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Personal Review: Il tatuatore di Auschwitz

Buondì lettori
Come ve la passate? Io abbastanza bene, fra uno studio e l’altro, un acciacco e l’altro – sì, come gli anziani 😂 –
Ho anticipato sul blog che sarei tornata a breve con una nuova recensione.
Ho scelto un libro che ho terminato da pochissimo e che mi ha davvero lasciato tantissimo.
Mi auguro che le mie parole possano spingervi e convincervi a leggerlo, perché merita davvero tanto.

 

Titolo: Il tatuatore di Auschwitz
Autrice: Heather Morris
Editore: Garzanti
Anno: 2018
Pagine: 223

Il cielo di un grigio sconosciuto incombe sulla fila di donne. Da quel momento in poi sarà solo una sequenza inanimata di numeri tatuata sul braccio. Ad Auschwitz Lale, ebreo come loro, è l’artefice di quell’orrendo compito. Lavora a testa bassa per non vedere un dolore così simile al suo. Quel giorno però Lale alza lo sguardo un solo istante. Ed è allora che incrocia due occhi che in quel mondo senza colori nascondono un intero arcobaleno. Il suo nome è Gita. Un nome che Lale non può più dimenticare. Perché Gita diventa la sua luce in quel buio infinito. La ragazza racconta poco di sè, come se non essendoci un futuro non avesse senso nemmeno il passato. Eppure sono le emozioni a parlare per loro. Sono i piccoli momenti rubati a quella assurda quotidianità ad avvicinarli. Ma dove sono rinchiusi non c’è posto per l’amore. Dove si combatte per un pezzo di pane e per salvare la propria vita, l’amore è un sogno ormai dimenticato. Non per Lale e Gita che sono pronti a tutto per nascondere e proteggere quello che hanno. E quando il destino vuole separarli nella gola rimangono strozzate quelle parole che hanno solo potuto sussurrare. Parole di un domani insieme che a loro sembra precluso. Dovranno lottare per poterle dire di nuovo. Dovranno crederci davvero per urlarle finalmente in un abbraccio. Senza più morte e dolore intorno. Solo due giovani e la loro voglia di stare insieme. Solo due giovani più forti della malvagità del mondo.

sep3

Qualcuno molto più saggio di me ha detto “È successo. Può succedere ancora.“.
Mi sono tatuata – riprendendo il titolo del romanzo di cui parlerò – queste parole nella mente, consapevole di quanto siano tremendamente e fatalmente vere e quanto sia necessario dirle, rimarcarle, sottolinearle, ripeterle anche un migliaio di volte in un momento come questo.
Ora più che mai, in un periodo cupo, oscuro, che nasconde tante verità subdole ed atroci, che, in cuor mio, speravo fossero ormai completamente lontane, è giusto leggere, rileggere, informarsi, vedere, rivedere.
Leggere libri mai letti. Esplorarli. Farceli entrare dentro, nel cuore e nell’anima, permettere loro di diventare parte di noi.
Rileggerne di vecchi, riviverli, comprenderli più a fondo, come se non fossero mai abbastanza, per non darli mai per scontati.
Informarsi su ciò che già sappiamo, che non sapevamo o pensavamo di sapere. Le nozioni, i ricordi, gli studi non sono mai sufficienti, un ripasso di determinati momenti storici giova, ci cresce, ci forma e ri-forma.
Vedere documentari, film, telefilm, qualsiasi cosa ci permettere di toccare con mano il dolore, la sofferenza, la rabbia, la devastazione.
Rivedere, reimparare, reistruirci, in nome del futuro, in nome del passato.
Il tatuatore di Auschwitz” è un piccolo passo in questo senso, un tassello di un percorso che non ha mai fine e che non deve avere fine, perché ricordare è bene, è un monito, un avvertimento nemmeno tanto sottile, nonostante la delicatezza e la grazia che la Morris utilizza per raccontare la sua storia.
L’autrice usa la prosa educata propria di una scrittrice che sa quello che fa, che conosce profondamente l’argomento, che si è impegnata a fondo per sapere come e cosa doveva scrivere, che ha fatto penetrare dentro di sé le vicende e la vita dei protagonisti.
Benché non usi praticamente mai una parola più alta dell’altra – modo di dire che si adatta perfettamente alla situazione -, ogni sua pagina permette al lettore di percepire ogni sorta di sentimento, anche i più contrastanti fra di loro – rabbia, rassegnazione, dolore, distruzione, malinconia, amore, amicizia, generosità, compassione -; a volte sembra di essere davvero là, con i prigionieri, vivere la loro vita giornaliera – se così si può definire, anche se non credo proprio sia il termine più adatto, anzi, per nulla lo è, sarebbe certamente più opportuno dire “vivere la morte che loro vivevano” -, vedere quello che vedevano, sentire quello sentivano.
L’amore fra Lale e Gita nasce dalla sofferenza più profonda e cresce in un luogo di strazio e desolazione in un modo inaspettatamente puro e forte, o, forse, è proprio per questa ragione che diventa così invincibile e rende loro invincibili, combattivi nel sopravvivere, nel ritrovarsi fuori per vivere appieno tutto ciò che bramano – lui, più speranzoso e fiducioso nel domani, lei, meno ottimista, restia a rivelargli qualcosa di più che il nome riguardo sé stessa, convinta a farlo una volta che otterranno la libertà -.
I tocchi, gli sguardi furtivi, i momenti rubati qua e là – complice di ciò il fatto che Lale riesca a scambiare merce all’interno del campo e, dunque, ad ottenere favori, oltre che vettovaglie in più per gli amici e la ragazza – sono fra i pochissimi spiragli di umanità in un luogo che non ha mai nemmeno respirato niente di vagamente rapportabile all’umano. Però i prigionieri resistono, si uniscono, si aiutano, c’è ancora la speranza ed, anche se non sempre sopravvive per molto tempo, traspare e rimane imperitura fino al termine del romanzo.
Non riuscite nemmeno ad immaginare quanto libri come questi riescano a darmi forza. Certo, come ho accennato all’inizio, al giorno d’oggi non è per nulla semplice ed immediato credere negli essere umani – anche se un cantante da me molto amato lo afferma convinto in una sua canzone – e sicuro è che tempi come questi spesso celano il peggio, lo anticipano, mascherandolo da qualcos’altro, anche se, in realtà, chi è accorto, sa perfettamente con cosa ha a che fare.
Tuttavia, storie come queste, storie vere, storie di dolore indicibile ed immaginabile, mi regalano sempre qualcosa di importante, mi spingono ad andare avanti, a combattere ed a sperare con tutta me stessa che il passato, a volte destinato a ritornare, stia lì dove sta e non ci minacci nemmeno più di tornare ad essere.
A tutte quelle persone che sono sopravvissute, a quel coraggio che hanno avuto, ma anche a chi non ce l’ha fatta.
A loro dedico il mio pensiero e niente più che quello, perché le parole, per momenti che vorremmo totalmente cancellare dalla storia, non bastano né ce ne saranno mai di giuste.
Voto: 10 

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Personal Review: Darkest minds

Rieccomi qui!
Come promesso, è arrivato il momento della terza recensione vincitrice.
Per chi non sapesse… Tempo fa, sulle Instagram stories del profilo del blog (QUESTO, per chi non lo seguisse) avevo chiesto quali fra un elenco di libri fossero i preferiti per una futura recensione e ne sono risultati vincitori tre. Di due vi ho già parlato ed ora è la volta del terzo.
Fatemi sapere che ne pensate ✨

 

Titolo: Darkest Minds
Autrice: Alexandra Bracken
Editore: Sperling & Kupfer
Anno: 2018
Pagine: 360

Quando Ruby si sveglia il giorno del suo decimo compleanno, qualcosa in lei è cambiato. Qualcosa di abbastanza preoccupante da costringere i genitori a mandarla a Thurmond, un brutale campo di riabilitazione gestito dal governo dove sono rinchiusi i giovani come lei. Ovvero, i giovani che sono riusciti a sopravvivere alla misteriosa malattia che ha decimato la popolazione e che da allora sembrano aver acquisito poteri speciali. Ci sono i Verdi, dotati di un’intelligenza eccezionale; i Blu, di telecinesi; i Gialli, che controllano l’elettricità; i Rossi il fuoco e gli Arancioni, come Ruby, la mente umana. Ora Ruby ha sedici anni ed è riuscita a scappare da quell’inferno, ma per lei l’incubo non è ancora finito. Durante la sua fuga, però, incontra un gruppo di ragazzini evasi come lei: Zu, Ciccio e Liam, carisma da leader e decisamente carino. Ma Ruby non può rischiare di avvicinarsi a lui. Sarebbe troppo pericoloso. E, in viaggio verso l’unico rifugio sicuro, ci sono già fin troppi pericoli da affrontare…

Immagine correlataOgni volta che decido di iniziare un distopico finisco col pormi il seguente dilemma: mi piacerà davvero?
E non tanto perché mi rendo conto di avere un carattere decisamente pignolo – colpa, o forse, talvolta, oserei dire, merito dei miei studi giuridici -, ma perché, avendone letti davvero troppi, a volte mi ritrovo a non apprezzarli a sufficienza o a trovarli eccessivamente simili fra loro. Dunque il mio giudizio non risulta tanto falsato, ma rigido e severo, anche più del dovuto.
Quando ho cominciato “Darkest minds” sono, stranamente, partita positiva e, fortunatamente, nel corso della lettura, non ho avuto alcun modo di ricredermi e ciò contrariamente a quanto la massa pareva pensare di questo romanzo – o, almeno, alcune opinioni adocchiate sul web -.
Non ho trovato nulla di ridondante né di particolarmente pesante, anzi: la storia si presenta come scorrevole, ben impostata ed i personaggi sono discretamente caratterizzati, nonostante, ovviamente, essendo il primo capitolo di una serie, molto sia lasciato in sospeso – pertanto tantissime delle domande che il lettore si porrà nel corso delle pagine non riceveranno risposta -.
Ruby non è una di quelle protagoniste che si fa amare particolarmente – almeno, da me, ma io, come ormai è risaputo, sono molto restia alle manifestazioni di affetto nei confronti dei lead role femminili e non per mancanza di solidarietà, ma perché pare proprio che ci sia una congiura universale e che tutte le ragazze al centro di una vicenda letteraria, o, quantomeno, buona parte di esse, mi risultino odiose o comunque parecchio antipatiche -. Tuttavia, le devo riconoscere una grandissima forza nell’affrontare il mondo, anche in relazione a ciò che lei stessa ha vissuto e l’ha portata ad essere rinchiusa, assieme ad altri bambini e ragazzini di svariate età, in campi (non so se definire di lavoro o in altro modo, ma il modo in cui vengono descritti a me ha fatto venire i brividi) ove viene raccolto chi, in fascia pre-adulta, ha sviluppato capacità speciali. Ciò ovviamente in seguito ad una misteriosa epidemia che ha colpito il mondi intero e che ha ridotto all’osso la popolazione giovanile degli Stati Uniti d’America – di base, il leitmotiv dei libri distopici rimane, più o meno, sempre il medesimo -.
Fuggita da questo luogo e tratta in salvo da membri di un’associazione che si definisce “Lega dei Bambini”, nuovamente si darà alla macchia, spaventata da ciò che il suo potere – il controllo della mente, da sempre tenuto nascosto – le rivela anche di costoro, e si unirà ad un gruppo di giovani come lei.
Quello che maggiormente ho apprezzato del romanzo è l’azione. Mi spiego: non è facile trovare un libro che riesca a rendere in modo vivace e vivido il susseguirsi degli eventi – tempo fa parlavo di esperienza sensoriale o qualcosa del genere… ecco, intendo questo: leggere questo libro è come vedere un film d’azione – e la Bracken ce l’ha fatta.
Così come ce l’ha fatta, a mio avviso, il regista del film cui ispirato al libro – che, a parte qualche pecca nella scelta degli attori (sì, sono pignola) si rivela come un’ottima trasposizione -, anche se temo proprio non abbia avuto il successo necessario alla prosecuzione della saga.
Non vi dico di aspettarvi un capolavoro del genere, ma una lettura decisamente piacevole, dotata anche di alcuni elementi innovativi – mi riferisco in particolare alla suddivisione in colore dei ragazzi, a seconda dei “poteri” – e sicuramente scorrevole  e veloce.

Voto: 8

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Personal review: Nowhere girls

Buondì cari
Come ve la passate? Io già afflitta dal raffreddore, ma ormai sono abituata. Ogni sempre prima, però. 😒
Come avevo promesso, sono tornata con un’altra delle recensioni da voi più votate.
Mi auguro di riuscire a trovare le parole giuste, perché, nonostante la voglia di parlare di questo libro, ammetto che non è cosa facile.

 

Titolo: Nowhere girls
Autrice: Amy Reed
Editore: Piemme
Anno: 2018
Pagine: 368

Chi sono le Nowhere Girls? Sono tutte le ragazze, ma per cominciare sono in tre: Grace, tenera e impacciata, è nuova in città, dove si è dovuta trasferire a causa dei pregiudizi nei confronti della madre; Rosina, lesbica e punk, sogna di diventare una rockstar, ma è costretta a lavorare nel ristorante messicano di famiglia; ed Erin, un’asperger con due fissazioni, Star Trek e la biologia marina, vorrebbe assomigliare a un androide ed essere in grado di neutralizzare le emozioni. In seguito a un episodio di stupro rimasto impunito, le tre amiche danno vita a un gruppo anonimo di ragazze per combattere il sessismo nella scuola. Le Nowhere Girls, una moltitudine di voci diverse, dovranno superare la paura e l’imbarazzo per confrontarsi con coraggiosa onestà e opporsi alle minacce di chi si sente forte e non è disposto a mettersi in discussione. Ma alla fine riusciranno in ciò che sembrava impossibile: le cose possono cambiare e tutti hanno diritto alla felicità. Senza compromessi. Senza discriminazioni.

sep3

È stata una casualità, per me, la lettura del romanzo “Nowhere girls“.
A malapena lo avevo sentito nominare, figuriamoci se potevo immaginarne la trama, ma, reduce da un riassunto qualsiasi trovato su un sito, ho deciso di cominciarlo, senza aspettarmi ciò che ho trovato fra le sue pagine.
La prima domanda che ci poniamo quando iniziamo il percorso creato dall’autrice è: chi sono le Nowhere girls? Be’, la risposta è molto semplice: tutte e nessuna.
In che senso? Nel senso che ciascuna di noi può essere una nowhere girl a modo suo, nel suo universo personale, nel proprio contesto sociale ed ambientale.
Qualunque ragazza si affacci alle finestre di questo libro certamente non potrà che identificarsi in uno dei personaggi femminili, ritrovare le proprie paure – spero, non le proprie esperienze, ma, purtroppo, l’eventualità potrebbe essere anche questa -, i propri sogni, le proprie battaglie. E ciascuno di questi elementi viene affrontato dalla scrittrice con uno stile trascinante, ma mai pomposo e pesante – in fondo, gli argomenti non sono dei più leggeri, sarebbe stato semplice cadere nel tragico o magniloquente -. Invece no. Non accade mai.
Nowhere girls” si rivela uno young adult di tutto rispetto che offre uno spaccato adolescenziale dei giorni nostri, a mio avviso, esemplare.
Grace, la nuova arrivata, prigioniera di una famiglia bigotta – o, forse, meglio dire, decisamente fuori dai canoni comuni – circondata dal timore di essere giudicata per quello che è – e per come appare, dati i suoi problemi di sovrappeso -.
Erin, intelligentissima, brillante, affetta dalla sindrome di Asperger e, pertanto, ritenuta quella strana.
Rosina, agguerrita, energica, costretta a rinchiudere i suoi sogni – e la sua natura, essendo lei omosessuale non rivelata alla propria famiglia – dentro sé stessa ed a comprimere la sua vera essenza.
Oltre a loro Lucy, quella che sembra essere in sordina, in secondo piano, ma sta alla base di tutto. È il motore che dà il via, silenziosamente, ad ogni cosa, la ragazza che ha accusato un gruppo di suoi amici di averla stuprata.
Certamente non sono le tipiche ragazze che ci aspetteremmo al centro di un romanzo indirizzato ad determinato tipo di pubblico ed appartenente a questo genere, ma è proprio questa una delle ragioni che lo portano a brillare in maniera davvero eccezionale.
Quali sono i temi principali? Sono troppi. Proverò ad elencarne almeno alcuni, senza, tuttavia, speranza di riuscire davvero a ritrarre l’affresco adolescenziale – e non solo – insito nel romanzo:

  • Solidarietà: le ragazze si uniscono, pian piano il gruppo aumenta e da una piccola, forse stupida, agli occhi di qualcuno, idea, ne nasce una specie di esercito. Le donne, forse, spesso, sono troppo impegnate a combattere, l’una contro l’altra, nel tentativo di prevalere, apparire, dimostrare di essere più della propria avversaria. Sì, siamo frequentemente più avversarie che amiche, ma la Reed ci insegna che, se ci uniamo, diventiamo invincibili, che quello che può apparire il debole vocio di un gruppetto di ragazzine può diventare l’urlo udito da tutti;
  • Violenza: i temi dello stupro, del bullismo e tutti quelli ad essi collegati sono trattati con una maestria ed una delicatezza impressionanti, penetrano in sordina nell’animo del lettore, che, inevitabilmente, è spinto a riflettere, a formarsi una propria opinione, a farsi domande, ad agire a sua volta;
  • Amore ed amicizia: tutte le sfaccettature dei due sentimenti più mainstream negli young adult vengono affrontate pagina per pagina, in un crescendo di sfumature e colori, arrivando anche a comprendere l’amore per sé stessi, il suo estremo, l’odio, la negazione, il rifiuto;
  • Diversità: come non cogliere il tema del diverso? Per eccellenza i tre personaggi principali sono outcast, emarginate, tre rappresentanti di tre categorie che tendono ad essere messe in ombra o, addirittura, mai citate o considerate in libri simili. Ognuno è degno di essere preso in considerazione, di essere illuminato da un faro, nelle sue bellezze e nelle sue bruttezze;
  • Cambiamento: ogni protagonista cambia, matura, cresce, anche quelle secondarie, ma non solo. Cambiamento è inteso anche come quello esterno, come quello reso possibile dalle azioni, dalle voci, dalla forza di una comunità, anche non grande.

Il viaggio intrapreso da chi si approccia alla lettura di “Nowhere girls” è un cammino nella complessità umana, nelle domande che spesso hanno più di una risposta o non ne hanno, negli interrogativi che tutti ci poniamo, presto o tardi, in problemi che appaiono sciocchi – ma che alla fine non lo sono – ed in quelli grandi, più grandi noi, che non riusciamo ad affrontare da soli.
Impossibile non commuoversi al termine, non sentirsi parte di quella marcia femminile, una lotta senza fine, che non è vero che non ha speranze o sbocchi, anzi: tutte noi possiamo diventare una nowhere girl, basta volerlo.
O forse, meglio dire, che ciascuna di noi già la è.

Voto: 9 e mezzo 

 

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Pubblicato in: Claudia, Me

Me, myself and my book ♥

Ero indecisa riguardo allo scrivere o meno questo articolo, poi ho preso coraggio e l’ho iniziato.
Non mi piace auto-celebrarmi né auto-elogiarmi, non sono proprio il tipo, mai stata e mai sarò – ed è un discorso che, in parte, ho fatto anche alla mia ultima presentazione – però proverò, in qualche modo, a raccontare di me e di questa avventura per chi non ha potuto esserci agli incontri che ho fatto e per chi, in generale, volesse saperne di più – sempre che esista quel qualcuno… –
L’idea mi è venuta tre/quattro anni fa, non ricordo precisamente, so solo che ero nel pieno della pratica forense ed è stato un fulmine a ciel sereno. Non ho da ringraziare un particolare momento o qualcosa che mi abbia ispirato in maniera specifica e, se dovessi addentrarmi nell’argomento, probabilmente direi che ciò che più mi ha dato nell’elaborazione di questo romanzo sono stati famiglia ed amici.
Non è nulla di autobiografico. Non mi piace scrivere di me, non sono proprio il tipo, per carità, più che altro ho messo qualcosa di me, che è ben diverso. Qualcosa della mia vita, del mio mondo. E, se devo essere sincera, l’unico personaggio tale e quale alla realtà è la nonna della protagonista – ci tengo a precisare che alla mia nonna, quella vera, ho anche dedicato il libro -. Per il resto ho preso qua e là, attori, cantanti, personaggi famosi che mi hanno dato l’input per costruire i personaggi, in aspetto fisico o carattere, ma anche miei amici e mie amiche.
Be’, sì, voi direte “lo hai scritto anni fa, perché ora?“. Be’, prima ci avevo provato ad inviarlo a case editrici, a partecipare a concorsi ed, a gennaio, quando ormai la speranza era pari a zero, ci ho ritentato e, incredibilmente, ce l’ho fatta – ho anche avuto due proposte, ma mi ero ripromessa che, se l’esito fosse stato positivo, avrei accettato la prima richiesta arrivatami e così ho fatto -. Aspettavo questo momento da tutta una vita e, a pensarci bene, ancora adesso non ci credo.
Sì, ho sempre scritto. Da piccola scrivevo racconti, poi mi sono data alle fan – fiction ed alla fine sono arrivata al romanzo. Romance, per la precisione. Ho scelto questo genere perché mi sembrava il più in linea con la mia personalità – non chiedetemi gialli, thriller o horror, sono negata -, anche se tenterò altre vie in futuro – ho in mente qualcosa di distopico, solo appunti per ora, mentre ho terminato il secondo, che non credo si possa definire unicamente romance… -.
Di che parla? Sì, storia d’amore, okay, ma io direi più amore in generale: amore per la famiglia, per gli amici, amore per la danza – che mi accompagna da venticinque anni – , amore e basta. Ed il titolo si adatta molto ai sentimenti della protagonista. Elastic heart – grazie, Sia, per questa canzone meravigliosa – si riferisce al cuore elastico che ha la protagonista, capace, nel suo piccolo, di resistere alle sofferenze, di cadere e sapersi rialzare sempre, nonostante tutto. L’ho costruita così la mia Tee, in modo che le ragazze riescano ad identificarsi – almeno spero -, ad empatizzare con lei, immedesimandosi nelle sue scelte o, magari, perché no, criticandole. E così ho fatto con gli altri personaggi, che non sono altro che persone normali, come tutti, niente di tragico o eroico, qualcosa di… semplice. E normale.
L’ho ambientato negli Stati Uniti, sì, non perché mi faccia schifo l’Italia, io amo il mio Paese, lo voglio precisare e sottolineare. Ho optato per questa scelta casualmente, d’impulso, scegliendo Salem come luogo centrale e rifacendomi all’affascinante passato di questa cittadina, ai processi alle streghe ed quel periodo oscuro del XVII secolo – alcuni nomi dei personaggi sono presi proprio da quella realtà -.
Non voglio dimenticarmi della copertina! Mi hanno chiesto in tanti perché così minimale. Be’, mi piaceva l’associazione fra un cuore fortemente grafico ed il titolo del romanzo e la mia migliore amica, Serena, ha saputo accontentarmi. Lei è stata la prima persona a leggere tutto il manoscritto, passo per passo, correggendomi pazientemente e fornendomi consigli, quindi sono piuttosto felice che la sua opera – poi successivamente perfezionata dai grafici della casa editrice – sia la porta ufficiale che apre il mondo da me scritto e creato ❤
Sono reduce da due splendide presentazioni in cui mi sono dovuta confrontare con la mia capacità di parlare in pubblico, di non incepparmi, di mantenere la calma ed anche di non lasciare che la parte più logorroica di me prendesse il sopravvento – assai difficile! -. Sono stati due momenti meravigliosi, le persone mi hanno apprezzata, hanno acquistato tutti i libri, si sono mostrate calorose ed interessate ed io profondamente onorata e stupita. Il mio non è che un romanzo, non è un capolavoro, è solo il mio lavoro e vedere che la gente ha partecipato numerosissima, ha acquistato e mi ha fatto i complimenti per me è motivo di massimo orgoglio – vi rendete conto che ho anche autografato i libri? 🙈 Mamma mia! -.
Prima di dilungarmi… io vi auguro di trovare qualcosa che vi renda liberi come per me è la scrittura – oltre che la danza, ovviamente -. Vi auguro di avere qualcosa che vi permette di essere voi stessi e che vi completi, vi rilassi, vi renda felici. Vi auguro che i vostri sogni, come lo era il mio – di essere pubblicata -, diventino realtà. Abbiate pazienza e credeteci, sono banalità, ma è vero.
Io questo sogno l’ho realizzato e non immaginate minimamente quanto mi abbia aiutata profondamente anche a non smettere di credere, a persistere nell’altro, quello di diventare avvocato.
A volte le cose arrivano tardi, ma arrivano, proprio quando ne hai più bisogno.
E ti danno la forza che necessitavi. O meglio: ti permettono di vedere quella forza che non sapevi di avere.

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Personal Review: L’amica geniale

Eccomi qui, con la prima recensione della “nuova era“.
Dal momento che ero nella più totale indecisione per quanto riguarda il primo libro di cui parlare, mi sono affidata a voi ed ho scelto di lasciarvi votare sulle mie Instagram Stories (a proposito, se vi va ed avete un account potete seguirmi sia qui che qui ).
E fra i tre libri da voi prescelti, per questa volta, mi sono concentrata su un romanzo di cui, di qui a breve, verrà trasmessa la serie tv sulla Rai.
Buona – spero! – lettura ♥
Ps: ho abbandonato la numerazione delle recensioni che usavo precedentemente. Un po’ di rinnovamento ci sta!

Titolo: L’amica geniale
Autrice: Elena Ferrante
Editore: E/O
Anno: 2011
Pagine: 400

Il romanzo comincia seguendo le due protagoniste bambine, e poi adolescenti, tra le quinte di un rione miserabile della periferia napoletana, tra una folla di personaggi minori accompagnati lungo il loro percorso con attenta assiduità. L’autrice scava nella natura complessa dell’amicizia tra due bambine, tra due ragazzine, tra due donne, seguendo la loro crescita individuale, il modo di influenzarsi reciprocamente, i buoni e i cattivi sentimenti che nutrono nei decenni un rapporto vero, robusto. Narra poi gli effetti dei cambiamenti che investono il rione, Napoli, l’Italia, in più di un cinquantennio, trasformando le amiche e il loro legame. E tutto ciò precipita nella pagina con l’andamento delle grandi narrazioni popolari, dense e insieme veloci, profonde e lievi, rovesciando di continuo situazioni, svelando fondi segreti dei personaggi, sommando evento a evento senza tregua, ma con la profondità e la potenza di voce a cui l’autrice ci ha abituati. Si tratta di quel genere di libro che non finisce. O, per dire meglio, l’autrice porta compiutamente a termine in questo primo romanzo la narrazione dell’infanzia e dell’adolescenza di Lila e di Elena, ma ci lascia sulla soglia di nuovi grandi mutamenti che stanno per sconvolgere le loro vite e il loro intensissimo rapporto.

sep2

“Tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine.”

Non avevo la minima idea di come iniziare questa recensione, così ho preso una delle citazioni più famose del romanzo e l’ho piazzata lì, a mo’ di introduzione.
Forse è difficile per me coordinare e riordinare le idee e tutto ciò che vorrei dire sulle pagine del primo capitolo della quadrilogia perché mi ha coinvolta molto, anzi, addirittura troppo, più di quanto avrei mai pensato.
Sono molto legata all’idea di amicizia. Amo l’amicizia, amo le mie amiche, in particolare alcune. Ne ho quattro o cinque molto strette, che fanno parte della mia vita come se fossero sorelle, con l’unica differenza da quelle vere del legame di sangue.
Tuttavia, non posso affermare di avere esperienza di un’amica geniale. E non mi riferisco al senso più profondo del termine, o, quantomeno, quello sotteso al significato del libro, agli eventi, alla narrazione – e lascio a voi la scoperta di cosa realmente intenda chi delle due pronunci quella frase voglia dire -, ma semplicemente non ho qualcuno con me da tutta una vita.
Non ho mai avuto un rapporto totalizzante dall’inizio alla fine come quello di Elena e Raffaella – o, meglio, Lenù e Lila – ed un po’ me ne rammarico.
Nel bene e nel male della loro storia – che io ho appena cominciato a percorrere, dal momento che sono appena al primo libro della serie -, ho trovato in ogni attimo descritto, ogni avvenimento, ogni emozione, qualcosa di vero ed, in qualche modo, magico. Ma, probabilmente, sta proprio nella realtà della loro amicizia quella magia, nel fatto che litighino, si scontrino, discutano, a volte arrivino addirittura a diventare nemiche, antagoniste in un mondo che le mette sempre alla prova, le pone a confronto, l’una bionda, paffuta, angelica, l’altra mora, magrissima, cattiva – lei stessa si definisce così -. La voce narrante, quella di Elena, ci permette di visualizzare davanti a noi la Napoli degli anni Cinquanta, l’enorme divario fra la paesana periferia ed il centro città con la voglia di emergere e di rendersi metropoli.
Noi passeggiamo con le protagoniste e gli amici, andiamo a scuola, viviamo le loro avventure in prima persona, catturati dalla scorrevole narrazione dell’autrice e dal suo stile semplice, diretto, mai prolisso. Cresciamo, ci innamoriamo, odiamo, amiamo con loro e finiamo anche per dimenticare una domanda all’apparenza immediata, ma la cui risposta assume contorni e confini decisamente vaga, con il proseguire della lettura: chi è la VERA amica geniale? 
Sì, a livello ideale è chiaramente una delle due, come si evince da un chiaro passaggio nel testo, ma, materialmente, entrambe hanno qualcosa di geniale, che non sta nell’eccellenza, nella bravura a scuola, nella loro capacità di destreggiarsi nella vita. Forse geniale è proprio il loro legame, il congiungersi delle loro anime, la comprensione muta, gli sguardi, l’allontanarsi e l’avvicinarsi. Geniale è la normalità per come ne parla l’autrice – e forse è geniale anche il suo mantenere l’anonimato riguardo la propria identità, se vogliamo proprio dirlo -, il suo modo del tutto naturale con cui cattura il lettore e lo rende partecipe e non solo spettatore delle vicende.
Vi domanderete quale sia il messaggio al termine della lettura, se un’opera così tanto acclamata e circondata da un alone di mistero, dovuto alla scrittrice medesima ed all’ignoranza circa la sua identità – e, direi, anche al sesso, perché chi può affermare con assoluta certezza che si tratti di una donna? – porti con sé un significato particolarmente importante. Be’, la mia risposta vi stupirà: il messaggio non c’è. O, almeno, questo è il tipico libro in cui ognuno coglie il suo.
C’è colui al quale “L’amica geniale” ha insegnato “a“, quello a cui ha insegnato “b“, niente è giusto o sbagliato. Si tratta di una storia in cui ogni lettore vedere qualcosa di differente, di profondo, di semplice, legato a sé, alla propria vita, al passato, a qualcosa che avrebbe voluto vivere e non ne ha avuto la possibilità o l’occasione. Il caleidoscopio di emozioni e interpretazioni sottese alle pagine scritte dalla Ferrante sfugge e si espande a piacimento di chi si mette in contatto con esse e lascia spazio a lacrime, rabbia, gioia, commozione, riflessioni, silenzi.
È un ritratto storico ben costruito e plasmato, cartina geografica di una generazione, ma soprattutto splendido percorso di crescita di due anime affini, così uguali e diversi.
Ecco perché questa amica geniale è così geniale.

Voto: 9 e mezzo

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Pubblicato in: Claudia, Me

An unexpected comeback

Be’, da dove iniziare?

Dopo secoli di promessenon – promesse, illusioni, e quant’altro… ECCOMI QUI. DI NUOVO. 

Non so dire come mi sia venuto in mente, come la voglia mi sia tornata – sì, l’avevo persa, lo ammetto -, ma… mi sa che non vi siete liberati di me.

Io non so come andrà a finire stavolta. Nel senso che non posso promettere costanza, perseveranza, frequenza di post. Ma… sono qui, lo ripeto. E tenterò di dare il massimo per mantenere questo luogo, di cui, una volta mi importava tanto – forse troppo – vivo il più possibile, per quanto il tempo a mia disposizione me lo conceda.

Ho uno schema, ho le mie rubriche, è praticamente tutto pronto.

Non so se manterrò proprio tutto uguale, se scriverò le recensioni nello stesso modo, se seguirò i vecchi sentieri… Ma vediamo un po’ che ne viene fuori.

Per ora ho fatto solo cu – cu.

Ah: a quanto pare sono diventata una scrittrice – o qualcosa del genere -.

Pubblicato in: Me, Senza categoria, Thoughts

. About this period . 

Tesori,

Probabilmente sarà la millesima volta che inizio un post del genere, ma non riesco mai ad andare avanti. Stavolta ce la metterò tutta.

Allora, è evidente che ultimamente sia meno presente e non perché legga di meno o si sia spenta in qualsiasi modo la mia passione. Il tempo, gli impegni, i momenti, la vita, spesso, portano ai cambiamenti, agli allontanamenti e non ho la benché minima idea di come andranno i prossimi mesi.

Spero di tornare ad essere più attiva, anche se non ho la certezza – non dico nulla per scaramanzia, ma dovrei avere notizie sul mio futuro a breve, quindi non so come andrà – però sappiate che tornerò sempre qui. Magari non ogni settimana, magari non ogni giorno, ma tornerò.

Questo blog mi ha dato tanto, anche se è solo un piccolo posto nel mondo del web e c’è chi è molto più bravo di me. Ma il valore che ha per me è grandissimo e, nonostante tutto, ciò non cambierà.

M A I.

Pubblicato in: Flying Keys, Music, Music Mood, Senza categoria

Flying Keys #20

Ave, o Cesari miei!
Come state? Io discretamente bene. Chiedo solamente perdono se i miei post si sono fatti più rari, ma è un periodo molto pieno e capita spesso che – come si suol dire – non abbia testa di scrivere sul blog…. Ma vi penso e mi mancate molto!
Torno oggi allietandovi – si spera! – con i miei consigli musicali.
Fatemi sapere che ne pensate, con un commentino, magari!
Come sempre mischio un po’ i generi… ce n’è per tutti così ♥

Birdy – Wild horses
Se non lo sapete ancora, vi informo adesso: AMO BIRDY. Qui in Italia non è molto considerata, ma io l’apprezzo dagli esordi. Oltre ad essere perdutamente innamorata della sua voce,adoro i suoi testi e le canzoni – ovviamente – e questa è la sua ennesima perla tratta dall’ultimo album.

The Weeknd – The hills
Ecco, probabilmente questo lo avete capito: adoro The Weeknd. Non c’è una canzone che non mi piaccia. E questa potrebbe diventare la mia nuova preferita fra le sue….

Tove Lo – Moments
Lo confesso: questa canzone l’ho taggata mentre facevo shopping da Tezenis (…..). Me ne sono innamorata ed ora continuo a riascoltarla.

London Grammar – Wasting my young years
Un’altra canzone scoperta grazie a danza – grazie maestra -.
(la voce della cantante è spettacolare, fra l’altro)

Pubblicato in: Books, Senza categoria, Video, Videorecensione, Vlog

VideoReview #15: Beautiful + Vertigine

Rieccomi qui per voi, tesori miei!
Come state? Io abbastanza bene, anche se continuano a farsi sentire gli effetti un po’ rintronanti della primavera – questo clima decisamente ballerino mi destabilizza! –
Oggi vi delizio – per modo di dire… – con una doppia videorecensione: un libro che ho amato con tutta me stessa e l’altro che…. Vabbé, non commento. Meglio.
Buona visione ♥

…. e commentate, commentate, commentate…. 

 

Titolo: Beautiful (Faceless)
Autrice: Alyssa Scheinmel
Editore: Newton Compton
Collana: 3.0
Anno: 2016
Pagine: 320

Maisie è, a detta di tutti, una ragazza carina e fortunata. Ha una vita normale, una famiglia e un fidanzato che le vogliono bene e una passione per la corsa. Una mattina però, mentre si allena, la sua esistenza cambia in modo drammatico. Vittima di un incidente, si ritrova con il viso deturpato e, anche se potrà sottoporsi a un importante intervento chirurgico, non sarà per nulla semplice, dopo, riconoscersi e ritrovare se stessa.

Titolo: Vertigine (Le stelle di Noss Head #1)
Autrice: Sophie Jomain
Editore: Newton Compton
Collana: Lain YA
Anno: 2016
Pagine: 300

All’alba dei diciotto anni, Hannah è semplicemente furiosa all’idea di lasciare Parigi per trascorrere un’altra vacanza estiva a Wick, la piccola cittadina a nord della Scozia dove vive la nonna. Per una ragazza della sua età, abituata alla frenesia della metropoli, non esiste posto più noioso. A risollevarle il morale, per fortuna, ci sono le vecchie amicizie ma anche le nuove conoscenze, fra cui il misterioso Leith, dalla bellezza statuaria e dal fascino irresistibile. Non importa se su di lui circolano strane voci: l’attrazione è immediata, reciproca e incontenibile. Per Hannah sembra che stia iniziando la storia d’amore che tutte le ragazze sognano, ma ogni fiaba che si rispetti ha il suo lato oscuro, e quella della giovane si sta per trasformare in un incubo.

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Personal Review #39: Per sempre noi

Tesori miei!
Come ve la passate? Spero bene. Io me la cavo, è un periodo oserei definire strano, ma meglio di quello appena precedente (?) – insomma, ho attraversato una “fase intermedia” che non auguro a nessuno… –
Comunque rieccomi comunque a parlarvi di libri! Ed è la volta di uno che ho amato con tutta me stessa, ve lo assicuro.
Spero di avergli reso anche solo minimamente giustizia con la mia recensione – anche se so benissimo che è difficile… –

Guardai Rosie che si stava facendo spazio in cucina insieme a due ragazze con il suo stesso fisico e la sua stessa taglia, una con i capelli scuri, l’altra biondo platino. La bruna aveva dei leggings e una felpa della Mariposa, con la tipica farfalla rosa che ricordavo nei cartoni animati del sabato mattina della mia infanzia. La bionda indossava un paio di pantaloncini e un top che metteva in risalto gli addominali più perfetti che avessi mai visto.

    «Non c’era il tuo nome sopra», rispose Layla. «Ma serviti pure».

    Rosie si avvicinò e prese un dolcetto, offrendone anche alle sue amiche. Quando entrambe fecero cenno di no con il capo, ne staccò un pezzo e lo affondò nell’hummus di Mac, poi diede un morso.

    «Argh», disse Irv.

    «In realtà non è così male», ribatté Layla.

    «L’hai provato?»

    «Si fa di tutto quando si è disperati».

    La bruna sbucò dietro le spalle di Rosie, tendendo la mano verso Mac. «Io sono Lucy, e tu?»

    «Mio fratello», disse Rosie in tono piatto, mentre si stringevano la mano. «Ha diciassette anni».

    «Mi piacciono i diciassettenni», commentò Lucy, sorridendo.

    «Io sono Layla», intervenne lei, porgendole la mano. «Ho sedici anni».

    Lucy gliela strinse con molto meno entusiasmo. «Ciao».

    La ragazza con gli addominali perfetti, per chissà quale motivo, non fu presentata e neanche noi a lei. Io mi allungai per prendere un altro cracker che mi stava offrendo Mac, avvicinandosi a me. Stavolta, mi resi conto che Layla e tutti gli altri ci fissavano.

    «Stiamo nella tua stanza stasera, ti avviso», disse Rosie a Layla, immergendo il dolcetto nella glassa.

    «Cosa?», domandò Layla.

    «Mamma ha detto che andava bene», rispose Rosie, mentre una canzone risuonava nell’altra stanza. Qualcuno scoppiò a ridere, altri si misero ad applaudire.

    «Non è la sua stanza e poi io ho Sydney».

    «Io dormo praticamente nello sgabuzzino. Non c’è abbastanza spazio per noi tre».

    «Dove dovremmo dormire?»

    «Sul divano? Non lo so».

    «Saranno qui tutta la notte».

    «Rosie!». Il signor Chatham la chiamò dal salotto. «Vieni qui, tesoro, e cantaci un’altra canzone. Per il tuo vecchio paparino».

    Mac sospirò. Irv gli disse: «Quante birre ha bevuto?»

    «Non quante vorrebbe». Si alzò porgendomi ancora una volta la scatola. Io scossi il capo mentre Rosie si girò e andò via con la bionda al suo seguito. Lucy, invece, rimase sulla porta a guardare Mac che riponeva i suoi cracker nell’armadietto. Dovette tendersi e la maglietta si alzò un po’, mettendo in mostra la cintura e una parte della pancia. «Potete prendere la mia stanza. Io dormo sul divano».

    «Ed è anche un gentiluomo», disse Lucy.

    «Vacci piano», disse Layla. Lucy, che non aveva sentito o aveva fatto finta di non ascoltare, se ne andò. Uscì fin troppo lentamente per i miei gusti.

    «Argh», disse Layla quando Rosie riprese a cantare. «Queste ragazze del Mariposa sono davvero terribili, lo giuro. Se le bambine che vanno a vederle sapessero…».

    «Non sono tutte così male», disse Mac, chiudendo l’armadietto.

    Layla alzò gli occhi al cielo, ma non disse nulla, mentre la voce di Rosie, più bassa all’inizio, cominciò ad alzarsi, riempiendo la stanza e le nostre orecchie. La canzone aveva un ritmo veloce, ballabile. La signora Chatham, sulla sedia, aveva le guance rosse e sorrideva, battendo il tempo con un piede, mentre la donna che suonava il violino aveva gli occhi chiusi. L’archetto faceva avanti e indietro sulle corde. Era fantastico per me che in una sola serata potessero accadere così tante cose, dalla giostra ai dolcetti con la glassa al canto più bello che avessi mai sentito. Pensai a casa mia, dall’altra parte della città, in cima alla collina, con tutte le luci spente tranne quelle in uso, i miei genitori e me in quello spazio così grande.

    La voce di Rosie esplose di nuovo, il violino andava ancora più veloce. Qualcuno batteva i piedi e le mie guance erano bollenti. Era fantastico sentirsi a casa in un posto in cui ero appena arrivata. Quella sera non era ancora finita. Eppure, non riuscivo a pensare a niente, se non a quanto desiderassi che non finisse.

Titolo: Per sempre noi
Autrice: Sarah Dessen
Editore: Newton Compton
Collana: Anagramma
Anno: 2016
Pagine: 348

Sydney è cresciuta all’ombra del fratello, quasi fosse invisibile. È lui che è sempre stato al centro dell’attenzione, nella sua famiglia. Nonostante i guai che combina. L’ultimo è stato davvero grosso: mentre guidava la sua auto ubriaco, ha investito un ragazzo e ora sta scontando un periodo di carcere. E mentre i familiari si preoccupano per lui, Sidney non riesce a darsi pace per la vittima dell’incidente, attirando su di sé le critiche dei genitori. Le cose per lei cambiano quando, nella nuova scuola che frequenta, fa amicizia con Layla, una ragazza effervescente che presto le fa conoscere la propria famiglia, ben diversa da quella di Sydney. I Chatham sono affettuosi e accoglienti, e stando con loro Sydney si accorge di essere finalmente accettata, apprezzata. Ma sarà l’incontro con il fratello maggiore di Layla, Mac, a fare la differenza. Lui è tranquillo, attento, protettivo, e attraverso i suoi occhi Sydney si sentirà per la prima volta vista, vista davvero.
 

sep3

Uno degli argomenti più difficili da affrontare in un romanzo, ancora di più, ovviamente, se lo si rende il tema principale è l’adolescenza e l’universo di emozioni, esperienze, mutamenti che la riguarda.
Ormai faccio parte da un lungo periodo di tempo del gruppo di lettori del genere young adult, quindi mi sento di aver maturato una certa abilità, o comunque una discreta capacità nel riconoscere gli autori che sanno parlare degli adolescenti e quelli che, purtroppo, invece, si limitano ai luoghi comuni, attendendosi alle solite banalità trite e ritrite.
Aprire la prima pagina di un libro di Sarah Dessen significa non essere delusi e, sì, lo si capisce sin da subito, perché, mentre ci sono scrittori che convincono nel corso delle loro opere e si fanno conoscere lentamente, quando si tratta di lei si ha a che fare con un’esperta del campo, arriva immediatamente al cuore, centra il punto, senza preamboli, senza giri di parole o mediocrità del tutto prive di senso.
La delicatezza innata che si percepisce nelle sue narrazioni, la semplicità ma, allo stesso tempo, profondità di linguaggio sono ormai divenuti per me un suo marchio distintivo, la segnaletica del puro e vero romanzo young adult, al quale tutti coloro i quali vogliono scrivere in quel determinato campo dovrebbero ispirarsi e fare riferimento.
Per sempre noi” può apparire la solita traduzione di titolo fatta con i piedi, ma, in realtà, mi sono ravveduta relativamente a questo iniziale pensiero man mano che proseguivo nella lettura – benché, ovviamente, il “Saint Anything” originario sia posto su tutto un altro livello, precisiamo… -.
Sydney è una comune adolescente, o così appare. No, ricomincio da capo: Sydney non appare, è abituata a vivere nell’ombra, oscurata dal fratello Peyton, migliore di lei, più esuberante, in gamba, pieno di talenti… Finché qualcosa non cambia, la vita accade – se proprio così vogliamo dirlo… -, viene condannato al carcere e tutto – o quasi – pare spezzarsi… Ok, ho detto che qualcosa cambia e questo per il solo fatto che Peyton non è più presente, è dietro le sbarre, perché in realtà è come se lui ci fosse sempre, non passa mai in secondo piano, è sempre il primo agli occhi dei genitori, in particolare della madre, la quale sembra avere occhi se non per lui. Sydney reprime, comprime sé stessa, ormai avvezza al ruolo di subordinata, sottoposta alla figura di qualcun altro che, nonostante tutto, soprattutto nonostante i suoi errori, brilla più di lei. Non che accetti tutto questo, anzi, il suo più grande nodo al cuore è detestare suo fratello per ciò che ha fatto e che l’ha portato a determinate conseguenze – ed, assicuro, non è nulla di leggero – ed amarlo profondamente, sentendosi costantemente in colpa per i suoi sentimenti contrastanti, ma senza, tuttavia, poter far altro che provarli.
Le nuove amicizie, i nuovi interessi, la nuova vita che arriva come un turbine nel mondo Sydney, sempre così piatto ed uguale ai suoi occhi, saranno un toccasana, la via per potersi aprire a sé stessa ed agli altri e riscoprire. Sì, perché, in fondo, Sydney è sempre stata così, così come è con Mac – per il quale, sin da subito, è evidente un interesse, ma, come in buona parte dei casi, solo con il tempo lo riesce ad ammettere a sé stessa –  e sua sorella Layla – l’amica con cui, per la prima volta nella vita, si sente totalmente sé stessa, libera di parlare di sé, dei propri sentimenti, senza giudizi, senza remore, nonostante si conoscano da poco tempo -.
È un insegnamento bellissimo quello che ci regala la Dessen – anzi, più di uno direi proprio -, un percorso che non è meramente di crescita, ma di apertura al mondo, grazie agli altri, gli amici come punto di forza e pilastro, e grazie a noi stessi, ammettendo ciò che ci fa soffrire, ciò che ci blocca, buttandolo fuori per capirci e per capire chi ci ha sempre fermati, nei pregi e nei difetti.
Sydney è una splendida ragazza, forte per le sue debolezze, non uno stereotipo qualsiasi e l’autrice la dipinge gradualmente, facendola conoscere con la sapienza narrativa di cui è padrona e costruendo attorno a lei un mondo quotidianamente reale di cui non possiamo che innamorarci profondamente.
E vi lascio con una citazione meravigliosa, una delle tante che scatenato una lacrimuccia – ultimamente sono più sensibile del solito, ma concedetemelo, per favore -, augurandovi di trovare a vostra volta un Santo Qualsiasi che abbia lo stesso valore di quello che ha avuto per Sydney.

Pensai a quello che avevamo detto qualche settimana prima sulle cose rotte e su come non accettasse il fatto che non si potesse riparare tutto. Non si trattava solo degli orologi o dell’avviamento. Come spesso accadeva, Mac viveva le cose intensamente. Mi sentivo fortunata a fare parte della sua vita.
Da quando ricordavo, altre persone mi avevano oscurato o lasciato da sola. Mac invece, come aveva detto Layla tempo prima, era sempre nei paraggi. Mi lasciava spazio per camminare da sola, ma era sempre pronto quando non volevo farlo. Era perfetto. Era come se fosse il mio santo, quello che stavo aspettando.

Voto: 9

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