C’è troppa gente, non ci vedrà nemmeno» rispose Julia, guardandolo da sopra il bordo del bicchiere. «Bene. Comincio io.» Gettò nell’erba la flûte quasi vuota, sollevò l’orlo del vestito da una parte e se lo infilò nell’elastico delle mutande.
«Julia!» esclamai, facendomi andare di traverso lo champagne. «Che stai facendo?» Lei sorrise, alzò le spalle e si avviò verso un gruppo di ospiti: due donne con dei prendisole a fiori, un uomo con il farfallino e un altro signore dalla postura talmente rigida che sembrava avesse un bastone incollato alla schiena. Toccò il braccio della signora con i capelli d’argento e indicò i vistosi anelli che indossava. Dopo pochi secondi stavano chiacchierando animatamente, gesticolando entrambe.
«E adesso?» bisbigliai a Sebastian.
«Adesso devo provare a batterla» rispose con un lamento.
Quando Julia si congedò e iniziò a dirigersi verso un altro gruppetto di ospiti, la donna con cui aveva parlato si portò una mano alla bocca e i due uomini per poco non si strozzarono con i loro drink, vedendo il vestito infilato dentro un paio di mutande giallo chiaro. L’altra signora si sporse in avanti come se volesse fermarla, ma Julia fu risucchiata dentro un nuovo capannello di persone e cominciò a conversare con un uomo dalla testa lucida quanto i suoi denti candidi.
«Okay» sospirò Sebastian.
«Cos’hai intenzione di fare?»
«Be’, non posso lasciarla vincere.» Bevve un altro sorso di champagne e si versò il resto sul davanti dei pantaloni.
«Sebastian?»
«Sì?» chiese, raddrizzandosi la cravatta.
«Sai cosa sembra, vero?»
«Ringrazia solo che non mi sia servito anche il tuo champagne. Bene, vado da Scricciolo.» La raggiunse a passo svelto, si presentò agli ospiti e le mise un braccio sulle spalle. L’uomo accanto a lui cercò di dirgli qualcosa nell’orecchio, ma Sebastian lo liquidò con un gesto della mano e si rivolse alla donna che aveva di fronte, una robusta signora nera di mezz’età con i capelli riccissimi. Julia, al suo fianco, giungeva e disgiungeva le mani. Era l’anima del gruppo. Il centro della conversazione. Nessuno incrociava i loro occhi, a parte un anziano chino su un bastone che annuiva a ogni parola di Julia.
Quando Cordelia corse giù dalla veranda e si piazzò vicino a Sebastian con una striscia di carta igienica lunga un metro attaccata a una scarpa, la risata che aveva iniziato a ribollirmi nella pancia eruppe dalle mie labbra. Sebastian cinse la sorellina con l’altro braccio e continuò a chiacchierare con gli ospiti allibiti.
Provai ad asciugarmi le lacrime, ma dovetti tenermi lo stomaco con entrambe le mani per riuscire a respirare. Non vidi Sophie, la signora Buchanan né Boom, ma sulla veranda c’era Bradley, che parlava con una donna nell’angolo-bar. Scosse la testa, però sorrideva.
Se dovessi indicare un momento preciso, stabilire l’istante esatto in cui accadde, direi che fu quella sera, quando Julia, Sebastian e Cordelia, l’uno accanto all’altra, sfidarono chiunque a dire qualsiasi cosa a uno loro. Fu quella sera che mi innamorai dei Buchanan.

Contra mundum, si dicono le due ragazze. E’ il loro mantra, il loro simbolo e le accompagnerà nel corso delle loro avventure, nei meandri del loro rapporto, così denso, pregno di vita, di sensazioni e di emozioni raccolti in un brevissimo lasso di tempo.
Tragedia, dolore, dietro ad una facciata fiabesca, ma anche amicizia, amore ed è tutto così naturale, scorrevole nella narrazione che nemmeno ce ne rendiamo conto. Crescita, maturità prima del tempo, ferite non sanabili: non tutte le risposte ci verranno fornite, ma perchè non darle attraverso una nostra ricerca personale – in fondo, i libri non servono anche a questo? – ?
Sarebbe troppo semplicistico definire “Nemmeno in paradiso” una storia come tante altre. Un pizzico di irrealtà è doverosa in romanzi del genere, tuttavia, analizzando ogni personaggio – Julia, Charlotte, Sebastian, Boom, Cordelia… – ho trovato mille spunti di riflessione, su me stessa, su ciò che mi circonda.
Credo che, talvolta, bisogni andare un po’ più in là, oltre le apparenze, oltre quello che semplicemente leggiamo, magari immedesimandoci un po’ di più, magari solo soffermandoci su alcuni momenti del testo che possiamo collegare a nostri ricordi, a ciò che ci è accaduto. Ed è lì che si può trovare una dimensione in cui amare un libro, in tutto quello che è.
Io l’ho trovata, immediatamente e mi auguro che, leggendo questo piccolo gioiello, lo facciate anche voi.
Voto: 8 e mezzo 

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VideoReview: The program (The program #1)

Bentornati alla sagra dell’imbarazzo. Divertitevi, con i miei sproloqui.

Titolo: The program – The program #1
Autrice: Suzanne Young
Editore: De Agostini
Collana: Le gemme
Anno: 2015
Pagine: 448
Sloane sa perfettamente che nessuno deve vederla piangere. La minima debolezza, o il più piccolo scatto di nervi, potrebbero costarle la vita. In un attimo si ritroverebbe internata nel Programma, la cura ideata dal governo per prevenire l’epidemia di suicidi che sta dilagando fra gli adolescenti di tutto il mondo. E una volta dentro, Sloane dovrebbe dire addio ai propri ricordi… Perché è questo che fa il Programma: ti guarisce dalla depressione, resettandoti la memoria. Annullandoti. Così, Sloane ha imparato a seppellire dentro di sé tutte le emozioni. Non vuole farsi notare, non ora che suo fratello è morto e lei è considerata un soggetto a rischio. L’unica persona che la conosce davvero è James, il ragazzo che ama più di se stessa. È stato lui ad aiutarla nei momenti difficili, lui a farle credere che ci fosse ancora speranza. Ma, quando anche James si ammala, Sloane capisce di non poter più sfuggire al Programma. E si prepara a lottare. Per difendere i propri ricordi, a qualunque costo.

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Personal Review #19: Noi due ai confini del mondo – Amy & Roger’s Epic Detour

Miei amati lettori, rieccomi qui!
Come ve la state passando? Io piuttosto bene, nonostante i mille pensieri che la testa che non riesco mai a togliere, ma sono abituata a conviverci, fa parte del mio maledetto carattere.
Come vi avevo promesso qualche tempo fa, sono qui per parlarvi di un libro che ho amato tantissimo e che mi è particolarmente rimasto nel cuore. Una lettura semplice, veloce e assai piacevole: mi aspettavo molto e molto ho avuto.

Titolo: Noi due ai confini del mondo – Amy & Roger Epic Detour
Autrice: Morgan Matson
Editore: Newton Compton
Collana: Anagramma
Anno: 2015
Pagine: 414
Amy Curry pensa che la sua vita sia uno schifo. Suo padre è recentemente scomparso in un incidente d’auto e sua madre ha deciso di trasferirsi dalla California al Connecticut, proprio durante il suo ultimo anno di scuola. Il viaggio in macchina per raggiungere la costa opposta degli Stati Uniti è lunghissimo, e con lei ci sarà Roger, figlio di un’amica della madre, che Amy non vede da quando erano bambini. Perciò, quando se lo trova di fronte, Amy ha uno strano sussulto, che però è brava a nascondere. La verità è che non è esattamente entusiasta all’idea di attraversare il Paese con qualcuno che non conosce, ma la strada è infinita e bisogna darsi il cambio alla guida. Il tragitto scrupolosamente programmato da sua madre viene però completamente stravolto, via via che l’iniziale diffidenza tra i due diventa simpatia, e il viaggio si trasforma, ora dopo ora, in qualcosa di diverso, molto speciale e più profondo…

Fin dal momento in cui mi sono meramente avvicinata alla lettura della trama, sapevo che sarebbe stato il romanzo per me. Certo, come tendo a sottolineare di frequente, è capitato – e non di rado – che venissi delusa nelle mie aspettative, ma mi sono fidata del mio sesto senso – insomma, dopo tutti questi buchi nell’acqua, era doveroso dargli una seconda chance. Trip on the road: ecco la premessa in brevissimo. Ed a proposito di quanto poco fa stavo accennando, sono reduce da poco tempo dall’amarezza lasciatami da “Where the road takes me“, che mi ha illusa con l'”etichetta” di “romanzo di formazione sulla strada” ed in realtà si è rivelato qualcosa di opposto, totalmente diverso e nemmeno in un singolo particolare riconducibile a questa definizione.  Nonostante ciò, non mi sono fatta “prevenire” ed ho fatto sì che l’istinto mi guidasse – oltre che, ovviamente, un’influenza in una certa qual percentuale da parte delle mie amiche che lo avevano già letto -.
Partiamo dal titolo – era da un po’ che non vi tormentavo con questa mia “passione insana”, vero? -. La traduzione italiana fa, come pressoché sempre, venire i brividi. A tal proposito vorrei citarvi un aneddoto a riguardo – so che non ve ne potrà fregare di meno, ma serve a farvi comprendere quanto questi titoli siano devianti -. Qualche settimana fa ho partecipato con i miei genitori – lettori accaniti anche loro, come già vi raccontai: da qualche dovrò aver pur preso… ! – al Salone Internazionale del Libro di Torino e, fermatami proprio davanti a questo libro, tentavo di spiegare loro quanto “Noi due ai confini del mondo” lo facesse apparire come un romanzuccio di poco conto, quando in realtà il suo contenuto fosse pieno, pieno di tutto. Vi lascio immaginare l’espressione ed il commento di mamma e papà, ma in fondo non posso biasimarli. L’idea della deviazione, del detour, così fondamentale e presente nel titolo originale, perde tutto il suo senso nella traduzione italiana. Ed invece è il punto centrale della trama, il fulcro illuminante, ciò che rende così diversa e così piena, come dicevo prima, l’intera storia.
Amy e Roger devono viaggiare da una parte all’altra degli Stati Uniti, e, di per sè, in superficie, questo attraversamento potrebbe apparire come un percorso noioso, pesante, lungo, a fianco di uno sconosciuto, e, per di più, reso ancora più logorante dai dolori personali di ciascuno, da due vuoti immensi e differenti, nella loro natura e portata, ma che segnano profondamente gli adolescenti protagonisti.
Lei, reduce dalla perdita del padre, di cui si sente responsabile, della quale nemmeno riesce a fare cenno, e dalla quale ne è uscita completamente cambiata, oltre che vuota, sola, con una madre ed un fratello lontani – quest’ultimo alle prese con problemi più grandi di lui -. Lui, abbandonato dalla fidanzata, anch’egli privo di certezze, di una vera direzione, in cerca di risposte che non ha, di spiegazione di qualche colpa sua personale che, in verità, non ci sono. Ed è proprio questa partenza che renderà il viaggio un insieme di passi verso la crescita.
Entrambi si apriranno, l’un l’altro, ma anche apriranno semplicemente il cuore a sè stessi, si libereranno dalle proprie paure, dai propri gravami dell’anima in diverso modo, con diversa intensità e ciascuno con i loro tempi. L’opportunità di vivere assieme la transizione sarà la chiave per farli avvicinare, per legare due anime apparentemente così lontane e distanti, ma, nel profondo, fondamentalmente affini.

«È una persona?», chiesi, sbadigliando, al sesto giro delle Venti Domande, il gioco che stavamo
facendo. 
«Sì», rispose Roger. «Diciannove. Sveglia, Curry!».
A quell’espressione sorrisi e accadde in modo automatico, e mi sorprese a tal punto che smisi
all’istante di sorridere.
«È vivo?», domandai.
«No. Diciotto».
«È maschio?»
«Sì. Diciassette».
Guardai Roger: non sembrava più a rischio di addormentarsi al volante.
Avevo imparato a mie spese che gli studenti di storia avevano un netto vantaggio quando partecipavano a giochi tipo Venti Domande. Ma cominciavo a farmi un’idea del tipo di risposta che continuava a scegliere.
«È un esploratore?». Roger mi lanciò un’occhiata, inarcando un sopracciglio: forse l’avevo un
po’ colpito. «Sì. Sedici».
Aveva già scelto Drake, Livingstone, e Sir Edmund Hillary. Tirai a indovinare e sperai che fossela risposta giusta, poiché non sapevo quanti esploratori conoscesse. «È Vasco de Gama?». Lui sospirò, ma sembrava felice. «Hai indovinato con cinque domande», osservò. «Brava. Tocca a te».
«Perché sei fissato con gli esploratori?», chiesi, immaginando che quattro di fila dovessero essere una sorta di tema conduttore, e non una semplice strategia per continuare a sconfiggermi. Roger alzò le spalle, un po’ imbarazzato. Si passò una mano tra i capelli, che si alzarono in piccoli ciuffi sulla testa. Provai l’impulso di allungare una mano e lisciarglieli. Ma lo soffocai all’istante.
«Mi hanno sempre affascinato. Sin da quando ero piccolo. Amavo l’idea che la gente potesse fare scoperte. Che qualcuno potesse vedere una cosa per primo. O vedere qualcosa che nessun altro è stato in grado di vedere».
«È per questo che ti sei iscritto a storia?».
Sorrise senza guardarmi. «Forse. Da bambino ho cominciato a leggere la storia come se fosse un manuale di istruzioni, provando a immaginare cosa facessero tutti quegli esploratori in modo da poterlo fare anch’io. Un tempo ero persuaso che avrei scoperto qualcosa di molto importante».
«Ma ormai è stato scoperto tutto», notai. Mi girai per guardarlo in faccia un po’ meglio: tirai la cintura per allentarla un po’ e mi appoggiai di nuovo al finestrino.
«Be’, tecnicamente», mi rispose, senza dare l’impressione che la cosa lo infastidisse. «Ma penso che ci siano ancora tante cose da scoprire. Bisogna solo essere attenti». Alzai un ginocchio e vi appoggiai il mento, riflettendoci su. «Caspita, ho parlato un sacco», osservò con una risata. «Tocca a te. Raccontami qualcosa di te».
Era assolutamente l’ultima cosa che desiderassi fare, in quel momento o in qualsiasi altro. «Oh, non saprei», borbottai. «Non ho scoperto niente».
«Non ancora», sottolineò Roger con enfasi, e io mi ritrovai a sorridere di nuovo. Ma poi lo guardai, con quegli occhiali da supplente di matematica e l’espressione piena di speranza, e il mio sorriso svanì. Ancora non aveva imparato che le cose non vanno per il verso giusto solo perché si desidera che così sia.
«Giusto», replicai, allungando la mano per alzare il volume della canzone che stavamo ascoltando: parlava di un falso impero e, al secondo ascolto, avevo scoperto che mi piaceva davvero.
«Ma parlavo sul serio», insisté lui.
«Dimmi qualcosa di te. Qual è il tuo… più grande rimpianto?».
Non mi aspettavo quella domanda, ma sapevo quale era la risposta, e chiusi gli occhi per respingerla. Quel mattino di marzo, con le infradito; i piedi che affondavano nell’erba tagliata. L’unica cosa a cui non volevo proprio pensare.
Aprii gli occhi e lo guardai. «Non ne ho idea»

E’ meraviglioso e delicato in cui la Matson descrive la nascita di sentimenti fra i due giovani protagonisti, un sentimento che, prima appare debole, poi si fortifica sempre di più, ma senza essere prepotente; bastano poche parole, pochi dettagli e gesti all’autrice per farci capire cosa sta crescendo in Amy nei riguardi di Roger e viceversa.
Ognuno, pur rimanendo nella propria sofferenza, si aggrappa a quella luce che è scaturita, a quella novità di cui avevano bisogno, senza saperlo. E sullo sfondo il paesaggio degli Stati Uniti, attraverso il vetro dell’auto, le fotografie di Amy, gli schizzi di Roger ed i suoi giochi da viaggio, disegni e playlists, musica ed immagini si fondono ed emergono fra le pagine di questo libro, rendono realtà vivente, palpabile, visibile.
Odori, colori, rumori, addirittura sapori: ecco ciò che ho percepito leggendo. La scrittrice ci fa salire su quell’auto con i ragazzi – grazie infinite, perchè almeno così saprò di aver fatto il viaggio che sogno da una vita – e ci permette di seguire quello che, detto in termini tecnici, è un percorso di formazione, ma che io preferisco definire, a modo mio, come Road to the Life.

Verso mezzanotte, cominciò a piovere.
Viaggiavamo attraverso il Kansas nell’oscurità ormai da tre ore, senza parlare molto. Io avevo guardato fuori dal finestrino per tutto il tempo: avvertivo gli strascichi di ciò che avevo confidato a Walcott ed ero ancora un po’ sconvolta, come le scosse di assestamento dopo un terremoto. Lo avevo detto a voce alta. Sul serio. E questo non aveva peggiorato le cose, il mondo non era finito. Ma non mi sentivo nemmeno molto meglio. Era quasi come se pronunciando quelle parole a voce alta, lo avessi rievocato in un modo più reale, perché adesso facevo una gran fatica a pensare ad altro. La mia mente continuava a ripercorrere ciclicamente proprio quei pensieri che volevo a tutti i costi scacciare. La pioggia fu una piacevole distrazione. Mi chinai e mostrai a Roger come regolare i tergicristalli, e guardai davanti a me l’autostrada, offuscata e in qualche modo abbellita dalla pioggia
che rigava il parabrezza, appannava le file rosse degli stop davanti a noi e quelle bianche dei fari alla nostra sinistra; nessun suono in macchina, tranne la compilation di Roger e il costante, pacato tuap dei tergicristalli.
All’inizio la pioggia era leggera, appena poche gocce, ma poi fu come se quel cielo sconfinato si fosse aperto su di noi e si riversasse a secchiate sulla macchina.
«Wow», esclamò Roger, armeggiando di nuovo con il tergicristalli.
Mi chinai e impostai la velocità massima. Tuaptuaptuaptuaptuap.
«Grazie», disse.
«Figurati». Mi accasciai sul sedile e guardai fuori nell’oscurità le goccioline di pioggia che rigavano il finestrino in diagonale. Mi ero sempre sentita al sicuro in macchina quando di notte pioveva. Molte persone invece, come Julia ad esempio, odiavano trovarsi in macchina quando pioveva, soprattutto di notte. Ne erano spaventate. A me, al contrario, non aveva mai dato fastidio. Soprattutto da quando avevo imparato che il peggio può accadere in pieno giorno in un soleggiato ato mattina, a quindici minuti da casa.
«Guidavi tu questa macchina?», mi chiese Roger, lanciandomi un’occhiata.
«Certo», risposi, appoggiando i piedi sul cruscotto.
«Se mai volessi guidare», mi propose un po’ esitante, come se soppesasse ogni parola prima di pronunciarla. «Voglio dire, potresti farlo. Non avrei obiezioni».
Misi i piedi giù e mi sedetti più dritta.
«Dobbiamo fermarci?» chiesi. «Sei troppo stanco?»
«No, sto bene», rispose. «Posso continuare per almeno altre due ore stanotte. Solo che…insomma, volevo farti sapere che per me non ci sarebbero problemi se guidassi tu».
Pronunciò quelle parole in un modo che mi raggelò. Allora sapeva cos’era accaduto? Credevo di no, ma forse era solo quello che volevo credere. E forse non era stato soltanto perspicace quando Drew stava andando un po’ troppo veloce per i miei gusti. Forse sapeva perché mi dava fastidio, e lo aveva sempre saputo. «Io non voglio guidare», annunciai, sforzandomi invano di tenere la voce ferma.
«Ne vuoi parlare?», chiese. Mi lanciò un’occhiata.
Fissai il suo profilo, e sentii il mio cuore accelerare. La macchina non mi sembrava più un posto così sicuro. «Sai cos’è successo?», domandai, con voce ormai strozzata.
Roger scosse la testa. «No», replicò. «Penso che forse ne dovresti parlare».
Il cuore mi batteva all’impazzata nel petto. «Be’, non mi va», dissi con tutta la fermezza possibile. «È solo che…». Mi guardò, e io mi accorsi che i suoi occhiali erano di nuovo sporchi. Si vedeva quasi un’intera impronta sulla lente destra. Decisi di concentrarmi su questo, e non su come mi guardava. Nel suo sguardo scorsi la delusione. «Puoi parlare con me, lo sai».
«Lo so», risposi con prudenza.
«Perché, finora cosa ho fatto?», replicai, decidendo di ignorare il suo vero intento. «Non abbiamo forse parlato per tutto il tempo?».
Sospirò e guardò la strada, e io capii che non aveva abboccato. Sapevo cosa voleva dirmi. Ma ero riuscita a confidarmi con Walcott, solo perché sapevo che non l’avrei più rivisto. Con Roger sarebbe stato completamente diverso. Dopo saremmo dovuti rimanere insieme in macchina, per chilometri e chilometri, ore e ore. E cosa sarebbe successo, se per lui fosse stato troppo?
«È solo che…», cominciai. Feci un bel respiro, così non sarei scoppiata a piangere prima ancora di iniziare. «È difficile per me. Parlarne. Voglio dire». O completare le frasi, a quanto pareva. Amy non avrebbe avuto questo problema. Amy! non vrebbe avuto problemi a condividere i suoi sentimenti e le sue paure più grandi con chi si offriva diascoltarla. Ma d’altra parte, Amy! probabilmente non aveva alcun problema. Io odiavo Amy!, la
odiavo tanto.
«So che lo è», mormorò Roger. La compilation finì, e lui non la rimise. Il minuscolo schermo dell’iPod si illuminò per un istante, poi si spense, e ora in macchina si udiva soltanto lo stridio ritmico dei tergicristalli sul parabrezza, che rimaneva pulito solo per un istante prima di essere inghiottito nuovamente dalla pioggia.
«Non è che non voglio parlarne», sbottai senza pensarci, e non appena le parole mi uscirono bocca capii che era la verità. Volevo davvero parlare. Erano mesi che volevo farlo. E ora c’era qualcuno che si offriva di ascoltarmi. Allora perché mi sembrava così impossibile? Come se mi avessero chiesto di parlare in
portoghese, o qualcosa di ugualmente difficile? «È solo che…». Sembrava perfino che non avessi le
parole per completare la frase. Mi strinsi le ginocchia al petto e guardai fuori dal finestrino.
«Bene», aggiunse Roger dopo qualche istante. «Comincio io, va bene? Venti domande».
«Oh», esclamai un po’ sorpresa: non mi aspettavo che cambiassimo argomento così in fretta. In realtà, mi sentivo quasi pronta a parlarne con lui.

Non aspettatevi nulla di particolarmente romantico. Non lo vuole essere, ma è proprio il suo bello questo. La deviazione che ci narra la Matson è quella che prendono anime e cuori di Amy e Roger verso la libertà, una libertà non solamente fisicamente, ma più che altro spirituale. Certo, l’amore arriva ed è forte e vero forse proprio perchè non è così matematicamente ed in ogni dove presente, ma ciò che questo viaggio è…. è di più. Di più di quello che ci si aspetta.
E sicuramente – intrusione personale di Claudia – è un’ottima guida per quello che farò io un giorno, ne sono certa. Magari con un Roger a fianco.
Voto: 8 e mezzo.

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Inspiring Books # 6: Un giorno perfetto per innamorarsi + La mia eccezione sei tu + Ragazze che scompaiono + Le ali della vita

E’ da un po’ che non vi tormento con questo appuntamento. Pertanto, eccomi subito pronta a rimediare.
Ma prima…. Come state? Mi auguro bene. Ah, il mio amato caldo sta giungendo pian piano. Cioè, mica proprio piano, però fa capolino, poi si nasconde, poi BOOOM. Ma io amo l’estate, quindi sopporto pazientemente.
Dunque, vi presenterò quattro libri davvero ispirevoliovviamente, come sempre, secondo me -.

Titolo: Un giorno perfetto per innamorarsi
Autrice: Anna Premoli
Editore: Newton Compton
Collana: Anagramma
Anno: 2015 (4 giugno)
Pagine: 286
Kayla Davis è una donna “metropolitana”. Di New York ama tutto: il traffico, il caos, le folle. Nota per il suo sarcasmo e le sue relazioni mordi e fuggi, Kayla aspira a diventare un’affermata giornalista. Anche se al momento si accontenta di scrivere recensioni sui posti più alla moda della città. L’occasione di fare il salto arriva quando il suo capo decide di mandarla in una sperduta cittadina dell’Arkansas, per preparare un pezzo di rilievo nazionale su un argomento del tutto particolare… Kayla coglie al volo la proposta e, abbandonata l’amata New York, prova a inserirsi nella vita di Heber Springs. L’impatto non è dei migliori: le sue scarpe tacco dodici, preferibilmente blu elettrico, mal tollerano le polverose zone dell’America del Sud, il suo temperamento frenetico mal si adegua alla calma di un posto dove tutti si conoscono. Ma soprattutto, Kayla non pensava di dover fare i conti con la comparsa di Greyson Moir. Ce la farà Kayla a dimostrare quanto vale?

AMO Anna Premoli. Ho letto quasi tutti i suoi libri e non mi ha mai delusa. Ha uno stile pungente, divertente, stimolante. Costruisce storie romantiche, ma che non cadono nel melenso ed i personaggi hanno sempre qualcosa di interessante. Ovviamente anche la sua ultima opera è da non perdere. Ne pregusto già la lettura.

Titolo: La mia eccezione sei tu
Autrice: Patrisha Mar
Editore: Newton Compton
Collana: Anagramma
Anno: 2015 (2 luglio)
Pagine: 219
Finalmente è arrivato il giorno del colloquio di lavoro e Sara deve fare bella figura stavolta. Sono già due anni che si è laureata, ma né in campo professionale né tanto meno in quello sentimentale sembra che la sua vita abbia preso una piega quanto meno accettabile. E adesso eccola qui, in ritardo cosmico, traballante su tacchi troppo alti e con il fiatone (grazie alla simpatica sveglia che non suona quando dovrebbe, una pioggia improvvisa e l’autobus fuori orario) sotto il palazzone che ospita la redazione di Inside Look, la nuova rivista di moda, fashion, gossip e un’altra serie di amenità di cui sua sorella Virginia è avida lettrice. E DEVE avere questo lavoro. Ma sembra che la giornata nata storta stia volgendo addirittura al peggio finché, mentre cerca di dileguarsi senza essere vista, si ritrova in ascensore con… con… sì proprio con il famoso, bellissimo, sexy, e strabiliante Daniel Gant, di cui tante volte ha sbirciato volto e virili lineamenti sulle pagine delle riviste e sui manifesti, sempre in atteggiamenti provocanti. E la salivazione le si azzera come dal dentista. Soprattutto quando, dopo un paio di scossoni è chiaro che l’ascensore si è bloccato e non vuol saperne di rimettersi in moto e che il suo coinquilino temporaneo sta per avere un attacco di claustrofobia…

Dico la verità: questo romanzo l’ho trovato per caso. Girando su Amazon mi è stato consigliato dal sito stesso. Bravo, caro Amazon: ci hai azzeccato. Dieci punti per te. C’è ancora tempo prima che esca, attenderò con ansia, ma me lo sono già segnato nell’amabile lista dei TBR.

Titolo: Ragazze che scompaiono – Vanishing girls
Autrice: Lauren Oliver
Editore: Safarà editore
Anno: 2015
Pagine: 375
Dara e Nick erano inseparabili prima che un terribile incidente lasciasse il bellissimo viso di Dara sfigurato, allontanando irrimediabilmente le due sorelle. Così, quando Dara scompare il giorno del suo compleanno, Nick pensa che la sorella si stia prendendo gioco di tutti per vendicarsi di un destino insostenibile e crudele. Ma quando anche un’altra bambina di soli nove anni, Madeline Snow, svanisce nel nulla, Nick si convince sempre di più che le due sparizioni siano collegate; e quanto più Nick scopre della sua enigmatica sorella e della doppia vita che conduceva prima dell’incidente, meno è sicura di voler conoscere la verità e il legame apparentemente insondabile tra le due ragazze che scompaiono. In questo romanzo acuto e coinvolgente Lauren Oliver crea un mondo di intrighi, perdite e sospetti mentre due sorelle cercano di trovare il doppio filo che lega indissolubilmente le loro stesse vite.

L’ho amato da prima di conoscere la sua data di uscita italiana. Non siamo ai livelli di stalking che ho esplicato per “The program“, ma a livelli di attesa ci siamo vicini. Anche lui nei TBR ed attende solo di essere acquistato. Vediamo dopo “Delirium” come sa stupirmi la Oliver…

Titolo: Le ali della vita
Autrice: Vanessa Diffebaugh
Editore: Garzanti
Collana: Narratori moderni
Anno: 2015
Pagine: 334
È notte e la nebbia è illuminata a tratti dai fari delle macchine che sfrecciano accanto a lei. Letty si asciuga l’ennesima lacrima e preme ancora più forte il piede sull’acceleratore. Deve correre il più lontano possibile, fuggire da tutti i suoi sbagli, è la cosa migliore per tutti. Perché la sua vita è stata difficile, ha inanellato una serie di errori uno dietro l’altro e adesso tutte le sue paure sono tornate a tormentarla, senza lasciarle una via di scampo. Intanto, ormai molte miglia lontano, i suoi due figli, Alex e la piccola Luna, stanno dormendo serenamente. Non sanno che la mamma li ha lasciati da soli nel loro letto, schiacciata dal terrore di non essere una buona madre. Convinta che senza di lei Alex e Luna saranno più felici. Quando Alex si sveglia e si accorge che Letty non c’è più, capisce che non deve farsi prendere dal panico. Deve occuparsi della sorellina e seguire le regole. Perché Alex ha quindici anni ed è solo un ragazzino, ma è dovuto crescere in fretta per aiutare sua madre Letty e i suoi occhi troppo spesso tristi. A volte guarda verso il cielo e sogna di volare via, in un posto dove l’azzurro del cielo li possa di nuovo colorare di felicità. La sua passione sono la matematica e lo studio delle rotte migratorie degli uccelli. Da loro ha imparato che non importa quanto voli lontano, c’è sempre un modo per tornare a casa. Alex sa che deve trovare il modo di far tornare anche la sua mamma.

Non l’ho mai visto recensito da blogger amiche – può essere anche che sia una mia svista -, ma “Il linguaggio segreto dei fiori” è uno dei miei libri preferiti e l’ho amato profondamente. Quest’uscita, la nuova creatura della Diffenbaugh, è stata una piacevole sorpresa. Avendola apprezzata con tutto il mio cuore e tutta la mia anima nella sua opera prima, non potrà sicuramente deludermi con questo nuovo romanzo.