Pubblicato in: Actor, Character Session, Telefilm, Tv Series

Character Session #2: Dean Winchester

That is exactly why our lives suck. I mean, come on, we hunt monsters! What the hell? I mean, normal people, they see a monster, and they run. But not us, no, no, no, we search out things that want to kill us. Or eat us! You know who does that? Crazy people! We are insane! You know, and then there’s the bad diner food and then the skeevy motel rooms and then the truck-stop waitress with the bizarre rash. I mean, who wants this life, Sam? Seriously? Do you actually like being stuck in a car with me eight hours a day, every single day? I don’t think so! I mean, I drive too fast. And I listen to the same five albums over and over and over again, and I sing along. I’m annoying, I know that. And you, you’re gassy! You eat half a burrito, and you get toxic! I mean, you know what? You can forget it. Stay away from me Sam, OK? Because I am done with it. I’m done with the monsters and the hellhounds and the ghost sickness and the damn Apocalypse. I’m out. I’m done. Quit. 

Parto in modo diverso dal solito. Vi introduco al mio post di oggi così, direttamente. Forse lo faccio un po’ per difesa, perché ho il maledetto terrore di parlare di questo personaggio. Mi sento gravata da un’enorme responsabilità, sia nei confronti del suddetto, che – ovviamente – del suo interprete, che del fandom – vi prego, se vi farà pena quello che scriverò, non ditemelo, ok? Potrei rimanerci male. No, ok, sto scherzando: se il mio articolo vi risulterà vomitevole siete liberissimi/e di mandarmi piacevolmente a quel paese.- Dunque: questo quote in lingua di chi è? Sono pronta a scommettere che qualcuno lo avrà già capito. Anzi, oserò di più: ci sarà chi non avrà avuto dubbi su chi l’ha pronunciato dalla seconda parola. O magari anche dalla prima. Probabilmente chi segue questa serie televisiva da sempre si sentirà “spodestato” (?) da me, che l’ho “recuperata” interamente in tre mesi (sono nove stagioni, che lavoraccio… per modo di dire “lavoraccio”), ma io non posso proprio risparmiarmi dall’affermare che il personaggio di cui sto per tessere le lodi è uno dei miei preferiti in assoluto nella storia della tv. Ok, ve lo dico: sto parlando di Dean Winchester, uno dei protagonisti principali di “Supernatural“. Come se non fosse già sufficientemente conosciuta, farò una breve premessa a questa meravigliosa serie televisiva, che mi è entrata nel cuore e si è posizionata nella famose élite delle preferite.

Titolo: Supernatural Stagioni: 10  Episodi: 218 (aggiornato 28.11.14) Durata: 41 minuti circa ad episodio 
Ideatore: Eric Kripke Interpreti e personaggi principali:
Jared Padalecki: Samuel “Sam” Winchester

Jensen Ackles: Dean Winchester 
Jim Beaver: Bobby Singer Misha Collins: Castiel
Mark Sheppard: Crowley Mark Pellegrino: Lucifero Osric Chau: Kevin Tran


Supernatural
è una serie televisiva statunitense di genere paranormale che nasce nel 2005 dalla brillante, geniale, meravigliosa – scusate, mi sono lasciata trasportare – mentre di Eric Kripke. Lo show segue le vicende dei fratelli Sam e Dean Winchester, interpretati rispettivamente da Jared Padalecki e Jensen Ackles , cacciatori di demoni e altre figure del paranormale. Tutto parte dal 2 novembre 1983 quando la madre dei due protagonisti, Mary, perde la vita uccisa da un demone che incendia la loro casa. Il padre, John, inizia a educare i figli alla caccia del soprannaturale con lo scopo di trovare la creatura che ha ucciso sua moglie e vendicarla. Mentre Dean, il più grande dei due fratelli, segue le orme del papà del padre e passa l’infanzia a proteggere il fratello Sam, quest’ultimo, dopo il liceo, decide di abbandonare la caccia e di andare all’università.- e, mi spiace, ma non vi dirò di più, perché è umanamente impossibile riassumere brevemente la trama INTERA di Supernatural -. Girata a Vancouver, rimase in fase embrionale per quasi dieci anni. L’episodio pilota, che debuttò sul network The WB il 13 settembre 2005 (giorno sacro per il fandom) per poi passare, dalla seconda stagione, sul palinsesto della allora neonata The CW, venne seguito da quasi 5.7 milioni di persone e gli ascolti dei primi quattro episodi spinsero il network a mandare in onda un’intera prima stagione, composta da 22 episodi. Per quanto riguarda la programmazione italiana, la prima stagione ha debuttato su Rai 2 molto più tardi rispetto agli Stati Uniti –il 13 febbraio 2007 è stato trasmesso l’episodio pilota -. Il team di produttori esecutivi comprende Eric Kripke, McG e Robert Singer; (l’ex produttore esecutivo Kim Manners morì di cancro ai polmoni durante la produzione della quarta stagione) . Sappiate che il malefico Kripke aveva in mente solamente tre stagioni per la serie televisiva. Che poi divennero cinque. Che poi milleduecento perché la CW continuava a rinnovargliele. Quando Eric smise il suo ruolo di showrunner, venne sostituito prima da Sera Gamble e, a cominciare dall’ottava stagione, da Jeremy Carver. – ormai, per noi fans, sono tutti zii. O qualcosa del genere, insomma. –

Ma ora, veniamo a noi. E perdonate se mi sono dilungata. A questo punto la domanda non è tanto CHI è Dean Winchester. Penso che valga quanto chiedere Chi è Barack Obama (???!!!), ma PERCHÉ Dean Winchester. PERCHÉ la sottoscritta lo ama così tanto. Ma vabbè, io vi dirò lo stesso CHI è prima, perché sono molesta – e molto, molto simpatica, ammettetelo. E modesta. OK.- Dean Winchester è un favoloso essere umano(!!) nato il 24 Gennaio 1979 – sì, si sa anche la data di nascita e sì, è uno splendido Acquario. Va bene, mi fermo. -, come, ha spiegato San Kripke, sua moglie Jess – quanta tenerezza. -. Prende il nome dalla sua meravigliosa nonnina, ama la macchina che gli ha regalato il padre – Baby… cioè, una Chevrolet Impala del 1967 – e fra i suoi “amuleti speciali” ci sono un ciondolo che gli ha regalato Sam per Natale nel 1991 e l’anello nuziale della mamma.  Ha un tatuaggio uguale al fratello, che li protegge dalle possessioni demoniache (… ok, non farò spoiler, ciao.), le sue due canzoni preferite sono “Ramble on” e “Traveling Riverside Blues” dei Led Zeppelin e si scofana una quantità inspiegabile di hamburgers e torte. No, non vi dirò nulla di più, perché cadrei nello spoiler e ciò sarebbe davvero imbarazzante e soprattutto andrebbe contro i miei principi di vita. Piuttosto, arriverò finalmente a dirvi perché lo venero. Sì, lo venero. Credo di essermi innamorata di lui circa al minuto 05 del Pilot. Ovvero quando è apparso per la prima volta. Sarò banale, lo diranno milioni di altre ragazze nel mondo, però è proprio impossibile non adorarlo. No, non è il solito bastardo a cui tutte sbavano dietro, come, al contrario, potrebbe sembrare. E’ molto di più. Ok, è proprio palese che sia un notevole esemplare di sesso maschile – e con notevole mi riduco proprio al limite della decenza -, a chi è dotato di un paio di occhi funzionanti non sarà sfuggito, tuttavia, vi stupirò, non sono così materialista. Io amo Dean perché sa essere tutto ciò che c’è di meglio e di peggio al mondo. Mi spiego: lo amo per come ama suo fratello, per come lo protegge e rischia la vita per lui ogni singolo secondo della sua esistenza. Lo amo perché sa perfettamente cosa significano amicizia ed amore, anche se alcune volte si destreggia nel nasconderlo. Amo il suo cuore d’oro che lo porta spesso ad azioni rischiose e del tutto irresponsabili. Amo il suo coraggio, la sua lealtà, il suo senso del dovere verso tutto ciò di cui si prende carico, perché anche quando sembra che non gliene importi più nulla e che mollerà, in realtà non lo fa mai. Amo il fatto che si tenga sempre tutto dentro, anche se è sbagliato, ma è solo un elemento in più per dimostrare quanto voglia nascondere tutto ciò di cui ha paura, non tanto perché lo teme per sé, ma per gli altri. Amo il suo lato oscuro, perché “quando l’oscurità ti entra dentro non esce più e te la porti con te sempre“, perché è questo che lo rende così uomo e così completo. Lo amo perché soffre ed ama senza restrizioni ed anche a suo discapito, spesso privandosi di ciò di cui avrebbe bisogno solo per il bene chi ha nel cuore. Quante volte mi sono sentita come lui, totalmente solidale con le sue scelte, le sue decisioni, seppur dure, la sua sofferenza. Non c’è solo il Dean che scherza, che fa battute idiote, che ci ama le donne – che, manco a dirlo, gli cadono ai piedi, e penso sia palese la ragione… -, c’è quello arrabbiato, furioso con la vita e con tutto quello che lo ha reso quello che è, ma sempre appassionato, disposto a credere in qualcosa, a dare qualcosa in più, nonostante tutto.  E’ talmente complesso e pieno di sfaccettature questo personaggio che non mi sento esauriente mentre ne parlo, è come se tralasciassi sempre un dettaglio importante, fondamentale, quel particolare che serva a descriverlo ancora meglio. Quindi chiedo già scusa se non avrò soddisfatto le aspettative di fans e non fans. Spesso quando parlo di qualcuno o qualcosa che amo in modo speciale mi lascio prendere dalla foga ed il fiume di parole scorre inarrestabile. Vi prego, però, credetemi quando dico fermamente convinta, che, nel bene e nel male, Dean Winchester è perfetto. Perfetto anche nelle sue imperfezioni.

Ed ora vi spammo la “breve” biografia di Jensen Ackles. Tiè.

Jensen Ross Ackles, nasce a Dallas il 1° Marzo 1978, da Roger Alan, un attore, e Donna Joan Shaffer. Ha un fratello,Joshua, di tre anni più grande, e una sorella, Mackenzie, di sette anni più piccola. Ha origini irlandesi, inglesi e scozzesi. Jensen rimase senza nome per tre giorni, sua madre ha scelto poi Jensen mentre era in chiesa ad ascoltare un inno, e leggendo sul foglio dei canti notò il cognome dello scrittore. A soli 4 anni, il padre lo portò a posare per una linea di moda precoce, lanciandolo nella carriera di modello bambino per la stampa pubblicitaria. Jensen Ackles ha sospeso la carriera di baby modello per qualche anno ma ha ripreso a sfilare per case di moda e posare per servizi fotografici all’età di 10 anni. L’attore, presto, rinunciò però a calcare le passerelle e ha deciso di fare carriera come attore, seguendo la sua vocazione. Nel 1995 si è iscritto a una scuola di teatro a Dallas, e qui le sue doti recitative hanno fatto colpo su due cacciatori di talenti, Craig Wargo e Gordon McCormack, che convinsero l’attore a prendersi il diploma e trasferirsi a per cercare opportunità di lavoro in piccoli ruoli per il piccolo e grande schermo. Dopo essersi lasciato alle spalle la professione di modello, nel 1996 Ackles cominciò a concentrarsi sulla carriera di attore. Ha recitato quando era ancora alle superiori e prima di traslocare a Los Angeles nelle vesti di un timido ragazzino in una puntata della serie per bambini premiata agli Emmy “Wishbone, il cane dei sogni” e, tre mesi dopo essersi procurato il diploma e ormai di casa a Los Angeles, nei panni di un fotografo che farà colpo su una delle sorelle protagoniste in Sweet Valley High, trasmesso in Italia negli anni novanta e poi replicato nel 2003. Fece molte comparse prima di entrare nel cast della soap opera “Il tempo della nostra vita” nel ruolo di Eric Brady, un ragazzo affascinante che perderà la testa per la matura Nicole Walker, interpretata da Arianne Zucker. Il prestante ragazzo da fotografo della donna finirà con l’andare a letto con lei. Nel 1998 il suo ruolo da aitante giovanotto nella soap gli valse a 20 anni il Soap Opera Digest Award come miglior attore giovane e si propiziò per tre anni di fila la nomination (1998, 1999, 2000) ai Daytime Emmy Award come miglior attore giovane in una serie drammatica per il suo ruolo nella soap opera; Jensen vi partecipò comunque per soli 16 episodi. Nel 2000, Ackles lasciò “Il tempo della nostra vita” ed, in estate, prese un volo per l’Australia per recitare sul set di una miniserie in due puntate, Blonde, nelle televisioni americane il 31 maggio 2001, dedicato alla vita di Marilyn Monroe prima di divenire l’icona di leggendaria diva del cinema. Ha vestito i panni di Eddie G, un facoltoso giovane che trascinerà la diva in un triangolo erotico con l’attore Patrick Dempsey. All’età di 21 anni, su sollecitazione di Drew Barrymore, gli fu offerto il ruolo poi rivestito da Michael Vartan nella commedia romantica “Mai stata baciata”, ma l’iniziativa non andò in porto perché Jensen Ackles era considerato troppo giovane per la parte. Jensen fece un provino per il ruolo del giovane Clark Kent nella serie fantascientifica “Smallville”, ma il ruolo gli fu soffiato da Tom Welling. Dopo aver fallito il provino per “Smallville”, si presentò sul set della serie fantascientifica “Dark Angel” prodotta da James Cameron, sul network Fox e recita in una parte fulminea nella prima stagione nel ruolo di Ben/X5-493, lo psicopatico, serial killer “fratello” della protagonista Max Jessica Alba. Il suo personaggio morì subito dopo un episodio, ma i produttori gli offrirono di recitare in una parte da co-protagonista nella seconda serie lanciata dal venerdì 28 settembre 2001. Ackles vestì puntualmente il ruolo come fratello gemello di Ben, sotto il nome di Alec/X5-494, prestandosi alle sue riprese a Vancouver. Rimase nello show fino alla sua cancellazione, nel 2002, alla fine della seconda stagione. Nell’autunno 2002, Jensen Ackles si recò nella Carolina del Nord per rivestire un ruolo nel cast della serie drammatica “Dawson’s Creek” sul network The WB, ormai alla sua sesta e ultima stagione interpretando il ruolo di C.J., il ragazzo di Jen Lindley. Successivamente firmò un contratto con il network Fox per vestire i panni del protagonista nella serie drammatica “Still Life”, mai andata in onda. Si sono susseguite altre offerte per il piccolo schermo, tra cui quella del ragazzo della protagonista di Tru Calling, l’attrice Eliza Dushku, ma lui la rifiutò per vestire i panni di un couch nella serie fantascientifica Smallville. Il primo ruolo come protagonista lo ottenne nel film horror “Devour – Il gioco di Satana” nei panni di Jake Gray, uno studente universitario tormentato da visioni infernali raccapriccianti. Nella seconda metà del 2005 Ackles entrò a far parte, assieme a Jared Padalecki, della serie horror fantascientifica Supernatural per il network “The CW.” Nel 2009 uscì nelle sale cinematografiche il film di successo San Valentino di sangue 3D, in cui Jensen veste il ruolo di protagonista. Il 15 maggio 2010 si sposò con l’attrice Danneel Harris conosciuta per aver interpretato Rachel Gatina nella serie televisiva One Tree Hill, sono ed il 30 maggio 2013 sono diventati genitori di una bambina chiamata Justice Jay “JJ” Ackles.

Annunci
Pubblicato in: Books, Libri, Recensioni, Reviews

Personal Review # 2: “The giver”

Miei cari lettori,
è giunto il momento di una nuova recensione.
Devo ammettere che ultimamente mi ritengo parecchio soddisfatta di me stessa: leggo più velocemente del solito e finisco un romanzo in men che non si dica. Nonostante l’esigua quantità di tempo a mia disposizione, sento il momento come molto proficuo.
Good, let’s go.
Titolo: The giver
Autrice: Lois Lowry
Editore: Giunti
Collana: Y
Anno: 2014
Pagine: 176

Jonas ha dodici anni e vive in un mondo perfetto. Nella sua Comunità non esistono più guerre, differenze sociali o sofferenze. Tutto quello che può causare dolore o disturbo è stato abolito, compresi gli impulsi sessuali, le stagioni e i colori. Le regole da rispettare sono ferree ma tutti i membri della Comunità si adeguano al modello di controllo governativo che non lascia spazio a scelte o profondità emotive, ma neppure a incertezze o rischi. Ogni unità familiare è formata da un uomo e una donna a cui vengono assegnati un figlio maschio e una femmina. Ogni membro della Comunità svolge la professione che gli viene affidata dal Consiglio degli Anziani nella Cerimonia annuale di dicembre. E per Jonas quel momento sta arrivando…

Questa volta, senza alcuna premessa, vi ho subito catapultati dentro al romanzo che sarà al centro della mia recensione: “The giver” di Lois Lowry. – NDA: grazie per avere mantenuto il titolo identico all’originale, almeno in questa versione, grazie di cuore. –
Questa piccola perla della letteratura contemporanea ha ricevuto un rinnovato successo in tempi recenti, benché la data della sua pubblicazione sia abbastanza risalente – la prima edizione in italiano risale al 1995 col titolo “Il mondo di Jonas” -, molto probabilmente sia per l’uscita del film – lo scorso settembre; nel contempo, ve lo consiglio caldamente, è fatto davvero benissimo e mi spiace che, purtroppo, non sia stato granché pubblicizzato -, sia perché, è inutile negarlo, ultimamente le saghe distopiche stanno andando per la maggiore.
Poste queste premesse, confesso sin da subito quanto mi abbia stupito questo libro, a tal punto che non posso che definire l’autrice come “precorritrice” dei tempi. Certo, ciò che lei ha proposto non è una novità assoluta – vedesi “1984” di Orwell e, se ci spostiamo ancora più indietro nel tempo, “La Repubblica” di Platone, ma non mi sembra il caso di andare per il sottile, insomma… -, ma senza dubbio emergono degli elementi di spicco, che, da esperta divoratrice di romanzi distopici, non avevo mai colto prima d’ora.
Jonas, il giovanissimo protagonista, vive in un mondo utopico, privo di guerre, sofferenze, carestie, malattie, una società pacifica e caratterizzata sì da armonia, ma altresì da una rigida serie di regole da rispettare ossequiosamente. Tutto è uniforme, meccanico, la minima alterazione, la voce più blanda al di fuori della conformità è punita e quasi additata come un vero e proprio delitto. Anche le emozioni sono incanalate in questo paralizzante schema e si riducono a pallide manifestazioni sentimentali, niente a che fare con quelle che sono paura, amore, gioia, tristezza veri. Eppure le famiglia, anzi le “unità famigliari” sembrano così felici con i loro due figli – “preimpostati“- , nessuna disparità sociale, tutti uguali, tutti destinati ad un ruolo specifico, affidato ad ogni giovane in base alle osservazioni annuali compiute dagli Anziani – e, sottolineo bene, non in base alle attitudini ed inclinazioni di ciascuno o alle preferenze e disposizioni… – durante la Cerimonia dei Dodici, grande traguardo che si prepara ad affrontare il nostro “eroe”.
Certo, in precedenza era già stato protagonista di altri eventi simili, dal momento che, per ogni anno di vita sino ai dodici, si viene come “iniziati” ad un mondo nuovo: per ogni anno di crescita c’è un traguardo, un premio, si sale uno scalino fino ad arrivare al momento in cui, per la comunità, si diventa adulti – dodici anni (??)- e si riceve una specifica designazione.
Ed è proprio Jonas ad essere eletto Accoglitore delle memorie del passato, ruolo pieno di onore, ma anche di dolore, a quanto gli viene narrato. Ed il cammino che percorrerà grazie all’aiuto del Donatore sarà tutt’altro che semplice. Donatore, un uomo anziano, con un immenso vuoto celato nel cuore, il ricordo di un dolore, di qualcosa che a dire della comunità è “innominabile”, ma che ovviamente è sempre ben vivo in lui.
Neve, collina, sole, ma anche guerra, carestia, addirittura i COLORI – sottolineo la sapienza della pellicola cinematografica nell’evidenziare questa mancanza – … Ecco quello che imparerà Jonas, concetti a lui sconosciuti, totalmente ignorati per tutta la vita, immagini, essenze che talvolta comprenderà immediatamente, altre, invece, gli risulteranno più astruse. Troppe le domande che si porrà, interrogativi su sè stesso, su quello che lo circonda, su tutta la sua esistenza, sulle regole a cui era sempre stato sottoposto, a cui sempre aveva ubbidito senza conoscerne davvero la motivazione e che ora vede solamente come interamente scardinate da un nuovo ordine delle cose. Questo ragazzino, eccessivamente giovane per essere posto di fronte a simili ostacoli, ma sempre pronto, sveglio, attivo, si adopera, domanda, brama sempre conoscere, vuole essere e diventare quel passato che non ha mai avuto occasione di percepire anche solamente da racconti altrui.
Travolgente è il flusso narrativo della Lowry; personalmente ho divorato ogni parola con una fame che è propria del lettore che ama profondamente quello che legge e ciò nonostante l’ansia che mi creava la rigidezza, la compostezza eccessivamente del mondo che la scrittrice ha creato – soprattutto il particolare della “precisione di linguaggio” mi turbava parecchio… -.
Centosettantasei pagine di puro piacere, nessun fronzolo, dritta al punto, sempre – ed in teoria, a quanto ho capito, dovrebbe essere un libro per bambini, meh. –

“Papà… Mamma…” si azzardò a chiedere dopo il pasto serale “vorrei domandarvi una cosa”.
“Che cosa, Jonas?” chiese Papà.
Jonas si costrinse a pronunciare le parole, pur sentendosi avvampare d’imbarazzo: le aveva provate e riprovate mentalmente tornando dall’Annesso.
Voi mi amate?”
Seguì un momento di silenzio impacciato, poi a Papà sfuggì una risata. “Jonas. Proprio tu! Precisione di linguaggio, per piacere!
“Che vuoi dire?” chiese Jonas. Tutto si era aspettato, fuorchè una reazione divertita.
“Papà vuol dire che hai usato un termine troppo generico, così privo di significato da essere caduto in disuso” gli spiegò Mamma.
Jonas li fissò allibito.
Privo di significato?
Non aveva mai provato qualcosa che avesse più significato di quella memoria.
“E naturalmente la nostra Comunità non può funzionare correttamente, se non si usa un linguaggio preciso. Perciò puoi chiedere “provate piacere a stare con me?” e la risposta è sì” proseguì sua Mamma.
“O” suggerì Papà “”siete fieri dei miei risultati?” e di nuovo la risposta è sì”.
“Capisci perchè non è appropriato usare il termine “amore”?” chiese Mamma.
Jonas annuì. “Sì, grazie, lo capisco” rispose lentamente.
Quella fu la prima volta che mentì ai genitori.

Adesso, se vi si è un attimo bloccato il cuore, vi capisco e vi giustifico (!!), ma fidatevi: la lettura di questo romanzo non può che fare BENE. Nella sua brevità ogni lettore può cogliere una devastante quantità di significato, che a seconda dell’ “angolazione” assumono diverse sfaccettature, sfumature, si arricchiscono e si ingrandiscono. E’ uno di quei libri dai quali si esce un po’ diversi, un po’ migliori oserei dire.
Ed alla fine sfido chiunque a non sentirsi un po’ Jonas…. 

Voto finale: 9 

Pubblicato in: Actor, Character Session, Telefilm, Tv Series

Character Session #1: Nolan Ross

Benvenuti a questo prima sessione bloggosa (?) di analisi di un personaggio telefilmico, filmico (??), librario (???), and so on… Sarà il caso che la pianti di sparare idiozie intergalattiche.
Molto bene, dato per assunto che partirò in questo percorso a tema da un personaggio di una serie tv, siate ben consci del fatto che ne seguo millemila. No, non sto scherzando: ho praticamente perso il conto. E non soddisfatta continuo ad aggiungerne, quindi il mio stato mentale è pari a quello di decomposizione di un cadavere di un morto da 150 anni – chiedo veniva per l’immagine raccapricciante, ma mi pareva l’unica in grado di rendere perfettamente l’idea-.
Dunque, primo elemento pressoché certo è il fatto che ho talmente tanti episodi da vedere la settimana che perdo il contatto con la vita reale. MACHEBELLO. #solocosebelle.
Fra tutti questi telefilm che seguo, ho ovviamente le mie preferenze, l’elite, se così vogliamo chiamarla: al primo posto ho deciso di porre, dopo un’accurata ed intensa analisi, “Revenge“.
L’incoronata regina – giusto per fornirvi alcune informazioni introduttive, che chi è già fan conoscerà, pertanto sostanzialmente sono utili alla mia opera di conversione dell’umanità, manco fossi un pastore errante – è una serie televisiva statunitense liberamente ispirata al romanzo “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas – uno dei miei “progetti di vita“-.
Il pilot fu trasmesso sulla rete televisiva americana ABC il 21 settembre 2011 e successivamente la serie fu importata in Italia prima sul canale Fox Italia, il 30 novembre del medesimo anno ed in chiaro solamente il 30 settembre 2013 su Deejay TV – per Giove, ce ne avete messo di tempo. –

Titolo: Revenge
Stagioni: 4
Episodi: 88 (aggiornato 23.11.14)
Durata: 43 minuti circa ad episodio 
Ideatore: Mike Kelley
Interpreti e personaggi principali:
Madeleine Stowe: Victoria Grayson
Emily VanCamp: Emily Thorne/Amanda Clarke
Gabriel Mann: Nolan Ross

Henry Czerny: Conrad Grayson
Nick Wechsler: Jack Porter
Joshua Bowman: Daniel Grayson
Christa B. Allen: Charlotte Grayson

Ma di che mai parlerà questa tv series? Dunque: una donna misteriosa, Amanda Clarke, sotto la falsa identità di Emily Thorne, si trasferisce negli Hamptons, quartiere dei ricconi newyorkesi spesso scelto quale residenza estiva di questi ultimi. E voi direte: ma perchè mai? Beh, se qualcosa vi suggerisce il titolo…. per cercare vendetta per suo padre, David, il quale fu accusato, processato e condannato ingiustamente per aver partecipato a un’azione terroristica. Ad incastrarlo furono i Grayson, titolari di una società della quale David faceva parte, in combutta con molti personaggi a loro vicini.
La piccola Amanda fu sballottata fra diverse famiglie affidatarie ed alla fine rinchiuso in un riformatorio ed, uscita dal carcere, viene accolta nella società da Nolan Ross, amico del padre, il quale, come promesso a David stesso, le consegna una scatola contenente i suoi diari, attraverso i quali scoprì la vera storia del padre e, dopo aver scambiato la sua identità con quella dell’amica Emily Thorne, intraprende il suo cammino di vendetta contro tutti i traditori del padre.

Bene, dopo questa tiritera – un po’ pubblicitaria, lo ammetto. – per introdurvi al telefilm, finalmente giungo a parlarvi del mio personaggio preferito: Nolan Ross.
Premetto che sono un po’ stitica nel giudizio dei personaggi, quale che sia l’ambito, serie tv, film, libri … Sì, avete letto bene: stitica. Perché, solitamente, non ne trovo di perfetti, da amare totalmente ed incondizionatamente. O meglio: nella mia vita da tv series addicted ne ho trovati pochissimi ed uno di questi è Nolan.
Bene, per farvelo amare di più partirò con questa affermazione: senza di lui molto probabilmente la protagonista sarebbe morta a metà della prima stagione. E poi questa affermazione tanto lontana dalla realtà non è, anzi è interamente coerente e provata e chi segue il telefilm lo saprà per certo.
Emily non ha mai avuto un alleato più sincero e più vero che Nolan. Questa mente geniale che invidio con tutta me stessa perché parla il nerdese come io parlo il fangirlese  non ha mai smesso di operarsi per favorire i progetti di Emily, l’ha sempre appoggiata nella sua vendetta, anche nei suoi propositi peggiori e più pericolosi, e nel momento in cui era ppressochécerto che avrebbe fatto una colossale scemenza glielo ha fatto notare – non che sia mai servito, ve lo anticipo…-.
Tutti vorremmo un amico come Nolan. Ecco, io magari anche un po’ di più, perchè ne sono innamorata persa, come sono innamorata di Gabriel Mann – e dall’inizio, non da poco tempo fa, quando il mondo pare essersi accorto che è sexy ed attraente, quando lo è sempre stato – .
Nolan sa schiacciarti con una battuta di cinque parole, la sua mente partorisce certe perle che nemmeno un aforista (?) professionista. Chi non vorrebbe un soprannome creato da lui? A me basterebbe uno dei suoi sguardi che mi tagliano le gambe a metà e mi fanno finire spiattellata per terra come una frittella. O anche un solo minuto della sua voce. Che dico, mezzo secondo. No, ok, fatemi e fatevi il favore di sentirvi la sua voce originale, perché penso che sia una delle cose più belle che i miei padiglioni auricolari abbiano mai potuto ascoltare.
Bene, ora mi riprendo. No, non mi piace perché… Aspettate, preciso meglio: no, non ho perso la capoccia per lui perché è un blondie con gli occhi chiari. Cioè, l’ho già detto e lo ribadisco: è uno degli esseri viventi più attraenti sulla faccia del pianeta, ma è l’insieme che lo rende così meraviglioso ai miei occhi. Anche il fatto che sia un fusto alto otto metri e mezzo, secco e muscoloso – sì, all’inizio della seconda stagione sono stata vittima di un attacco cardiaco perché, all’improvviso, mostra questi muscoli che BOH. Anche se, a dirla tutta, già ne avevo avuto una mezza idea perchè c’è un shoot che thanks, Tyler Shields. – .
Confesso: amo Gabriel perché è Nolan che me lo ha fatto amare. E di Nolan amo anche il fatto che spesso indossi una tappezzeria araba al posto dei completi eleganti, amo il suo disgusto kitsch nel vestire, amo il suo candore, la sua ingenuità, i suoi sentimenti sinceri che lo portano ad essere ferito ed umiliato spesso, amo il suo mettersi sempre in gioco, a rischio, in pericolo solo per chi ama. Nolan è un personaggio a mille sfaccettature che mostra il meglio di quello che sono le qualità umane, senza ombra di dubbio. E’ intelligente, brillante, un genio, ma è soprattutto un uomo dal cuore d’oro.
Amatelo, amatelo anche voi, perchè, really, there’s no Revenge without Nolan Ross.

(e se volete sapere qualcosina di più su Gabriel Mann vi metto una mini – bio, perchè sono una molesta spacciatrice e sobillatrice di menti, muah.)

Gabriel Wilhoit Amis Mick (New Haven, 14 maggio 1972) inizia la sua carriera lavorando come modello.
Debutta come attore nel 1995 partecipando a due film a tematica gay, come Parallel Sons e Stonewall. In seguito partecipa ai film Ho sparato a Andy Warhol e Paradiso perduto, venendo accreditato come Gabriel Mick.
Noto per aver interpretato Danny Zorn in The Bourne Identity e in The Bourne Supremacy, nel 2004 avrebbe dovuto interpretare Padre Francis in L’esorcista – La genesi di Paul Schrader, ma dopo il cambio del regista fu sostituito da un altro attore, ma riuscì ad interpretare Padre Francis in Dominion: Prequel to the Exorcist che Schrader realizzò nel 2005.
Nel 2005 lavora nel film di Wim Wenders Non bussare alla mia porta. Prende parte ad alcuni episodi delle serie televisive Mad Men e La spada della verità, dove ricopre il ruolo del mago Zeddicus Zu’l Zorander da giovane.
Dal 2011 fa parte del cast della serie televisiva Revenge.

 

Pubblicato in: Music, Music Mood, Musica

Music Mood #1: Ed Sheeran

Buon sabato, lettori!
Finché ho più tempo a mia disposizione vi tormento con una miriade di posts! – anche perché sono agli inizi, è mio dovere essere più produttiva e promuovere questo mio nuovo piccolo posto del cuore! –
Oggi mi dedico alla musica, una delle mie passioni e parlerò di uno dei miei cantanti preferiti: Ed Sheeran.

Sono certa che molte fanciulle si troveranno d’accordo con me quando dirò che è un poeta. Riesce a smuovere il cuore anche di un’acidona professionista come me. Tralasciando il fatto che questo ragazzo è il massimo della tenerezza, io trovo che sia uno di quegli artisti capace di trasformare tutto ciò che lo circonda. Il suo talento è indiscusso, inutile che tentiate di traviarmi con la tiritera “roba per bimbeminchia“, perché ormai io ne sono innamorata persa. Da molto tempo. L’ho scoperto prima che diventasse un fenomeno mondiale. Ammetto, non sono “con lui” dagli inizi inizi, però diciamo che non sono una di quelle che è diventata fan solo successivamente al raggiungimento della popolarità. Una benedizione sono state le serie tv. Ancora una volta ho “scoperto” un cantante grazie ai telefilm, per caso. Molto spesso la musica migliore viene proprio da lì – i responsabili delle colonne sonore sono dei gran furboni. –
Pensate che per lei è nato tutto da Youtube. Anzi, anzi, precisiamo meglio – “Che pignola che è questa, oh.” – . Nel 2005 pubblica il suo primo EP, The Orange Room e nel 2008 si trasferisce a Londra, iniziando a fare concerti qua e là, per locali. Nel 2009 altro EP, poi in tour come supporter altri artisti.  Nel 2010 pubblica il secondo album indipendente, Loose Change, poi vola a Los Angeles, suonando in vari locali – facendosi pure notare da Jamie Foxx.. -. Durante quell’anno cresce il numero dei suoi seguaci, proprio grazie a Youtube e nel mentre continua a pubblicare EP.
Nel gennaio 2011 il suo ultimo EP indipendente, No. 5 Collaboration Projects, ed arriva alla prima posizione su iTunes senza alcuna promozione o etichetta, vendendo oltre 7.000 copie nella prima settimana.
Dopo tre mesi, Ed organizza uno spettacolo gratuito presso il Barfly di Camden: sono in mille i fans, troppi per le sue aspettative. Così decide di organizzare altri concerti, uno addirittura on the road.
Partecipa al programma televisivo musicale “Later… with Jools Holland”, durante il quale esegue A team, primo singolo estratto dall’album di debutto “+” pubblicato attraverso la Atlantic Records il 12 settembre. The A Team entra nella classifica britannica alla posizione numero 3, vendendo oltre 58.000 copie nella prima settimana e viene premiato come singolo di debutto più venduto del 2011.
Vanta una collaborazione con l’acclamatissima band degli One Direction – per loro ha scritto Moments, ed in seguito, per il secondo album, Little things e Over again.
Nel giugno 2012 suona nientepopodemeno che per la Regina Elisabetta II (!!), mentre in agosto interpreta Wish you were here dei Pink Floyd.
Partecipa all’iTunes Festival 2012 e viene nominato agli MTV Europe Music Awards per la categoria Best Uk & Ireland Act.
Nel novembre 2012 A Team è candidata al premio Song of the Year ai 55esimi Grammy Awards.
Nel 2013 è in tourneé con Taylor Swift – per la quale scrive Everything has changed – per il Red Tour come cantante d’apertura e vi partecipa anche nel 2014 assieme ai The Vamps.
Il secondo album di Ed si intitola “X” – io scherzo spesso sul fatto che il prossimo molto probabilmente si intitolerà “-” o “:”…. che burlona. – ed è stato rilasciato il 23 giugno 2014. Primo singolo è Sing, uscito il 7 aprile.
Edward Christopher Sheeran è anche impegnato nella beneficenza. Ha raccolto £ 40.000 durante un concerto a Bristol e li ha devoluti a favore di chi è costretto alla prostituzione.
Questo fanciullo, pluripremiato – ha vinto tre Teen Choice Awards, un MTV Video Music Awards, due Brit Awards, fra gli altri – ha mille qualità oltre ad essere un cantautore e musicista fantastico.
Cosa potrei dirvi di più per “convertirvi” a lui? Anche in questo caso sarei eccessivamente di parte. Posso solo permettermi questo commento: se c’è una musica che tocca le corde dell’anima è la sua. E’ giovane, è alle “prime armi”, ma è una speranza: la musica non è morta, si rinnova sempre, sa sempre dare qualcosa di più e lui è la dimostrazione vivente, fidatevi.
Vi lascio con il suo ultimo singolo + video, ed il relativo testo. Leggetelo. Vi sfido a trovare qualcuno così giovane che sappia esprimere così bene il significato dei sentimenti.

When your legs don’t work like they used to before
And I can’t sweep you off of your feet
Will your mouth still remember the taste of my love?
Will your eyes still smile from your cheeks?And, darling, I will be loving you ‘til we’re 70
And, baby, my heart could still fall as hard at 23
And I’m thinking ‘bout how people fall in love in mysterious ways
Maybe just the touch of a hand
Well, me—I fall in love with you every single day
And I just wanna tell you I amSo honey now
Take me into your loving arms
Kiss me under the light of a thousand stars
Place your head on my beating heart
I’m thinking out loud
That maybe we found love right where we areWhen my hair’s all but gone and my memory fades
And the crowds don’t remember my name
When my hands don’t play the strings the same way
I know you will still love me the same‘Cause honey your soul could never grow old, it’s evergreen
And, baby, your smile’s forever in my mind and memory
I’m thinking ‘bout how people fall in love in mysterious ways
Maybe it’s all part of a plan
Well, I’ll just keep on making the same mistakes
Hoping that you’ll understandBut, baby, now
Take me into your loving arms
Kiss me under the light of a thousand stars
Place your head on my beating heart
Thinking out loud
That maybe we found love right where we are

So, baby, now
Take me into your loving arms
Kiss me under the light of a thousand stars
Oh, darling, place your head on my beating heart
I’m thinking out loud
That maybe we found love right where we are
Oh, baby, we found love right where we are
And we found love right where we are.

Pubblicato in: Books, Libri, Recensioni, Reviews

Personal Review #1: “Lo strano caso dell’apprendista libraia”

Premetto: giungo in pace. Non si sa mai, lo anticipo prima di arrivare al sodo, così sarete già preparati.
Ok, questa è la mia prima recensione – sempre che sia degna di essere definita tale, quindi siate clementi. – e parto già male. Cioè, non del tutto, sarebbe meglio dire che per essere un debutto è un po’ .
Ma andiamo con ordine.
Ho da poco terminato “Lo strano caso dell’apprendista libraia” (meh, meh ed ancora MEH. Cosa mi significa questo titolo? AboVVo.) ovvero “The bookstore“, opera prima di Deborah Meyler, autrice inglese.

Titolo: Lo strano caso dell’apprendista libraia
Autrice: Deborah Meyler
Editore: Garzanti
Collana: Narratori Moderni
Anno: 2014
Pagine: 348

Esme ama ogni angolo di New York, e soprattutto quello che considera il suo posto speciale: La Civetta, una piccola libreria nell’Upper West Side. Un luogo magico in cui si narra che Pynchon ami passare i pomeriggi d’inverno e che nasconde insoliti tesori, come una prima edizione del Vecchio e il mare di Hemingway.  Ed è lì che il destino decide di sorriderle quando sulla vetrina vede appeso un cartello: cercasi libraia. È l’occasione che aspettava, il lavoro di cui ha tanto bisogno. Perché a soli ventitré anni è incinta e non sa cosa fare: il fidanzato Mitchell l’ha lasciata prima che potesse parlargli del bambino. Ma Esme non ha nessuna idea di come funzioni una libreria. Per fortuna ad aiutarla ci sono i suoi curiosi colleghi: George, che crede ancora che le parole possano cambiare il mondo; Mary, che ha un consiglio per tutti; David e il suo sogno di fare l’attore. Poi c’è Luke, timido e taciturno, che comunica con lei con le note della sua chitarra. Sono loro a insegnarle la difficile arte di indovinare i desideri dei lettori: Il Mago di Oz può salvare una giornata storta, Il giovane Holden fa vedere le cose da una nuova prospettiva e tra le opere di Shakespeare si trova sempre una risposta per ogni domanda. E proprio quando Esme riesce di nuovo a guardare al futuro con fiducia, la vita la sorprende ancora: Mitchell viene a sapere del bambino e vuole tornare con lei. Esme si trova davanti a un bivio: non sa più se è quello che vuole davvero…

Sono fondamentalmente una ragazza buona – ehm. -, quindi partirò dai punti a favore di questo libro – precisamente dalla ì nel nì. Ecco qui siete liberi di tirarmi una mazzata sui denti- -.
NEW YORK. Deborah Meyler, nonostante tutto, ha tessuto le fila di un inno a questa meravigliosa città, The Empire State Of Mind, The Big Apple o in qualsiasi modo la vogliate chiamare. Perchè dico nonostante tutto? Beh, ogni luogo, ogni particolare, ogni minimo ed all’apparenza insignificante dettaglio è riportato dalla scrittrice con la massima perizia, un’accuratezza tale che può essere propria solo di che è un acuto osservatore, così intensa da condurre il lettore fra le strade, permettendogli di percepire i rumori, gli odori, i profumi, le immagini del turbinio di anime che è New York, però… c’è un però. Io, per esperienza altrui, ma anche per quanto io ho sempre letto su questa splendida città – sì, sono innamorata di New York da quando avevo dodici anni, quindi potrei essere un pochino di parte, ma non tantissimo, non preoccupatevi. -, ho sempre immaginato diversamente gli abitanti del luogo. E non svelerò nulla di più, perchè mi piacerebbe sapere se chi ha letto – o, in futuro, leggerà – il romanzo avrà percepito la mia medesima sensazione. Spesso ho notato descrizioni di atteggiamenti, abitudini, che io non avrei mai collegato ai newyorkesi – e, che dire, mi viene quasi da fidarmi di Deborah, visto che ha vissuto lì per tanto tempo… –
Dunque, ambientazione favolosa, ma qualcuno potrebbe facilmente controbattere “Ti piace vincere facile, eh?”. Sì, in effetti tutto quello che entra nella sfera “vivente” di New York si riempie di magia, ma, insomma, siamo realisti: non ci si stanca mai di parlare di questa città e renderla protagonista in qualsiasi maniera possibile.

Secondo punto a favore del romanzo: la narrazione. Deborah Meyler, non c’è che dire, scrive da Dio. E’ delicata, intensa, scorrevole, mai stucchevole. Probabilmente è una di quelle autrici benedette dal Signore con una dote naturale, un’innata capacità di scrivere e descrivere che, posso assicurare, non è cosa semplice imparare.

Terzo lato positivo: i personaggi secondari. Anche quello più scomodo, che susciterebbe l’orticaria in qualsiasi donna dotata di amor proprio – anche qui, non vi svelerò di chi sto parlando, altrimenti, probabilmente, partireste prevenuti nella lettura -. C’è il libraio saggio, ossessionato con l’igiene, cultore dei libri di classe e di valore, il ragazzo silenzioso, osservatore, timido – adorabile. Ok, questo è un mio pensiero personale, fermatemi -, l’amica chiacchierona ed inarrestabile – se qualcuno segue “Arrow”.. Ogni volta che leggevo di lei, mi immaginavo immediatamente Felicity Smoak. Va bene, la finisco.-. Un piccolo mondo costruito attorno a ciascuno di loro, un universo bellissimo e perfetto, perchè fatto di poche essenziali e pregnanti parole.

«Non abbiamo neanche una molecola della Bibbia di Gutenberg. Ma forse anche questa andrebbe benissimo», propone sollevando la Bibbia. «Tutto sommato, è legata a New York City, al posto in cui siamo adesso, e alla poesia modernista del ventunesimo secolo, alla tensione tra l’esistenzialismo, in cui ogni cosa è considerata assurda, e la fede, in cui ogni cosa è investita di significato. Perciò, non potrebbe essere che… » E qui si sporge verso Mitchell, gli occhi ed il suo essere rivolti verso di lui, «non potrebbe essere che questa Bibbia logora, con le sue macchie di caffè in copertina, sia la summa stessa di New York? Questa Bibbia… era di Corso? Probabilmente no, probabilmente se l’è solo inventato qualche libraio astuto di New York… non importa: Corso ha preso una Bibbia come questa dalla chiesa e l’ha portata per le strade di New York. E quando la città l’ha rifiutato, lui si è tenuto un libro come questo in tasca, e questo libro, con tutte le sue macchie e le sue pieghe, chissà quante metropolitane e strade ha percorso, chissà quante volte Salomone ha costruito il suo tempio, chissà quante volte Giona è stato sputato fuori dal ventre della balena, chissà quante magie dell’immaginazione ha suscitato, in Corso o in qualche altro poeta muto ed inglorioso. Penso davvero che questo libro sia un simbolo della città, non perchè sia raro o particolarmente strano, ma proprio perchè non lo è.»

Amore per i libri, ecco un altro aspetto di questo romanzo che ho saputo apprezzare profondamente. Mi sono ritrovata nella gioia, nella pace, nella sensazione di intensa eternità che prova la protagonista nel vivere la quotidianità all’interno di un’antica libreria di città. In mezzo agli stores in franchising, alle vendite online, percepire la carta, il profumo di vissuto, quelle pagine non più intatte, ma vere e vive, e quella tranquillità, il silenzio degli scaffali, che sa raccontare più di milioni di inutili parole, un silenzio musicale, che arriva all’anima e la permea di infinito.

Bene, ora veniamo alla parte “n” (?) della mia recensione. LEI, LA PROTAGONISTA. Per Giove, che nervoso. Vado con ordine. Deborah, sei stata molto fortunata, perchè con la tua bravura mi hai comunque permesso di apprezzare il tuo libro, nonostante questa sottospecie di rappresentante del gentil sesso a cui hai dato il ruolo di protagonista e con la quale io spero tu non voglia identificarti. Se ciò fosse, beh… Comprendimi se ti dirò che mi stai altamente sull’anima. Dunque, che dire? Esme è rimbecillita. Sono crudele, me ne rendo conto, ma non ho trovato altre parole per definirla in modo più accurato. E’ una di quelle donne zerbino che io non aspirerei a diventare nemmeno dietro la minaccia di torture cinesi. In alcuni momenti della narrazione arriva a discreti livelli di tollerabilità per poi precipitare verso l’oblio (?). Ogni volta mi stupisco di quanto possa arrivare ad odiare un personaggio di un libro o di un telefilm o di un film, ma vengo sempre smentita: è sempre possibile superare quel gradino di astio, anzi, si supera sempre. Ci sono affermazioni che mi hanno trascinata con le mani fra i capelli. “Ma può un cervello umano arrivare a tali punti?”. Ok, forse adesso sto esagerando, ma voi, donne lettrici, se un uomo vi trattasse come un’emerita cretina e vi prendesse palesemente in giro dal mattino alla sera, ponendovi esclusivamente come strumento di esibizione pubblica del proprio ego non vi verrebbe da riempirlo di rastrellate sulle dita dei piedi? A quanto pare, ad Esme NO. Però, verso la fine migliora. Sì, un po’ come il formaggio quando stagiona. Come si dice in gergo giovanile (?) CE LA PUO’ FARE. Quindi, non vi scoraggiate, uno sprazzo di redenzione c’è per chiunque.

Bene, siamo giunti al termine. Lo promuovo – e voi direte “Per Giove, dopo sta distruzione della protagonista?” -. Sì. Se lo merita in fondo. Merita di essere letto per la bellezza della scenografia, della costruzione narrativa e dei personaggi di “sfondo”. Ed anche per una botta di autostima, soprattutto per le fanciulle: ci sarà sempre qualcuno più imbecille di noi, nonostante, nei momenti di più profondo sconforto, potremo giungere a pensare il contrario.

Voto finale: 7 e 1/2 

Pubblicato in: Anteprime, Books, Dicembre, Libri, Previews

Preview # 1: “Where she went” – “Resta sempre qui” di Gayle Forman

Non ci speravo nemmeno più, ma spesso, quando meno ce l’aspettiamo, ciò che desideriamo maggiormente avviene. Ed, a proposito, quest’oggi ho appreso con immensa gioia che finalmente, il prossimo 2 Dicembre, verrà pubblicato anche in Italia il seguito di “If I stay” – “Resta anche domani” di Gayle Forman, ovvero “Where she went” – “Resta sempre qui“.

Nonostante la traduzione insensata, che mi fa storcere il naso – e spesso, in futuro, ribadirò questo concetto. E’ più forte di me, mi spiace. Tuttavia, devo ammettere che stavolta il concetto intrinseco del titolo del libro è rimasto, quindi mi permetterò di non atteggiarmi a criticona come sempre-, vi posso assicurare che è una perla da non lasciarsi scappare assolutamente.

10625090_10152724856509172_6720091040712848695_n Titolo: Resta Sempre qui
Autrice: Gayle Forman
Editore: Mondadori
Collana: Chrysalide
Anno: 2014
Pagine: 270

Sono passati tre anni dall’incidente che ha cambiato per sempre la vita di Mia e Adam e che li ha separati. Solo la musica ha ricucito lo strappo che si è aperto nelle loro esistenze. Mia è un astro nascente della musica classica. Adam è una rockstar, inseguita e acclamata dai fan di tutto il mondo. I loro occhi tornano a incrociarsi per caso una sera a New York, durante un concerto di Mia alla Carnegie Hall. Mia, l’unico volto che Adam abbia mai cercato in quelli delle sue fan, e nei suoi ricordi. La musica fa vibrare il passato, risveglia emozioni perdute, colma i vuoti nel cuore di Adam. Quando le loro dita tornano a sfiorarsi, tutte le inquietudini si placano: l’alba svelerà a entrambi che la promessa che Adam ha fatto a Mia – il suo segreto, la sua vergogna – in realtà è la loro unica salvezza.

Mi auguro che l’attesa sia valsa davvero a qualcosa. Anzi, ne sono praticamente certa. Ho amato così tanto questo romanzo che sono ricorsa ad ogni tipo di mezzo per riuscire a scovare lo streaming del film che pareva essere introvabile in qualsiasi sala cinematografica italiana. Quindi, se mi prodigo in modi simili, vi assicuro che una ragione c’è.
La Forman è una scrittrice dai toni delicati e soavi, ha un’ottima percezione e capacità sensitiva delle emozioni umane, le sue parole sono un prezioso gioiello da custodire.
Tutto quello che dovete fare è prendere “If I stay” e leggerlo, se ancora non lo avete fatto. Prima del 2 Dicembre. Oppure attendete con me quella fatidica data!

Pubblicato in: Claudia, Danza, Foto, Me, Pensieri, Personal, Photos, Thoughts

From where my heart is.

Inizio col botto. Mi spiace, vi darò questo scossone pauroso di me sin da ora. Non spaventatevi, non è niente di eclatante. Cercherò di non annoiarvi. Questo è un post sull’amore. Non sarò banale, se così posso dire. Non parlerò di nessun uomo della mia vita. Parlerò della danza, il mio primo vero amore.
I profani avranno letto mille articoli, post sui social network, frasi, scritti su questa meravigliosa arte così difficile da spiegare, ma così diretta nella sua essenza.
Ho iniziato a ballare quando ero troppo piccola per poter pensare seriamente ad una calcolata decisione, ma intensamente guidata dal cuore. Ho scelto la danza fra mille sport, strumenti musicali, discipline. O meglio: è stata la danza a scegliere me.
Quello che mi porto dentro è per la vita. Ventuno lunghi anni, sei con me, sei il cammino, sei la strada, sei me. Quando ballo non ho paura, non ho ostacoli, ci sono solo io, e sono solo io. Non ho trovato altro miglior modo di mostrare chi sono, e non solo alla gente, ma semplicemente a me stessa.
La danza mette letteralmente a nudo l’anima, la scompone, senza farla a pezzi, senza distruggere, la solleva fino al cielo, la colora e la tinge di ogni più bella sfumatura. Ogni movimento racconta qualcosa, qualcosa di te, anche ciò che è più nascosto.
Mentre scrivo, sento che sto piangendo ed immagino una musica, una coreografia, un palco, dove ho vissuto, dove sono cresciuta, dove ho creato rapporti per la vita, che non hanno bisogno di parole e descrizioni.
Ballare è la descrizione di tutto quello che sono, del meglio e forse anche del peggio di me, ma quel peggio che il movimento sa trasformare. Entrare in sala ogni volta è un regalo, un dono che mi faccio e senza il quale non potrei stare. L’insegnante è una guida, una mamma, talvolta anche un’amica, la musica una compagna, i passi sono parole non dette, respiri, battiti del cuore.
Se non è questo amore, io non saprei in che altro modo descriverlo.

Pubblicato in: Claudia, Introduzione, Me, New, Personal

Ci siamo.

Why this? Ok, forse sono stata troppo aggressiva. Esigete delle scuse. Sorry. Ora mi presento per bene: mi chiamo Claudia, ho 26 anni suonati e da grande voglio fare l’avvocato. Se passo l’esame. Se la mia buona stella me lo concede. Se, se, la vita è piena di se. Volete sapere quali sono stati i non-se della mia vita? Prima di tutto: la mia meravigliosa famiglia. Poi: la danza. E gli amici. Le passioni, certo, come scordarle? Ballo da quando ne ho memoria, ho sempre avuto il sostegno di chi mi amava, non sono mai stata sola. Fortunata: sì. Ma non sono qui per parlare di questo. Ecco, vedete, io scrivo. Magari ho smesso per un po’, ma la scrittura ha fatto sempre parte di me. Come sono ciò che danzo e nella danza ripongo me stessa, così nella scrittura.
Vi lascio la scelta: qui parlerò di tutto un po’. Qui siamo solo agli indecorosi inizi, quindi magari un commentino di incoraggiamento fatemelo, che dite?
Per il resto, se le vostre anime erranti ritengono di unirsi, anche solo casualmente e saltuariamente a questo virtuale consesso (?!), sarete tutti i benvenuti.
Ah, dimenticavo: vi chiederete “perché la Ghiandaia Imitatrice? Beh, io dirò solo che è il primo nome che mi è venuto dal cuore… Per il resto… Sta a voi. 😉