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Nibbles Nibbles #6: Se stiamo insieme ci sarà un perchè – Take me home

Buondì carissimi e carissime!
Sono di nuovo qui. Stupiti? Non riesco a lasciarvi soli (?).
Oggi qui caldissimo, sole, meravigliosa giornata – forse è proprio quella che mi ispira -. Vi regalo una briciolina del romanzo che sto leggendo e che mi sta stupendo – in positivo – sempre più.

Titolo: Se stiamo insieme ci sarà un perchè – Take me home
Autrice: Daniela Sacerdoti
Editore: Newton Compton
Collana: Anagramma
Anno: 2015
Pagine: 319

La vita di Inary Monteith è a una svolta cruciale. Dopo aver passato la notte con Alex, il suo migliore amico, lei gli ha spezzato il cuore dicendogli che è stato un errore. Quella stessa mattina, poi, una terribile telefonata le impone di lasciare Londra per tornare in tutta fretta dalla sua famiglia, nelle Highlands scozzesi: la sorella minore, malata da tempo, è peggiorata improvvisamente. Il ritorno nella terra d’origine segnerà per Inary un imprevisto momento di riflessione sul passato e su quello che desidera dal futuro. Oltre alle precarie condizioni di salute della sorella, infatti, dovrà confrontarsi con un fratello ostile, un ex fidanzato con cui non vuole più avere niente a che fare, i suoi contrastanti sentimenti per Alex e un affascinante ragazzo americano incontrato da poco. Inoltre, si troverà a dover gestire uno strano dono che credeva di aver perso per sempre – un sesto senso che da secoli attraversa le generazioni e caratterizza molte donne della sua famiglia. E quando una voce dal passato le chiede con insistenza di essere ascoltata, Inary scoprirà un mistero che dovrà necessariamente svelare, se vorrà tornare a essere libera e felice.

Scrivevo da tempo immemore: avevo cominciato sui quaderni di scuola e sui taccuini, poi al computer di mio padre e poi ancora al mio. E se non scrivevo, leggevo tutto ciò che mi capitava sottomano. Divoravo le parole. Certo, trovavo comunque il tempo per uscire e divertirmi – era Logan il solitario della famiglia – ma poi ritornavo sempre a miei libri. I libri erano la mia casa. Avevo scritto un sacco di storie e poesie che nessuno mai aveva letto, tranne Emily. Lavorando come editor, sapevo quante persone scrivevano alle case editrici per sottoporre manoscritti che venivano puntualmente rifiutati.
Pochi, pochissimi riuscivano a vedere pubblicati i loro lavori. La maggior parte degli aspiranti scrittori rimaneva delusa, eppure continuavano a provare e riprovare. Io li ammiravo perché, a differenza di me, avevano coraggio. Non avevo mostrato il mio lavoro a nessuno nel mondo dell’editoria; neppure Rowan e i colleghi della squadra editoriale della Rosewood avevano mai letto niente di quello che scrivevo. “Perché non va ancora bene”, continuava a dire una voce nella mia testa, e io credevo sempre a quella voce, anche se mi feriva. Non avevo mai pensato che un mio racconto fosse pronto per essere pubblicato. Mi convincevo che il successivo sarebbe andato bene, ma non questo. Ecco, non ero mai soddisfatta.
Ora che Emily se n’era andata, chi avrebbe letto le mie storie? Buffo, quante sfaccettature abbia il dolore; come un prisma che rifrange sulla vita unarcobaleno di lacrime. Di nuovo dovetti ricacciare indietro il pianto. Non ne potevo più. Accesi il computer e aprii un documento word. Per qualche minuto rimasi a guardarlo. Mi alzai e mi spazzolai i capelli; poi mi sedetti di nuovo e di nuovo rimasi per un po’ a fissare lo schermo. Mi alzai e misi in ordine il cassetto della biancheria. Scrissi un paio di parole – un possibile titolo, una possibile trama; poi le cancellai. Mi guardai intorno. Dovevo fare una lavatrice. E la mia libreria aveva bisogno di essere riordinata. Dovevo depilarmi le gambe, e guarda un po’ uelle ragnatele! Improvvisamente avevo sviluppato un insolito e morboso interesse per le faccende domestiche… Sospirai. Stava davvero per venirmi mal di testa. Lo schermo era troppo bianco e troppo vuoto, e la mia mente era tabula rasa. Guardai l’orologio. Ero al computer da quaranta minuti, e avevo scritto solo due parole: Capitolo 1. Nient’altro. La frase successiva sarebbe stata: Era una notte buia e tempestosa. Spensi il computer, esausta per non aver concluso nulla. Speravo solo che Mary non venisse a trovarmi. Non ero in grado di affrontare alcun incontro soprannaturale quella notte: il mondo dei vivi era già abbastanza complicato.

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Pubblicato in: Flying Keys, Music

Flying Keys #4

Buongiorno carissimi e carissime!
Prima di tutto, voglio scusarmi se sono stata così lontana dal blog, in questi mesi non è mai accaduto. Spero che abbiate sentito la mia mancanza – magari no, ma vabbè.. -.
Secondo punto: so che non ve ne importerà di meno, ma negli ultimi giorni è accaduto qualcosa che mi ha fornito l’ispirazione necessaria per riflettere su me stessa e su ciò che desidero fare nella mia vita. Ci sono delusioni, ferite che non ti lacerano completamente, ma divengono solo uno spunto per saltare e quello che ho sperimentato io, in prima persona, mi ha permesso tutto ciò, ergo l’unica cosa che posso dire – e con tutta me stessa – è un GRAZIE.
Veniamo finalmente a noi. Tornano i miei consigli musicali – oggi mi sento particolarmente ispirata, non chiedetemene la ragione -. Mi auguro che gradiate. Come al solito nessun particolare filo conduttore, se non l’istinto, per fornirvi questi spunti di ascolto.

1) Bryan Adams – Summer of ’69

Old, but gold. Mamma era fan, quindi io, di conseguenza, ho imparato ad apprezzarne la musica. Ho scelto questa canzone un po’ meno celebre rispetto alla trita e ritrita “Everything I do“, ma che ascolto sempre con un certo qual piacere – è anche stata debitamente inserita nel mio cd mp3 per l’auto -. Adoro la voce ed il timbro di Bryan, mi piace il suo stile, non totalmente rock e nemmeno pop, e mi mette sempre di buon umore, o comunque trasmette una sorta di pace dei sensi.

2) Queen – Let me live

LA LEGGENDA ASSOLUTA. Il mio desiderio più grande è tornare indietro nel tempo per assistere ad un loro concerto. Il mio mito è Freddie – inutile dire che non nascerà mai più nessuno con una voce simile -. La loro musica è vita, energia e mi ha accompagnata nella crescita. Sono LA BAND. IL GRUPPO. Ovviamente, opinione personalissima, però senza le loro canzoni non so come farei. Ho scelto questa perchè è meno conosciuta, è stata pubblicata postuma rispetto la morte di Freddie, ma la adoro sotto ogni punto di vista.

3) Zucchero – Music in me

Sono innamorata di Zucchero dalle scuole elementari. So a memoria 3/4 delle sue canzoni, purtroppo mai stata ad un suo live. E’ stato difficile scegliere una canzone da condividere con voi, ma mi sentivo in dovere di farlo, perchè lo ritengo un re – rock, ovviamente – della musica italiana. Se avete bisogno di carica, prendete un cd a caso e sicuramente ne riceverete da vendere. “Music in me” ne è l’esempio.

4) Britney Spears – Where are you now?

Lanciatemi pure i pomodori, lo so benissimo che non è apprezzata da tutti, ma io la amo dagli inizi. Sono del team “Leave Britney alone”, quindi non toccatemela. Ogni tanto, ammetto, che mi abbia fatto arrabbiare – vedi la storia del tradimento a Justin… – però se negassi di essere fan, sarei la più grande bugiarda della storia. Amo la musica, la adoro come personaggio, negli alti e nei bassi, nel chiaro e nello scuro. Vi propongo una canzone che risale al periodo in cui cantava ancora dal vivo, senza playback, ed in cui era evidente che una bella voce la avesse – Brit, dove la nascondi ora?-.

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Personal Review #12 : Forse un giorno

Buongiorno miei cari e mie care!
Come va la passate? Qui tutto a posto, esclusa la primavera che dovrebbe esserci, ma in realtà non si fa proprio vedere nemmeno per un briciolo. Oggi grigio e pioggia… Cercherò di combattere questo clima pseudo – autunnale con un po’ di allegria, nonostante il sonno! Allora, è da un pochino che non condivido con voi una recensione e direi che è proprio giunto il momento, visto il libro che ho appena terminato e di cui ritengo necessario parlare, senza ombra di dubbio.

Titolo: Forse un giorno – Maybe someday
Autrice: Colleen Hoover
Editore: Leggereditore
Anno: 2015 (19 febbraio in e-book, 26 marzo in cartaceo)
Pagine: 327

Sydney Blake, un’aspirante musicista di vent’anni, ha una vita invidiabile: frequenta il college, ha un buon lavoro, è innamorata del suo meraviglioso ragazzo Hunter e convive con la sua migliore amica Tori. Ma tutto cambia quando scopre che Hunter la tradisce con Tori. Ora Sydney deve decidere che ne sarà della sua vita. È attratta da Ridge Lawson, il suo misterioso vicino. Non può staccargli gli occhi di dosso e non può fare a meno di starsene ad ascoltarlo mentre suona la chitarra sul balcone della sua stanza. La sua musica le dà armonia e vibrazioni. E anche Ridge non può far finta di ignorare che c’è qualcosa in Sydney: a quanto pare, ha trovato la sua musa. Quando, finalmente, si incontrano, scoprono di avere bisogno l’uno dell’altra…

Questo è uno di quei romanzi che mi pone seriamente in difficoltà. Già, di mio, quando si tratta di avviare un discorso su qualcosa a cui tengo particolarmente, mi sento profondamente a disagio, non tanto perchè non sia in grado di discutere riguardo un argomento che mi sta a cuore in modo speciale, ma più che altro per l’enorme ed insormontabile ostacolo che si rivelano essere le parole medesime. Non trovo mai quelle giuste, sono impossibili, inarrivabili, è come se quello specifico qualcosa fosse intoccabile o lo divenisse automaticamente nel momento esatto in cui la mia anima si tendesse inesorabilmente verso di esso. Questa è stata la sensazione che ho provato leggendo “Forse un giorno“. Non che non fossi preparata alle meraviglie della Hoover – avevo già attraversato l’esperienza misticamente devastante de “Le coincidenze dell’amore“, di cui sono destinata a parlare, anche in breve, in futuro -, però non fino a questo punto.
Mi spiego. Sarò ripetitiva, banale, noiosa e qualsiasi altro aggettivo qualificativo che descriva quanto una persona posso risultare pesante e pedante, ma non è mai facile parlare seriamente d’amore e non lo sto dicendo semplicemente perchè fondamentalmente, nonostante tutto – ciò che sono e ciò che ho vissuto -, credo profondamente in questo sentimento, ma soprattutto perchè è immediato, per uno scrittore, scivolare e cadere nello scontato, nel melenso, nello stucchevole. Io amo i romance, anche quelli leggeri e divertenti, senza particolari pretese, ho imparato ad apprezzarli oltre ad esserne una severa giudice, ma, talvolta, mi piace anche leggere dell’amore serio, quello vero – mi correggo, non solo talvolta, molto spesso, ciò che stona, appunto, sono le storie ed il metodo per raccontarle, di rado degne di un plauso o anche di un mero apprezzamento -.
“Maybe someday”, da quasi profana, per me è un capolavoro dell’amore. Ti colpisce al cuore, dopo avertelo martoriato, triturato e tormentato, ti distrugge i sentimenti, li calpesta, li percuote, li gira e li rigira finchè non ce n’è più, finchè non respiri più. Potrà apparire come il più debiitante dei controsensi, ma è con delicatezza, la più grande mai vista in uno scrittore di romance, che Colleen Hoover fa tutto questo: entra con grazia, pian piano, nell’animo del lettore, tocca le corde più sensibili, usando sempre le parole giuste, quelle più adatte, mai eccessive, e lascia senza fiato. Plasma e costruisce universi di emozioni, colorando sempre nei contorni, senza mai sforare, calcare la mano, con un’abilità naturale, innata, straordinaria.
Sydney è la protagonista perfetta, e non perchè la sia, in quanto tale, non è priva di difetti, ma è talmente umana, vera, viva in tutte le sue caratteristiche che non si può non solo apprezzarla, ma sostenerla, condividere ciò che sente, provare la sua stessa gioia, i suoi medesimi dolori.
Non potete immaginare quante volte mi sia sorpresa a piangere nel corso della lettura, anche senza apparente motivo, per la mera intensità delle parole.
Non potete immaginare quante volte abbia dovuto mordermi il labbro, stringere i pugni per trattenere le lacrime, perchè ero in pubblico, e vi posso giurare che pochi, pochissimi scrittori mi avevano ridotta così – probabilmente si possono contare sul palmo di una mano -.
Non potete immaginare quante volte mi sia sentita Sydney, identificata totalmente in lei, per tutto quello che io ho vissuto, nelle mie esperienze, per quello che stava vivendo lei, anche unicamente per il modo in cui anche a solo a guardare Ridge le tremava le mani o le aumentava il battito cardiaco.

Nonostante abbia finito di suonare gli ultimi accordi, non si muove. Le mani restano immobili sulla chitarra. Il suo orecchio resta premuto fermamente contro il mio petto. Il mio respiro è più affannato ora che ho cantato un’intera canzone, e la sua testa si solleva ogni volta che inspiro.
Ridge sospira profondamente, poi solleva la testa e rotola di schiena senza incrociare il mio sguardo. Restiamo sdraiati in silenzio per qualche minuto. Non so bene il perché della sua inerzia, ma sono troppo nervosa per fare movimenti improvvisi. Il suo braccio è ancora sotto di me e non sembra in procinto di toglierlo, per cui non so nemmeno se ha finito con il suo piccolo esperimento.
Non so nemmeno se sono in grado di muovermi.
Sydney, Sydney, Sydney. Che stai facendo?
Se c’è una cosa che so – e lo so al 100% – è che in questo momento non vorrei avere questa reazione. È passata una settimana dalla rottura con Hunter, e l’ultima cosa che desidero – o di cui ho bisogno – è prendermi una cotta per questo tipo.
Anche se sto pensando che potrebbe essere successo prima di questa settimana.
Cavolo. Inclino la testa e lo guardo. Mi sta fissando, ma non saprei leggere la sua espressione. Se dovessi tirare a indovinare, direi che sta pensando: Oh, sì, Sydney. Le nostre bocche sono così vicine. Facciamo loro un favore ed eliminiamo ogni distanza. I suoi occhi si posano sulla mia bocca e… niente male le mie abilità telepatiche. Sta respirando lentamente e profondamente, con le labbra appena schiuse. Posso letteralmente sentirlo respirare – il che mi sorprende, perché è un altro dei suoni che tiene totalmente e completamente sotto controllo. Mi piace che in questo momento non riesca a controllarlo. Per quanto mi piaccia dichiararmi indifferente ai ragazzi, indipendente e forte, l’unica cosa alla quale riesco a pensare è a quanto vorrei che prendesse il controllo totale e completo di me. Vorrei che dominasse questa situazione rotolandomi sopra e premendo quell’incredibile bocca contro la mia, rendendo il mio respiro del tutto dipendente dal suo.

Ridge è uno di quei paper boys per cui si perde la testa. Ed anche lui è tutto fuorchè perfetto, ma è un Uomo, in ogni caratteristica, è l’Uomo, nelle debolezze, nelle mancanze, nella forza d’animo di chi ha sopportato bene e male sulla propria pelle – più male che bene -, di chi conosce il valore del silenzio, delle parole, della musica.
Questo libro è la musica dell’amore, musica nelle pagine, nelle lettere, nelle sillabe.
Questo libro strabocca di amore, senza nauseare, senza renderne mai stanchi.
Questo libro è il detto ed il non detto, è mente e cuore, ragione e sentimento.

Mai nella mia vita, e in tutti gli anni vissuti in un mondo di silenzio, ho voluto sentire qualcosa come voglio sentir cantare Sydney in questo momento. Desidero sentirla cantare al punto da stare male fisicamente. È come se le pareti del mio torace si stessero chiudendo attorno al cuore. E non mi rendo nemmeno conto che la mia mano si è posata sul suo petto finché Sydney non si gira di colpo
verso di me, sbigottita. Scuoto la testa: non voglio che smetta. Lei annuisce debolmente, ma il battito del suo cuore contro la mano sta acceleRando ogni secondo che passa. Sento la vibrazione della voce contro il palmo, ma il tessuto tra la mia mano e la sua pelle ostacola la possibilità di percepirla come vorrei. Così la sposto più in alto fino alla base della gola, e poi sempre più su, fino a premere le dita e il palmo sul suo collo. Mi avvicino a lei finché il mio petto non è contro il suo fianco, in preda al bisogno travolgente di sentirla, un bisogno che si è impossessato di me e che non mi permette più di pensare oltre quali linee invisibili non sia permesso spingersi.
La vibrazione della sua voce s’interrompe, la sento deglutire. Nello sguardo che solleva su di me si agitano le stesse identiche emozioni che hanno ispirato i versi di questa canzone.
Say it’s wrong, but it feels right.
‘Dici che è sbagliato, ma sembra giusto.’
Non c’è altro modo di descrivere come mi sento. So che il modo in cui penso a Sydney e ciò che provo è sbagliato, ma quando sono con lei non faccio che lottare con quanto sembri giusto.

Ogni volta che mi avvicino ad un romanzo del genere provo un’immensa paura – oltre che un senso di reverenziale rispetto, trattandosi una maestra, anzi, di una maga del genere, come la è la Hoover. Ma, in questo caso, ero certa di quello che avrei affrontato. E più che temerlo, al contrario, non vedevo l’ora.
E’ stato come un fiume. E dire che io non penso di essere la donna più romantica dell’universo, ma storie del genere mi fanno capire che non è così. Libri del genere ti fanno venire voglia di amare, amare fino a scoppiare, amare fino al dolore, a farsi male, ma amare anche fino a trovare la pace, a trovare un senso nell’altro, sè stessi nell’altro.
Se avete bisogno di risposte, se avete bisogno di un motivo in più per l’amore, prendete in mano “Maybe someday“. Anche se non ne avete bisogno, solo per cambiare idea.
Insomma, leggetevo e basta.
E dato che ci siete, date un’occhiata, o, più che altro, un ascolto alla colonna sonora curata da Colleen Hoover e Griffin Peterson.
Voto: 9 e mezzo.

Pubblicato in: Liebster Award 2015, Me

Liebster Award 2015

Buona domenica, lettori!
Ci siamo lasciati poco, pochissimo tempo fa, ma rieccoci qui. Questo perchè devo adempiere ad un “dovere” che è anche un onore grande ed un piacere vero. Ho ricevuto questa nomination ai #LiebsterAwards2015 da Chiara e non posso che ringraziarla con tutta me stessa: da blogger giovane giovane – solo metaforicamente, visto che, in realtà, mi sento piuttosto anziana – mi sento infinitamente orgogliosa di partecipare ad iniziative simili – la mia breve, minuscola esperienza in campo, rispetto a quella di altre mie colleghe molto più in gamba ed esperte di me, si inchina, prostra totalmente ed arrossisce – . Sono qui da novembre, sono nata perchè volevo uno svago nel tempo libero durante lo studio per l’esame di stato da avvocato, ho sempre amato scrivere, ma, insomma, non avevo grandissime pretese, tutt’altro. Quindi, basta, semplicemente GRAZIE.

Passiamo alla presentazione di questa iniziative ed alle regole “standard” ad essa relative:

Che cos’è “Liebster Award 2015″?

E’ un premio che viene conferito ai blogger al semplice scopo di farli conoscere in rete. I blog nominati avranno a loro volta il compito di conferire il premio ad altri blog, e così via. In questo modo ci sarà la possibilità di conoscere, magari, qualche angolino ancora inesplorato, o qualche blog nato da poco.

Le regole

1. Ringraziare il blog che ti ha nominato.
2. Rispondere alle 10 domande.
3. Nominare altri 10 blog.
4. Porre 10 domande.
5. Comunicare la nomina ai 10 blog scelti.

Eccomi qui che rispondo alle domande che mi ha posto la Chiara:

1. Sei nata lettrice o lo sei diventata con il tempo?

Nasco lettrice – oltre che ballerina, tutte le volte lo preciso, perchè sono due parti fondamentali di me -. La mamma mi ha trasmesso questa passione per i libri, è stata lei la prima persona a regalarmi i “Battello a vapore” ed è grazie a lei se ho imparato a leggere – prendevo in mano “Tv, sorrisi e canzoni” e leggevo ad alta voce i giorni della settimana in alto, sopra l’elenco della programmazione -. Crescendo questo amore si è ingigantito, è fiorito e come ogni amore ha attraversato anche periodi di “magra“, ma mai è stato abbandonato. Anzi, molto probabilmente proprio le “crisi” lo hanno alimentato maggiormente e lo hanno reso forte come lo è ora, che sono adulta e vaccinata.

2. I tuoi genitori ti leggevano la classica favola della buona notte?

E’ capitato, soprattutto il papà, ma anche la mamma. Visto che sono stata sempre un po’ rompipalle volevo leggerla con loro, o almeno osservare le pagine, intrufolare la mia testa rossa e curiosa. E preciso: non serviva a farmi addormentare.

3. Il libro preferito della te-bambina?

Domanda difficilissima a cui non saprei proprio rispondere. Ricordo la mia passione per “Piccole donne” della Alcott e svariati volumi del “Battello a vapore”, come ad esempio la serie dedicata al personaggio di Valentina, creata da Angelo Petrosino – che ho conosciuto personalmente grazie al papà ♥ – , ma non ne saprei scegliere uno in particolare.

4. Immagina: qualcuno di molto vicino a te ha avuto un bimbo/a, ti viene chiesto di regalargli/le il suo primo libro di sempre. Non deve essere per forza legato all’età, potrebbe essere un titolo che saprà apprezzare anche da più grande – che libro è?

Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen. Voglio che sia il primo libro sull’Amore che sia in grado di apprezzare. Voglio che la prima idea dell’Amore – almeno la prima – sia idilliaca, romantica e sognante come quella che questo romanzo regala – sono un po’ di parte lo ammetto, ma è stato il mio primo pensiero, la risposta d’impulso, quindi la tengo buona! –

5. Il tuo personaggio di carta femminile preferito?

Elizabeth Bennet, di “Orgoglio e pregiudizio” – perdonate la monotonia – . Intelligente, brillante, logorroica come me, immensamente ed intensamente imperfetta ed anche, se volete concedermelo, cieca, ma profondamente donna. Conosco l’Amore, ma sa esserne indipendente, si fa da sola, si costruisce, ha le sue idee e lotta per affermarle, non permette a nessuno di metterle i piedi in testa. E’ forte come ciascuna di noi dovrebbe essere e l’ammiro in tutto il suo bellissimo percorso, nel bene e nel male.

6. Il tuo personaggio di carta maschile preferito?

Finnick Odair, di “The Hunger Games”. Non ditemi che è perchè è interpretato da Sam Claflin, perchè vi posso giurare che non è vero, lo amavo già da prima. Tutte sono impegnate ad amare Peeta, mentre io non faccio altro che perdermi nelle lodi del vincitore del Distretto 4. Per quanto ama, soprattutto Annie, ma anche Mags, per quanto lotta, per il suo coraggio, la sua forza, la sensibilità: si porta dentro un bagaglio di lotte e dolore che per molti altri sarebbe difficilissimo da sopportare, se non impossibile, ma lui va avanti e combatte. E’ un Uomo con la U maiuscola, in tutto e per tutto, l’Uomo di cui mi innamorerei perdutamente.

7. Quanto è brutto da uno a non posso farcela rispondere alle mie domande?

Ahahahahahah! Ma perchè mai dovrebbe essere brutto? Hai beccato la tipa logorroica, non sei felice? Comunque posso offrirti una caccola per aver posto questa domanda molesta ♥

8. Cosa ti colpisce di più in un libro, la copertina o la sinossi?

Spesso la copertina, ma capita che ne venga traviata – volevo usare un termine molto meno fine ed aggraziato, che avrebbe reso maggiormente l’idea, ma mi sono trattenuta -, quindi ho imparato a fare più attenzione, anche perchè ho notato – ma come sono furba! – che leggendo anche solo 1/4 della sinossi ci azzecco di più. E la mia impressione iniziale si conferma! – ho provato anche annusando un libro, ma non funge, purtroppo-

9. Ti lasci influenzare dalle recensioni altrui o preferisci evitarle fino a quando non ti sei fatta una tua idea?

Le leggo, ma poi non mi lascio influenzare. Non sempre, insomma, E’ raro che mi influenzino. Ma questo fa parte del mio carattere, non sono una persona che si lascia influenzare facilmente – e tante volte sbatto la testa, ma continuo per la mia strada -.

10. Se non avessi aperto un blog sui libri, lo avresti aperto comunque, su un qualsiasi altro argomento?

Il mio blog non è unicamente sui libri, perchè ho 8000 passioni, quindi con il mio pot – pourri posso considerarmi esclusa da questa domanda? #domandalladomanda

Ok, ora la parte difficile. Avete già nominato chiunque ed io piango. Quindi sceglierò tre blog nuovi – almeno, credo che non siano stati mai nominati – e ne pescherò altri sette che penso siano stati nominati altri 58685959 volte – scusate! il mio cervello non ce la fa.-

Le Parole Segrete dei Libri
Il libro che pulsa
Inside a book
Petrichor
Se solo sapessi dire
Wonderful monster
Please another book
Coffee & Books
Un buon libro non finisce mai
Atelier di una lettrice compulsiva

Le mie domande:

1. Perchè leggi?
2. Quando ti piace leggere?
3. Se dovessi consigliare un libro a caso, il primo che ti viene in mente in questo momento, quale sceglieresti?
4. Quale libro potresti considerare come quella della tua crescita?
5. Quale libro ti rappresenta di più?
6. Quale personaggio letterario ti somiglia maggiormente?
7. Se dovessi entrare in un libro e vivere anche solo un momento di esso, quale sceglieresti ed in quale momento entreresti?
8. Quando leggi ti piace ascoltare musica per “accompagnare” le pagine? Se sì, cosa ascolti?
9. Se dovessero bruciare tutti i libri di casa tua per un incendio molesto e selettivo (?), e ne potessi scegliere solamente 3 da salvare, su quali cadrebbe la tua decisione?
10. Visto che io sono appassionata di serie tv e cinema, se dovessi optare per un libro o una saga che ancora non sono stati “trasportati” sul grande/piccolo schermo, quale o quali sceglieresti?

Bene, ho finito, non sono soddisfatta delle mie domande, ma pazienza, mi auguro apprezziate comunque!
Grazie della vostra attenzione e… vado a spargere la voce!

Pubblicato in: Books, Libri, Pills

Pills #4: Storia di una ladra di libri/La bambina che salvava i libri + Die for me + Io uccido

Salve salvino!dopo questo saluto potete tranquillamente ricoverarmi
Siamo giunti alla fine di questa settimana – finalmente, per Giove – e… mi sento un po’ indisciplinata, come se vi avessi considerati poco (?). Ma sono pronta a rimediare!
Credo che sia il momento di dedicare il mio post alle pillole, che mancano da qualche tempo. Non vi dico la fatica che ho fatto per scegliere i libri, ma anche stavolta sono riuscita nella mia impresa “epica”, quindi vi lascio ai miei assaggini.

Titolo:Storia di una ladra di libri (La bambina che salvava i libri) – The book thief
Autore: Markus Zusak
Editore:Frassinelli
Collana: Narrativa
Anno: 2014/2009
Pagine: 563

È il 1939 nella Germania nazista. Tutto il Paese è col fiato sospeso. La Morte non ha mai avuto tanto da fare, ed è solo l’inizio. Il giorno del funerale del suo fratellino, Liesel Meminger raccoglie un oggetto seminascosto nella neve, qualcosa di sconosciuto e confortante al tempo stesso, un libriccino abbandonato lì, forse, o dimenticato dai custodi del minuscolo cimitero. Liesel non ci pensa due volte, le pare un segno, la prova tangibile di un ricordo per il futuro: lo ruba e lo porta con sé. Così comincia la storia di una piccola ladra, la storia d’amore di Liesel con i libri e con le parole, che per lei diventano un talismano contro l’orrore che la circonda. Grazie al padre adottivo impara a leggere e ben presto si fa più esperta e temeraria: prima strappa i libri ai roghi nazisti perché “ai tedeschi piaceva bruciare cose. Negozi, sinagoghe, case e libri”, poi li sottrae dalla biblioteca della moglie del sindaco, e interviene tutte le volte che ce n’è uno in pericolo. Lei li salva, come farebbe con qualsiasi creatura. Ma i tempi si fanno sempre più difficili. Quando la famiglia putativa di Liesel nasconde un ebreo in cantina, il mondo della ragazzina all’improvviso diventa più piccolo. E, al contempo, più vasto. Raccontato dalla Morte – curiosa, amabile, partecipe, chiacchierona – “Storia di una ladra di libri” è un romanzo sul potere delle parole e sulla capacità dei libri di nutrire lo spirito.

Ho aspettato un sacco di tempo prima di leggere questo libro ed addirittura, come in alcuni casi, ho prima visto il film. Sinceramente non so perché ho costantemente rimandato, non c’erano ragioni particolari, ma una volta che ho preso in mano quel romanzo non l’ho più lasciato. Non dirò che è una storia facile, che scorre veloce, che da tutto e subito, perché mentirei e non mi piace farlo. Quello che dirò invece è che lo stile dell’autore, la sua tecnica, il metodo narrativo, man mano, cattura sempre di più il lettore e lo conquista, trascinandolo dentro agli eventi rendendolo il protagonista vero ed allo stesso tempo un osservatore distaccato, uno spettatore lontano, colui che sa e non può intervenire. Le ultime pagine, in particolari, sono toccanti ed ammetto che ho versato più di una lacrima – non me lo sarei mai aspettato, nonostante l’ambientazione e gli accadimenti susseguitisi non siano certamente dei più felici e rosei -, quei pianti che non sono strazianti nella “quantità”, ma che toccano in profondo l’animo. Se desiderate una lettura “impegnata” ma non impegnativa è il libro giusto. E Liesel saprà senza dubbio come farvi compagnia, assieme al suo mondo di preziose pagine.

Titolo:Die for me (Revenants #1)
Autrice: Amy Plum
Editore:De Agostini
Collana: Le gemme
Anno: 2014
Pagine: 416

“Mi chiamo Kate, ho sedici anni e ho visto morire i miei genitori in un terribile incidente d’auto. Da quel momento niente è più stato come prima. All’improvviso, mi sono ritrovata con il cuore infranto e la vita impacchettata in una valigia, costretta a lasciare tutto per trasferirmi a casa dei miei nonni. A Parigi. E lì ho incontrato Vincent. Bello, misterioso e spaventosamente affascinante, Vincent Delacroix è apparso dal nulla e ha sconvolto il mio mondo. Di nuovo. Perché Vincent non è un ragazzo come gli altri. Dietro ai suoi occhi blu come il mare si nasconde un segreto che affonda le radici nella notte dei tempi. Un segreto che lo costringe a mettere in pericolo la sua vita ogni giorno, per sempre. Così, proprio ora che le cose sembrano andare finalmente per il verso giusto, mi trovo davanti a una scelta difficilissima: devo proteggere ciò che ancora rimane della mia esistenza – e della mia famiglia – oppure rischiare tutto… per un amore impossibile?”.

Mi sono stupita di non avervi mai parlato, anche solo in pillole, di questo bellissimo romanzo. Così, apparentemente, può sembrare una scemenza, uno di quei romanzetti fantasy leggeri e di poco pregnante significato. In realtà è un libro piacevolissimo, scorrevole, leggero, ma non per questo scontato o stupido. I personaggi sono tutti a loro adorabili, a partire dalla protagonista, che ho trovato carinissima e sapete quanto sia difficile per me dare un giudizio del genero relativamente ad un carattere centrale femminile di un libro. Amy Plum ha costruito un piccolo mondo magico ed, allo stesso tempo, incredibilmente realistico, quindi ho grandi aspettative da questa serie.

Titolo: Io uccido
Autore: Giorgio Faletti
Editore: Baldini e Castoldi
Collana:Romanzi e racconti
Anno: 2010
Pagine: 682

Un dee-jay di Radio Monte Carlo riceve, durante la sua trasmissione notturna, una telefonata delirante. Uno sconosciuto, dalla voce artefatta, rivela di essere un assassino. Il fatto viene archiviato come uno scherzo di pessimo gusto. Il giorno dopo un pilota di Formula Uno e la sua compagna vengono trovati morti e orrendamente mutilati sulla loro barca. Inizia così una serie di delitti, preceduti ogni volta da una telefonata a Radio Monte Carlo con un indizio “musicale” sulla prossima vittima, e ogni volta sottolineati da una scritta tracciata col sangue, che è nello stesso tempo una firma e una provocazione: lo uccido… Per Frank Ottobre, agente dell’FBI in congedo temporaneo, e Nicolas Hulot, commissario della Sûreté Publique, inizia la caccia a un fantasma inafferrabile. Alle loro spalle una serie di rivelazioni che portano poco per volta a sospettare che, di tutti, il meno colpevole sia forse proprio lui, l’assassino. Di fronte a loro un agghiacciante dato statistico. Non c’è mai stato un serial killer nel Principato di Monaco. Adesso c’è.

Questa estate, finalmente, mi sono dilettata nella lettura di questo piccolo capolavoro del thriller italiano. E’ risaputo che Faletti avesse mille e più talenti, ma scoprirlo uno scrittore straordinario è stata una sorpresa. Non che non ne fossi ormai certa, dati tutti i giudizi estremamente positivi ricevuti da questo romanzo, ma, leggendolo, l’ho sperimentato in prima persona. E’ uno di quei libri che ti prende dall’inizio alla fine e ti lascia letteralmente senza fiato; si arriva ad un certo punto in cui è pressoché impossibile staccare gli occhi dalle pagine e si è totalmente rapiti dalla trama, dalla scrittura, dal tessuto narrativo, dalla successione degli eventi. E’ tutto costruito perfettamente, nel minimo dettaglio, con una precisione impressionante, che ha lasciato anche me a bocca aperta. Chapeau, onore al grande Giorgio che ci ha lasciato questa perla degna di una lettura senza interruzioni.

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Nibbles Nibbles #5: Forse un giorno

Salve lettori!
Come ve la passate? Siamo già a martedì – questa sera, per me, lezione di hip hop. Quando danzo sono sempre felice!
Oggi ho poco tempo a disposizione, ma vi voglio lasciare un estratto di un e-book che da poco ho iniziato e già mi ha colpito al cuore: “Forse un giorno” di Colleen Hoover – ci fossero più scrittrici come lei… –

Titolo: Forse un giorno – Maybe someday
Autrice: Colleen Hoover
Editore: Leggereditore

Anno: 2015 (19 febbraio in e-book, 26 marzo in cartaceo)
Pagine: 327

Sydney Blake, un’aspirante musicista di vent’anni, ha una vita invidiabile: frequenta il college, ha un buon lavoro, è innamorata del suo meraviglioso ragazzo Hunter e convive con la sua migliore amica Tori. Ma tutto cambia quando scopre che Hunter la tradisce con Tori. Ora Sydney deve decidere che ne sarà della sua vita.
È attratta da Ridge Lawson, il suo misterioso vicino. Non può staccargli gli occhi di dosso e non può fare a meno di starsene ad ascoltarlo mentre suona la chitarra sul balcone della sua stanza. La sua musica le dà armonia e vibrazioni. E anche Ridge non può far finta di ignorare che c’è qualcosa in Sydney: a quanto pare, ha trovato la sua musa. Quando, finalmente, si incontrano, scoprono di avere bisogno l’uno dell’altra…

Sto tenendo distrattamente il tempo con il piede e cantando sulle note della sua musica le strofe che ho inventato, quando di colpo si ferma a metà canzone. Non si ferma mai a metà canzone; così, con naturalezza, guardo verso di lui. È chino in avanti, e mi sta fissando. Solleva l’indice come a dire ‘Aspetta’, poi mette giù la chitarra e rientra di corsa nel suo appartamento. Che diavolo sta facendo?
E – oh, mio dio – perché sono così nervosa all’idea che si sia rivolto a me?
Quando torna fuori, ha in mano della carta e un pennarello.
Sta scrivendo. Che diavolo sta scrivendo?
Solleva due fogli, e io strizzo gli occhi per riuscire a leggere quello che ha scritto.
Un numero di telefono.
Merda. Il suo numero di telefono?
Quando non mi muovo per parecchi secondi, lui agita i fogli e indica ciò che ha scritto; poi fa segno verso di me.
È pazzo. Non ho intenzione di chiamarlo. Non posso chiamarlo. Non posso fare una cosa del genere a Hunter.
Scuotendo la testa, prende un foglio pulito, scrive qualcos’altro e lo solleva di nuovo.
manda un sms.
Quando vede che nonostante questo non mi muovo, gira il foglio e scrive ancora.
ho una ?
Una domanda. Un sms. Sembra abbastanza innocuo. Quando solleva di nuovo il foglio con il suo telefono, tiro fuori il cellulare e digito il numero. Fisso lo schermo per qualche secondo, non sapendo bene cosa scrivere. Poi vado con:
IO: Che domanda hai?
Abbassa lo sguardo sul suo telefono, e quando riceve il messaggio lo vedo sorridere. Lascia cadere i fogli, si appoggia alla sedia e scrive. Qualche istante dopo il mio cellulare vibra. Esito un attimo prima di leggere.
LUI: Canti sotto la doccia?
Scuoto la testa, avendo conferma del mio sospetto iniziale. Sta flirtando. Ovvio, è un musicista.
IO: Non so che razza di domanda sia, ma se questo è il tuo modo di flirtare, sappi che ho un ragazzo. Non perdere tempo.
Invio il messaggio e vedo che lo legge. Scoppia a ridere, e questo mi irrita. Soprattutto perché il sorriso è… sorrisoso. Non so nemmeno se è una parola vera, ma non saprei come altro descriverlo. È come se tutta la sua faccia sorridesse insieme alla bocca. Chissà com’è da vicino.
LUI: Credimi, lo so che hai un ragazzo. E decisamente non è così che flirto. Voglio solo sapere se canti sotto la doccia. È che ho una grossa stima per le persone che cantano sotto la doccia e ho bisogno di conoscere la risposta a quella domanda per decidere se
passare o meno a quella successiva.
Leggo il lungo messaggio, ammirando la velocità con cui digita. I ragazzi di solito sono meno veloci delle ragazze a messaggiare, ma le sue risposte sono quasi istantanee.
IO: Sì, canto sotto la doccia. E tu?
LUI: No.
IO: Come fai ad avere una grossa stima di chi canta sotto la doccia, se tu non canti sotto la doccia?
LUI: Magari il fatto che non canto sotto la doccia è il motivo per cui ho una grossa stima per chi canta sotto la doccia.
Questa conversazione non sta andando da nessuna parte.
IO: Perché avevi bisogno di questa vitale informazione su di me?
Lui allunga le gambe e poggia i piedi sul bordo del balconcino, poi mi fissa per qualche secondo prima di riportare la sua attenzione sul telefono.
LUI: Vorrei sapere come fai a cantare i testi delle mie canzoni se non li ho ancora nemmeno scritti.
Le mie guance s’incendiano all’istante per l’imbarazzo. Beccata.
Fisso il suo messaggio, poi sollevo di colpo lo sguardo su di lui. Mi sta guardando, senza espressione.
Perché diavolo ho pensato che non potesse vedermi seduta qui fuori? Non avrei mai immaginato che mi avrebbe notato cantare sulle note della sua musica. Cavolo, fino alla scorsa notte non pensavo nemmeno che mi avesse mai visto. Inspiro a fondo, desiderando di non aver mai incrociato il suo sguardo. Non so perché lo trovi imbarazzante, ma è così. Mi sembra di aver invaso in qualche modo la sua privacy, e lo odio.
IO: Tendo a preferire le canzoni che hanno un testo, ed ero stufa di chiedermi come fossero quelli delle tue, perciò ne ho inventati dei miei.
Lui legge il messaggio, poi alza gli occhi su di me. Non c’è traccia del suo sorriso contagioso. Non mi piacciono i suoi sguardi seri. Non mi piace l’effetto che hanno sul mio stomaco. Ma non mi piace nemmeno l’effetto che hanno i suoi sorrisi sorrisosi sul mio stomaco. Vorrei si limitasse a un’espressione semplice, priva di attrattiva, piatta, ma non sono sicura che ne sia capace.
LUI: Me li manderesti?
Oddio. Col cavolo.
IO: Col cavolo.
LUI: Ti prego…
IO: No.
LUI: Tipregotipregotiprego.
IO: No, grazie.
LUI: Come ti chiami?
IO: Sydney. Tu?
LUI: Ridge.
Ridge. Gli dona. Fa tanto musicista lunatico.
IO: Be’, mi dispiace, Ridge. Ma non scrivo testi che qualcuno potrebbe voler ascoltare. Non scrivi tu i testi delle tue canzoni?
Lui inizia a digitare, ed è un messaggio piuttosto lungo. Le sue dita si muovono agili sul cellulare. Temo di essere sul punto di ricevere un intero romanzo. Quando solleva lo sguardo, il mio telefono vibra.
RIDGE: Diciamo che penso di avere un brutto caso di blocco dello scrittore. Motivo per cui vorrei davvero tanto che mi mandassi i testi che canti mentre suono. Anche se pensi che siano stupidi, vorrei leggerli. In un modo o nell’altro, sembri conoscere tutti i miei
pezzi, anche se non li ho mai suonati per nessuno, tranne quando mi esercito qui fuori.
Come fa a sapere che conosco tutti i suoi pezzi? Mi porto una mano sulla guancia quando la sento avvampare, consapevole che è già da un po’ che deve avermi notata. Da più di quanto pensassi all’inizio. Probabilmente sono la persona meno intuitiva del mondo. Alzo lo sguardo su di lui e vedo che sta scrivendo un altro sms, così guardo il mio telefono e aspetto.
RIDGE: Lo vedo dal modo in cui il tuo corpo reagisce alla chitarra. Tieni il tempo con i piedi, muovi la testa. Ti ho perfino messo alla prova rallentando ogni tanto il tempo di una canzone per vedere se l’avresti notato. E l’hai notato sempre. Il tuo corpo smette di
reagire quando cambio qualcosa. Anche solo guardandoti è chiaro che hai orecchio per la musica. E visto che canti sotto la doccia, probabilmente sei una buona cantante. Il che vuol dire che forse esiste la possibilità che tu abbia un talento per scrivere testi. Per questo, Sydney, vorrei leggere i tuoi testi.
Sto ancora leggendo, quando arriva un altro messaggio.
RIDGE: Ti prego, sono disperato.
Inspiro a fondo, desiderando più di tutto di non aver mai iniziato questa conversazione. Non capisco come diavolo abbia fatto a giungere a tutte queste conclusioni senza che mi accorgessi che mi stava guardando. In un certo senso, però, perlomeno mi sento meno imbarazzata per il fatto che mi abbia sorpreso a guardarlo. Ma ora che vuole leggere i testi che ho inventato, sono imbarazzata per tutt’altro motivo. Sì, è vero, canto. Ma non così bene da farci qualcosa a livello professionale. La mia passione riguarda principalmente la musica stessa, non l’esibizione. E per quanto ami scrivere canzoni, non ho mai condiviso niente di mio con nessuno. Mi sembra troppo intimo. Quasi quasi avrei preferito che mi avesse mandato un banale messaggio per flirtare.
Salto quando il mio cellulare vibra di nuovo.
RIDGE: Okay, facciamo così. Scegli una mia canzone, e mandami il testo solo di quella. Poi ti lascerò in pace. Soprattutto se è stupido.
Scoppio a ridere. E rabbrividisco. Non si arrenderà. Dovrò cambiare numero.
RIDGE: Adesso conosco il tuo numero di telefono, Sydney. Non mi arrenderò finché non mi avrai inviato il testo di almeno una canzone.
Gesù. Non se ne va.
RIDGE: E so pure dove vivi. Sono capacissimo di venire davanti alla tua porta a implorarti in ginocchio.
Ehi!
IO: Okay. Smettila con le minacce inquietanti. Una canzone. Ma devo buttare giù il testo mentre suoni. Non le ho mai scritte prima d’ora.
RIDGE: D’accordo. Quale? La suono subito.
IO: Come faccio a dirti quale? Non li conosco i titoli.
RIDGE: Eh, nemmeno io. Alza una mano quando arrivo a quella che vuoi che suoni.

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Personal Review #12: Trentatrè

Buona domenica, lettori!
Come state? Qui vento che porta via, grigiume, ed abbiocco post-pranzo, ma abbastanza bene.
Non potevo aspettare molto, quindi è arrivato il momento di recensire il romanzo che ha deliziosamente tormentato la mia scorsa settimana.
Sappiatelo già ora: potrei delirare, ma è un delirio tutto in positivo.

Titolo:Trentatrè
Autrice: Mirya
Editore: CreateSpace Independent Publishing Platform
Anno: 2014
Pagine: 374

Trentatré sono i giorni che Dio Si impegna a trascorrere sulla terra, senza i Suoi poteri, prima che Suo Figlio acconsenta ad aiutarLo nell’Apocalisse; ma scopre subito che l’umanità è un abito scomodo da indossare. Trentatré sono i giorni di cui Grace dispone per persuadere quel vecchio pazzo convinto di essere Dio che l’universo non deve finire; ma c’è un asino dagli occhi azzurri a complicarle la vita e a lei non resta che cercare di trasformarlo in un unicorno rosa. Trentatré sono i giorni in cui Michele deve affrontare i suoi demoni, per liberarsi del marchio di Caino e imparare di nuovo ad avere fiducia; ma c’è una rossa intenzionata a combattere contro di lui che invece forse potrebbe combattere al suo fianco. Trentatré sono i giorni necessari a cambiare per sempre le vite del vecchio Giò, di Amir, di Juliette e di tutti coloro che ruotano attorno allo stesso locale, quel locale che in fondo può assomigliare ad una casa, come loro in fondo possono assomigliare ad una famiglia. Perché la fortuna non è positiva né negativa, le cose migliori accadono per caso e il mondo è pieno di incastri.

Sarò profondamente sincera: questo romanzo mi ha messa nella situazione di non sapere da che parte iniziare per parlarne.
Forse dovrei solo lasciare scorrere il flusso di parole, emozioni, sensazioni che mi hanno attraversata, scossa, ed anche cambiata nel corso della lettura, ma, anche in quel caso, qualora permettessi a quella corrente di defluire liberamente, probabilmente non sarei all’altezza. Tuttavia, chi può esserlo di fronte ad un capolavoro del genere?
Non esagero nel definirlo così – e, chiamatemi pure banale, però questo termine ugualmente non si adatta -. E’ un tutto, un insegnamento unico, tutto cela e tutto rivela e non si riesce a comprenderlo fino in fondo. Ogni frase, ogni momento, ogni scena descritta ci dà qualcosa, ce lo concede come un regalo prezioso, ma, al medesimo tempo, ci rendiamo conto che non capiremo mai davvero totalmente quello che Mirya ha voluto dirci.
L’incastro perfetto fra Grace, fanciulla di purezza, gioia di vivere ed unicorni rosa,  con il resto del mondo che le gira attorno, D., che davvero è Dio, ma per tutti è un pazzo, Michele, oscuro, burbero, avvolto ed intriso di doloroso, ma dal cuore più d’oro di chiunque altro, anche se per lui le rosse non tornano, ed una catena di personaggi che si salvano, che vengono salvati e salvano, forse anche noi. Vite ed anime sottili che si incrociano in un arco di 33 giorni, in cui la divinità scende in mezzo a noi, per osservarci, studiarci, capire il perchè ed il per come di Apocalisse e mantenere o, chissà, sciogliere il patto stretto con i Maya.
Certo, descritto in questo modo, appare davvero poco comprensibile, ma io vi avevo avvertiti che il mio sarebbe stato una sorta di delirio di inadeguatezza, di non – onnipotenza, di piccolezza nei riguardi di un libro che senza alcun dubbio vuole dire e dirci molto più di quanto io abbia potuto capire.
Trentatrè” è cultura, spiritualità, insegnamento: sono sorrisi e sofferenze, una pugnalata dolce come un cucchiaio di marmellata, è quei silenzi in realtà pieni di parole profonde, entra lievemente e con la grazia della neve nel cuore di chi legge senza nemmeno volerlo, senza avvedersene.Trentatrè” è quel romanzo che vorrei avere la capacità di scrivere, io, che sto lavorando ad un libro, o, almeno, ci sto provando da tutta una vita e che non riuscirò mai a fare. Di “Trentatrè” vorrei parlare trentatrèvoltetrentatrè come succede solo quando ami o hai amato o amerai tantissimo, per sempre, per moltissimo tempo, qualcosa.

«Stai dicendo che non ce le hai date tu, le pulsioni negative?»
«Sono nate insieme a quelle positive» confermò D. «Se nell’aria si diffondessero solo vibrazioni angeliche, prima o poi verreste appunto accecati da troppa luce o il buio dentro di voi scoppierebbe, rendendovi ugualmente ciechi. Sono le vibrazioni demoniache a far uscire quel buio in quantità non pericolose per voi né per gli altri, a conservavi la vista, ma per i demoni è un lavoraccio enorme, perché è molto più difficile avere a che fare con gli incubi che coi sogni.»
Grace pensò alle molte storie raccapriccianti che si sentivano al telegiornale. «Spesso, quando qualcuno compie azioni terribili, si dice che sembrava tanto un brav’uomo…»
Lui assentì, il dispiacere palese sul volto. «Perciò si dice ‘affrontare i propri demoni’, se non lo fai diventi tu stesso quello che voi descrivete come un demone. È un equilibrio difficile da raggiungere e anche di questo me ne sto rendendo conto adesso: come il vostro corpo, anche la vostra mente è un meccanismo complicato. Perfetto, se funziona bene, ma complicato da far funzionar bene. Per questo il lavoro dei demoni è importante tanto quanto quello degli angeli, ma non glielo riconoscete, anzi, li calunniate senza ritegno. Come vi aspettate poi che lavorino bene nell’educarvi, quando li trattate in questo modo? Se fate così con tutti gli educatori, non mi stupisco che vi lamentiate sempre per la vostra scarsa salute mentale. Quando tornerò in me stesso, stavolta ascolterò le rivendicazioni sindacali dei demoni, devo loro qualcosa per tutti questi secoli di diffamazione.»

Trentatrè.
Trentatrè le volte in cui rileggerei questo libro – forse anche di più -.
Trentatrè i miracoli del cuore che le parole di Mirya mi hanno dispensato.
Trentatrè le volte in cui avrei davvero voluto tuffarmi fra le pagine anche solamente per osservare le vicende, per essere una mera – e fiera – spettatrice esterna, cliente del Fortuna, amica del vecchio Giò, ascoltatrice delle parole di D.
Trentatrèmila i sorrisi di gioia, i sospiri di pienezza, le lacrime di commozione che mi hanno colmata, stravolta, sconvolta.
Trentatrèallaseconda i momenti in cui avrei voluto essere Grace, nella sua innocenza, nella sua grazia, nella sua forza, nella vita vera e totale che rappresenta.
Trentatrèmilioni gli insegnamenti che mi ha lasciato questo romanzo ed, in egual numero, quelli che, purtroppo, forse, sto ancora cercando di apprendere in tutta la mia limitatezza.
Trentatrè+Trentatrè+Trentatrè,ecc.. le occasioni in cui avrei voluto abbracciare Mirya, forte, fortissimo, come una bambina, come una ragazza, come qualcuno che non sa come dire che ama ciò che sta leggendo, che ringrazia per ciò che sta leggendo.

La normalità non è omogeneità, né perfezione: è differenza e imperfezione ed è soprattutto mortalità, mancanza di poteri. È questo che vi accomuna tutti, è per questo che dovreste unirvi invece che combattervi» disse D. «Le vostre diversità erano ciò che mio Figlio intendeva dire con quella faccenda della comunione: il corpo e il sangue, con i loro difetti, con le loro mancanze, con le loro mille variabili di colore, forma, gusti. Se vi ricordaste che siete tutti normali e diversi, capireste che siete tutti speciali e uguali. E che potete compiere i miracoli anche senza poteri, come li compie Grace.»

Trentatrè. Nove lettere, una parola. Un respiro. Un simbolo. Gioia e dolore assieme. 
Senza paura, consapevolmente, avvicinatevi a questo libro.
Dire “Non ve ne pentirete“, in realtà, suona come una minaccia. Quindi vi dirò solo: apritelo e lasciate che sia.
Che sia vostro.
Voto: 9 e mezzo. 

Pubblicato in: Flying Keys, Music

Flying Keys #3

Salve lettori!
Finalmente siamo giunti al weekend – respiro profondo di sollievo... – e non mi sembra vero che la settimana sia trascorsa così velocemente.
In primo luogo, è doveroso chiedervi scusa, perchè ultimamente sono un pochino monotona – alterno sempre le stesse rubriche -, ma vi prometto che varierò maggiormente in futuro, non temete – la mia mente malefica e calcolatrice (??) sa ciò che fa…. forse-.
Oggi tornano, invece, i consigli musicali. Sappiate che non è stato facile: mille e più canzoni in testa e devo limitarmi a 3/4 ad appuntamento, altrimenti non c’è gusto. Questa volta rimarrò in territorio “straniero”, cercando di farvi esplorare terre nuove – vi assicuro che non ho assunto nessuna sostanza stupefacente, sono così di mio, anche se ormai credo che lo sappiate… – .

Buon ascolto!

1. Break you – Marion Raven

Lei è totalmente sconosciuta in Italia – o quasi -. Adesso vi spiego chi è: chi fra i più “anziani” si ricorda le M2M? Erano famose negli anni 2000 – colonna sonora film dei Pokèmon per esempio – e la piccola Claudia melomane aveva acquistato il loro cd – al tempo si usava così – . Bene, un giorno mi sono imbattuta in loro (?) su Youtube ed ho deciso di proseguire nell’analisi della carriera di ciascuna. Mentre la biondina, Marit, non mi fha fornito nulla di interessante, la moretta mi ha stupita. Un buon numero di canzoni orecchiabili e con testi apprezzabili. Quindi, nella speranza che anche voi sottoponiate ad analisi questa parte del patrimonio musicale svedese, vi propongo una delle sue canzoni che io preferisco.

2. Breathe again – Sara Bareilles

Amo questa cantante. In Italia poco conosciuta, ho imparato ad apprezzarla attraverso i telefilm. Sì, anche in questo caso sono state le serie tv a permettermi un approfondimento delle mie conoscenze musicali. Trovo che abbia un timbro particolare, diverso dalle altre, oltre ad adorare i testi delle sue canzoni. Questa è la mia preferita in assoluto. Ogni volta mi da i brividi.

3. The forgotten – Green Day

I Green Day sono fra i miei gruppi preferiti. Nell’élite proprio. Li adoro da almeno una decina di anni, li ho sempre seguiti e stimati, senza mai, purtroppo, riuscire a vederli live – maledizione che mi perseguita -. Questo è uno dei loro brani più dolci ed intensi della loro discografia – è colonna di uno dei film della saga di Twilight, se non ero “Breaking dawn parte 2“, ma non mi piace per quello -, quindi ve lo regalo, con tutto l’amore per Billie, Mike e Trè.

4. Latch – Sam Smith

E’ ormai risaputo che adori Sam Smith. Voce unica, prima di tutto, musicalmente poi lo ritengo un piccolo genio. Adoro questa versione acustica del suo brano, anche se l’originale è ugualmente bellissima. Solo che… così… insomma, è poesia pura.

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Personal Review #11: Il primo bacio a Parigi

Ave, lettori!
Come ve la passate? Mi prendete per pazza se vi dico che sono felice che sia GIA’ martedì? Sì, sto degenerando, vipregoaiutatemi.
Dopo questi semi delirio, tornerò seria – per quanto io possa esserlo.. – e proseguirò nelle mie intenzioni.
So benissimo che riguardo al libro a cui ho intenzione di dedicare il di oggi appuntamento – voilà, che sottigliezza espressiva! Mi meraviglio di me stessa – sono già state spese mille e più parole da tantissime bloggers sicuramente più esperte ed in gamba di me, ma non riesco a tacere, a tenermi tutto dentro, e ciò accade quando un romanzo mi colpisce particolarmente, anzi, oserei dire che ciò accade perlopiù quando un’opera mi conquista totalmente – non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra, ma mi sono sentita come quando ho terminato “Il tuo meraviglioso silenzio”. Avrei voluto parlarne per ore e lo avrei fatto senza interrompermi, flusso continuo-.
La mia “vittima” è “Il primo bacio a Parigi” di Stephanie Perkins.

Titolo: Il mio primo bacio a Parigi (Anna and the french kiss)
Autrici: Stephanie Perkins
Editore: De Agostini
Collana: Le Gemme

Anno: 2015
Pagine: 428

Anna è pronta a passare un ultimo anno di liceo indimenticabile insieme alla sua migliore amica e a un ragazzo che sta per diventare il suo ragazzo. Ma il padre ha deciso di regalarle un’esperienza altrettanto indimenticabile: un anno in una scuola internazionale a Parigi! Peccato che Anna non riesca a prenderla con altrettanto entusiasmo: non sa una parola di francese, si sente l’ultima arrivata e non riconosce neanche il cibo che trova a mensa. Per fortuna nei corridoi si scontra con quanto di più interessante la città possa offrirle: Etienne St. Clair. Occhi splendidi, capelli perfetti, un’innata gentilezza e un’irresistibile ironia: St. Clair ha proprio tutto… anche una fidanzata, purtroppo! Per quanto Anna cerchi di non infilarsi in una situazione complicata, Parigi non è proprio la città adatta per resistere a una cotta colossale…

Due anni. Circa il tempo di attesa per la traduzione di questo romanzo. Stavo quasi per “cedere” ed appropinquarmi alla lettura in lingua quando sono a venuta a sapere dell’edizione italiana ed allora festa grossa.
Spesso mi è accaduto che le grandi aspettative venissero clamorosamente deluse una volta entrate a contatto con la cruda realtà, dunque mi sono avvicinata alla creatura della Perkins con un po’ di timore – data la mia positività naturale, questa iniziale diffidenza unita ad una sciocca esitazione non mi spaventavano più di tanto.. – .
Sin dalle prime pagine mi sono sentita totalmente appagata, sollevata dal fatto che le mie speranze fossero state non solo bene, ma addirittura ottimamente riposte. Non esagero quando definisco questo libro come IL romanzo YOUNG ADULT per eccellenza.
Chi non è molto inserito nel campo – di cui, confesso, io stessa sono entrata a far parte da poco – non può che necessitare una solerte ed approfondita spiegazione: nelle pagine che l’autrice ha condiviso con noi c’è tutta l’innocenza, la purezza, la novità e la pienezza dei sentimenti, delle esperienze e delle emozioni tipicamente pre – adolescenziali. E’ tutto così sincero, vero, quasi magico che è pressocchè impossibile trovarvi un difetto, una mancanza e nemmeno si potrebbe asserire che il romanzo manchi di verità o sia fuori da tempo, spazio e figlio del filone dei romance che, non di rado, tendono all’esagerazione, costruendo storie principesche, lontane dalla realtà, fuori dal comune, del tutto o quasi inverosimili.
Anna è una ragazza come tante, ancora “incolume” da esperienze di amore serio, catapultata a Parigi, dove tutto è nuovo e diverso per lei: nuova scuola, nuovo mondo, nuovi amici… e nuovo amore. Chi non si innamorerebbe di Étienne St. Clair? Il bravo ragazzo, bello, intelligente, amato, popolare, il tipico protagonista delle fantasie delle teenagers. Tuttavia, senza aver letto, non potete minimamente immaginare in quale modo assolutamente genuino e reale Stephanie Perkins descrive lo sviluppo del loro rapporto, il graduale modificarsi dei sentimenti, dal più banale autoconvincimento “No, non mi interessa, intanto gli muoiono dietro tutte” fino a qualcosa di nettamente più serio, passando attraverso un’amicizia importante, condivisione che appare sin più matura e profonda dell’età dei protagonisti e che non può che far sorridere ed emozionare il lettore.

Notre-Dame.
La riconosco dalle fotografie, naturalmente. Ma se Saint-Étienne è una cattedrale, non è niente, NIENTE paragonata a Notre-Dame. La costruzione è come una grande nave che procede lungo il fiume. Massiccia. Mostruosa. Maestosa. Per come è illuminata, mi ricorda in modo assurdo Disney World, ma è molto più magica di qualunque cosa Walt avrebbe mai potuto concepire. Ciuffi di rampicanti verdi debordano dai muri e scendono fino all’acqua, completando la favola.
Espiro lentamente. «È bellissima.»
St. Clair sta guardando me.
«Non ho mai visto niente di simile.» Non so cos’altro dire.
Per raggiungerla dobbiamo attraversare un ponte. Non mi ero resa conto che fosse costruita su un’isola. St. Clair mi dice che stiamo andando all’Île de la Cité, l’Isola della Città, il quartiere più antico di tutta Parigi. Sotto di noi la Senna scintilla, profonda e verde, e una lunga barca decorata di luci scivola oltre il ponte.
Mi sporgo dal parapetto. «Guarda! Quel tipo è talmente sbronzo che, di sicuro, cadrà dalla ba…»
Mi giro verso St. Clair e lo trovo che cammina a piccoli passi in mezzo al ponte, a qualche metro dal parapetto.
Per un istante sono confusa, poi capisco. «Cosa c’è? Non soffrirai di vertigini?»
Lui tiene gli occhi puntati davanti a sé, sulla sagoma illuminata di Notre-Dame. «Non capisco proprio perché uno debba stare sul bordo, quando c’è spazio a sufficienza per camminare nel mezzo.»
«Ah, e così ti piace avere spazio per camminare.»
«Smettila, o ti interrogo su Rasputin. O sulla coniugazione dei verbi francesi.»
Mi sporgo dal ponte e fingo di barcollare.
St. Clair impallidisce. «No! Non farlo!» Allunga le braccia come per salvarmi, ma poi si afferra lo stomaco come se invece stesse per vomitare.
«Scusa!» Con un balzo, mi allontano dal parapetto. «Mi dispiace. Non mi ero resa conto che la cosa fosse tanto seria.»
Scuote una mano, facendomi segno di smettere di parlare. L’altra è ancora incollata allo stomaco in preda alla nausea.
«Mi dispiace» ripeto di nuovo, dopo un istante.
«Andiamo.» St. Clair sembra seccato, neanche fossi io quella che ci ha fatto perdere tempo. Indica Notre-Dame. «Non è per lei che ti ho portata qui.»
Non riesco a immaginare niente di meglio. «Non entriamo?»
«È chiusa. Avremo tempo per visitarla un’altra volta, ricordi?» Mi guida verso lo spiazzo davanti alla cattedrale, e io colgo l’occasione per ammirare il suo sedere. Callipige. Allora c’è qualcosa di più bello di Notre-Dame.
«Eccoci» annuncia.
Da dove siamo abbiamo una visuale perfetta dell’ingresso principale: centinaia e centinaia di minuscole figure intagliate all’interno di tre colossali portali ad arco. Le statue sembrano bambole di pietra, tutte diverse e ricche di particolari.
«Sono incredibili» sussurro.
«Non lì. Qui.» Indica ai miei piedi. Abbasso lo sguardo e scopro con sorpresa di trovarmi al centro di un piccolo cerchio di pietra. Nel mezzo, esattamente fra le mie scarpe, c’è un ottagono di bronzo con una rosa dei venti. Nella pietra tutt’attorno sono incise le parole: POINT ZÉRO DES ROUTES DE FRANCE.
«Mademoiselle Oliphant, la traduzione è punto zero delle strade di Francia. In altre parole, è il punto da cui in Francia vengono misurate tutte le distanze.» St. Clair si schiarisce la voce: «È dove tutto ha inizio».
Torno ad alzare lo sguardo. Sta sorridendo.
«Benvenuta a Parigi, Anna. Sono felice che tu sia qui.

Ogni momento è incorniciato dall’atmosfera parigina, luci, colori, e profumi della città più romantica del mondo: la dolcissima Anna, che non si può che adorare profondamente in tutta la sua ingenuità, semplicità ed autenticità di sentimenti come può solo essere una ragazzina senza malizie, si ritrova prima dispersa poi perduta nella capitale della Francia, da fanciulla sconvolta e disorientata in una dimensione a lei estranea, lontana da affetti e sicurezze, priva delle solidità che le fornivano stabilità sul suolo casalingo, a piccola donna che affronta scoperte, approfondisce sogni, coltiva passione ed impara un luogo che da estraneo si rivela molto più confortevole e simile alla casa di quanto la sua Atlanta non sia mai stata.
Casa è dove il cuore è, lo abbiamo sentito in mille salse, ma in questo libro assume ancora un significato nuovo, e – so di ripetermi – genuino, sincero, senza fronzoli.
Casa diventa il luogo dell’amore, il primo palpito serio, non una mera cotta, una breve ed impavida esperienza, il luogo delle amicizie, dei rapporti maturi, delle delusioni, dei dolori, della crescita. Leggere è come rivivere quei momenti, è un percorso a ritroso, nel piacere della memoria ed anche un pochino della malinconia: si ritorna giovani, nel senso più “nobile” del termine, si respira aria di “conquista”, di novità, una dolcezza ed una tenerezza che da molto bramavo ritrovare in un romanzo e che finalmente ho scoperto nelle pagine di quest’ultimo.

È un dolore fisico. Étienne. Quanto lo amo.
Io amo Étienne.
Amo il modo in cui inarca il sopracciglio ogni volta che dico qualcosa che ritiene intelligente, o divertente. Amo sentire le sue scarpe attraversare a passi pesanti il soffitto della mia stanza. Amo che la prima lettera del suo nome si scriva con l’accento, e che parli con quello strano accento.
Io amo il suo accento.
Amo sedere di fianco a lui a Fisica. Sfiorarlo accidentalmente nelle ore di laboratorio. La sua calligrafia disordinata sui fogli dei compiti. Amo allungargli lo zaino, a fine lezione, perché così poi le mie dita sanno di lui per i dieci minuti seguenti. E quando Amanda dice qualcosa di stupido, e lui cerca il mio sguardo per scambiare una smorfia infastidita… amo anche quello. Amo la sua risata da ragazzino, le sue camicie spiegazzate e quel ridicolo berretto fatto a maglia. Amo i suoi grandi occhi castani e il modo in cui si mangiucchia le unghie, e amo i suoi capelli al punto che potrei morire.
C’è solo una cosa che non amo di lui. Lei.
Se prima Ellie non mi piaceva, non c’è confronto con come mi sento ora. Non importa che possa contare le volte che ci siamo incontrate sulle dita di una mano. È quella prima immagine, che non riesco a togliermi dalla mente. Sotto il lampione. Le dita di lei tra i suoi capelli. Ogni volta che rimango da sola, la mia mente torna a quella notte. Mi spingo oltre. Lei gli tocca il petto. Oltre. La stanza di Étienne. Lui le sfila il vestito, le loro labbra si trovano, i loro corpi uno contro l’altro, e – oh, mio Dio – sento caldo e mi viene da vomitare.
Faccio fantasie sulla loro separazione. I modi in cui lui potrebbe ferire lei e lei potrebbe ferire lui, e tutto ciò che potrei fare per vendicarlo facendole a mia volta del male. Vorrei prenderla per i capelli dal taglio parigino e tirare fino a strapparglieli dalla testa. Vorrei infilarle le unghie negli occhi e cavarglieli.
A quanto pare non sono una bella persona.

Sarò sembrata una ragazzina idiota sinora, poco imparziale e molto coinvolta, ma come si può rimanere immobili in ogni senso di fronte ad una storia come questa?
Escludendo il modo in cui formalmente è presentata – ovvero, benissimo, nulla da eccepire o recriminare allo stile della Perkins, anzi, tanto di cappello -, ne avevo bisogno: mi mancava qualcosa come ciò che mi ha regalato “Il primo bacio a Parigi”. Sì, qualcosa. Racchiudo tutto con questo termine, che può apparire semplicistico, ma sono rimasta senza parole. Nel modo più felice che letterariamente si possa immaginare.

Voto: 9

Pubblicato in: Books, Libri, Nibbles

Nibbles Nibbles #4: Trentatrè

Buongiorno tesori e buona settimana!
Il lunedì è duro come sempre e più di sempre (?), ma combattiamo, giusto?
Oggi vi propongo un assaggio di un romanzo che ho da poco iniziato e già mi delizia – quindi, già ti ringrazio, Mirya, per averci regalato questa perla letteraria – .
Non sono una che da giudizi affrettati, nè positivi nè negativi, ma mi sento di dirvi, e solo per questa volta – e ben poche altre – che credo proprio che valga la pena per ciascuno di voi intraprendere la lettura di quest’opera.

Titolo: Trentatrè
Autrici: Mirya
Editore: CreateSpace Independent Publishing Platform

Anno: 2014
Pagine: 374

Trentatré sono i giorni che Dio Si impegna a trascorrere sulla terra, senza i Suoi poteri, prima che Suo Figlio acconsenta ad aiutarLo nell’Apocalisse; ma scopre subito che l’umanità è un abito scomodo da indossare. Trentatré sono i giorni di cui Grace dispone per persuadere quel vecchio pazzo convinto di essere Dio che l’universo non deve finire; ma c’è un asino dagli occhi azzurri a complicarle la vita e a lei non resta che cercare di trasformarlo in un unicorno rosa. Trentatré sono i giorni in cui Michele deve affrontare i suoi demoni, per liberarsi del marchio di Caino e imparare di nuovo ad avere fiducia; ma c’è una rossa intenzionata a combattere contro di lui che invece forse potrebbe combattere al suo fianco. Trentatré sono i giorni necessari a cambiare per sempre le vite del vecchio Giò, di Amir, di Juliette e di tutti coloro che ruotano attorno allo stesso locale, quel locale che in fondo può assomigliare ad una casa, come loro in fondo possono assomigliare ad una famiglia. Perché la fortuna non è positiva né negativa, le cose migliori accadono per caso e il mondo è pieno di incastri.

Grace sorrideva al mondo intero, mentre iniziava il primo giorno del resto della sua vita. Era il giorno in cui avrebbe messo giù la prima pietra della sua felicità, il primo granello della sua realizzazione personale, il primo ingrediente della sua autostima. Era il giorno in cui avrebbe convinto almeno una casa editrice a pubblicare il suo romanzo. Si fermò un attimo per controllare il suo riflesso in una vetrina, lisciandosi la gonna sui fianchi: il trucco era discreto e le faceva risaltare i pregi del volto, i capelli erano acconciati in una crocchia pulita ma non severa, il vestito era elegante ma anche sexy: dava proprio l’impressione seria ma non accademica che voleva. Tolse un filo inopportuno dalla camicetta e, quando rialzò gli occhi sulla vetrina, vide qualcuno traballare alle sue spalle. L’uomo era avanti con gli anni, come dimostrava la barbetta bianca che gli incorniciava il viso. Indossava una tunica candida lunga fino ai polpacci e un paio di sandali di cuoio, un abbigliamento decisamente inusuale anche nel caldo di quell’estate, e dondolava incerto ad ogni passo, come se non
sapesse dove posare i talloni o se fosse davvero opportuno posare i talloni. Grace si voltò appena in tempo per sostenerlo, mentre lui incespicava sulle sue stesse caviglie. Per fortuna aveva riflessi ottimi, merito delle lezioni di scherma che aveva preso.
«Ti senti bene?» gli chiese, aiutandolo a rimettersi in equilibrio.
Dai vestiti e dall’andatura non pareva affatto che si sentisse bene; forse era scappato da qualche istituto, o dalle cure poco attente di qualche badante.
«Non capisco» mormorò lui, confuso. «Come funzionano i piedi?»
Decisamente, qualche istituto. Suo padre l’avrebbe rimproverata per essersi attardata con
l’ennesimo caso pietoso, così come la rimproverava sempre perché non dava mai del ‘lei’, ma Grace non amava tenere le distanze. Non c’era abbastanza spazio al mondo per tenere le distanze da qualcuno.
«Fammi vedere come cammini» gli disse.
Non aveva mai sottovalutato le difficoltà né deriso le ignoranze di nessuno, e non avrebbe di certo incominciato proprio quel giorno. Quel magnifico, promettente primo giorno del resto della sua vita. Lui la guardò grato, poi mosse in avanti qualche timido tentativo.
«Sbagli l’impostazione» gli spiegò. «Prima devi appoggiare il tallone, poi, mentre alzi l’altro
piede, sposti il peso sulla punta. Ecco, proprio così.» Gli sorrise entusiasta di quel piccolo successo: la soddisfazione la riempiva di buoni propositi per il successo che sperava di ottenere anche nell’obiettivo che si era prefissata per quella giornata. «Vedi? I piedi funzionano benissimo: dopotutto, Dio non fa le cose per sbaglio.»
L’uomo scosse il capo. «A dire il vero non ci avevo riflettuto molto, su questa faccenda dei piedi. Immagino che prima avrei dovuto provarli. Dove siamo?»
Grace aggrottò le sopracciglia, confusa. «Non è che adesso mi chiederai anche in che anno siamo, vero?»
«Oh, no, quello lo so bene: 2012. L’anno della Fine del Mondo.»
Lei lo squadrò dal basso in alto. «Ecco il perché della tunica. Sei uno di quelli, eh?»
«Veramente non ce ne sono altri come me…»
«Sei uno di quelli che girano per le strade a gridare che ci dobbiamo redimere dai nostri peccati e che credono che l’Apocalisse stia arrivando…»
«Ma certo che l’Apocalisse sta arrivando. La farò cominciare io.»
Grace fece un passo indietro: aveva ancora abbastanza buon senso da sapere che quando qualcuno intende cominciare l’Apocalisse può dimostrarsi pericoloso. E se fosse stato un terrorista? Oppure…
«Sei un drogato? Perché l’ultima volta che ho aiutato un drogato poi quello…»
«Non sono un drogato! Sono Dio!»